Perché Moro ci manca. Conversazione tra Provinciali e D’Ubaldo.

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Nel giorno in cui se ne ricorda il sacrificio, vale la pena domandarsi in che senso e in che misura Moro ci manca. Ovvero manca alla politica nel suo complesso, non solo alle ristrette cerchie del cattolicesimo democratico. Per fare questo pubblichiamo un piccolo estratto  (troverete a fine pagina il pdf completo) del colloquio tra Provinciali e D’Ubaldo.

 Rimasta in sospeso e poi ripresa, questa nostra conversazione su Aldo Moro, a ridosso della fatidica data del 9 maggio, ha assunto una forma più precisa alla luce del “grande trauma” che stiamo attraversando. Ci battiamo ancora con la pandemia, piegata dai vaccini ma non ancora debellata. Nel contempo, alle porte dell’Unione europea, è scoppiata una guerra inimmaginabile fino a quella che mese prima. Aggiungiamo due novità importanti sul piano della politica interna: l’esperienza del governo Draghi, con il suo tratto di eccezionalità in virtù di un sostegno di maggioranza quanto mai esteso, a riprova del bisogno di unità nazionale in questa contingenza critica; l’inattesa splendida conferma al Quirinale di Sergio Mattarella per un altro settennato. In questo contesto si articola la presente riflessione su Moro, il suo ambiente, la sua storia; su quello che ha rappresentato e ancora, in altre condizioni e forme, può rappresentare.

N: B: Nel dialogo la parte dell’intervistatorre è svolta da Francesco Provinciali. I suoi interventi sono tutti in grassetto.

Il momento è difficile perchè, da un lato, il Covid ha travolto gli argini di una relativa sicurezza sociale, dall’altro la guerra ha infranto il modello condiviso tra le classi dirigenti dell’Occidente riferito a un mondo felicemente globalizzato dopo la caduta dell’impero sovietico. In questa cornice, è comprensibile che la curiosità induca a porsi l’interrogativo su cosa avrebbe potuto dire Moro di fronte a questo eccezionale mutamento di quadro, sia a livello nazionale che internazionale. Come possiamo cominciare? Chi era Aldo Moro?

Gli studi sulla figura di Moro sono cresciuti abbondamente negli ultimi anni. Alcune biografie – penso a quella “monumentale” di Guido Formigoni – si presentano come un esempio di accuratezza e capacità di approfondimento. L’elenco tuttavia sarebbe lungo e lascerebbe fuori, senza volerlo, preziosi lavori specialistici, magari confinati in cenacoli per addetti ai lavori. Il nipote, Renato Moro, ha svolto un’opera meticolosa, basata su una documentazione di prima mano, che ha permesso di conoscere la formazione intellettuale e politica dello statista pugliese. Proprio in queste settimane ha pubblicato Una maestra del Sud che fu la madre di Aldo Moro (Bompiani, 2022), un testo prezioso anche per capire la sensibilità umana e religiosa che unisce il giovane alla figura materna. Ormai possiamo inquadrare sempre più correttamente l’impegno di Moro nell’ambiente universitario ed ecclesiale del periodo a cavallo della seconda guerra mondiale. È noto il suo percorso nella Fuci, essendo stato il Presidente della federazione di Bari e poi della organizzazione nazionale: sbaglieremmo, dunque, a sottovalutare il rapporto con la Chiesa locale, specie con il suo Vescovo, Marcello Mimmi. Il biennio ‘43-‘45 rappresenta per lui un momento di vita tormentato. Dopo aver perso la mamma, a cui era particolarmente legato, perde anche il fratello.

Prendiamo spunto dal dramma della guerra, dall’elemento in fondo sempre uguale della devastazione materiale e morale che essa inevitabilmente produce. Moro ha conosciuto la guerra, i suoi scritti giovanili, di cui hai curato una ricca antologia (La vanità della forza, Eurilink, 2017), si misurano con i problemi della caduta del fascismo e della faticosa rinascita del Paese. Il suo è un osservatorio privilegiato, vivendo e operando a Bari, la città che condivide con Brindisi la proiezione in chiave di difesa nazionale della monarchia e del governo Badoglio. Dopo il 20 settembre, l’Italia meridionale e la Sardegna (seguirà nel febbraio del 1944 la Sicilia) sono in mano agli Alleati. Moro in quel momento, tra alti e bassi, incomincia a fare politica.

Dici bene: fra alti e bassi. Moro, a parte le resistenze locali che gli oppongono i vecchi popolari, perlopiù infastiditi dinanzi alla sua figura di giovane intellettuale di raffinata formazione cattolica, non è sicuro di doversi impegnare sul terreno strettamente politico. Negli articoli sulla “Rassegna” di Bari torna a più riprese sul perché possa o debba preferirsi all’impegno di partito la dedizione a compiti di studio e formazione. Sì, la scelta della politica matura in fretta ma non senza titubanze, essendo abbastanza diffuso nei ranghi della Fuci e dell’Azione cattolica dell’epoca un sentimento di distacco da una opzione di militanza esplicita e diretta. Basta leggere l’ultimo bel lavoro di Tiziano Torresi (La scure alla radice, Studium, 2022) per rendersi conto del travaglio di una generazione alle prese con un cambiamento di fase epocale. La seminagione di un papato, quello di Pio XI,  più attento alla vita pastorale che non alla vita politica, aveva lasciato tracce profonde. Nei giovani emerge certamente la consapevolezza della funzione rigeneratrice, in chiave popolare e nazionale, del cattolicesimo organizzato; ma nel dibattito che segna il passaggio dalla dittatura alla democrazia questa consapevolezza non si traduce in una immediata volontà d’ingaggio nel campo della politica.

Se non erro Andreotti è più determinato. La sua presidenza, in effetti, sposta la Fuci sul terreno della battaglia politica. Giunge anche a rimproverare i suoi amici…

Diciamo che nel caso del giovane Andreotti l’incertezza sfuma molto presto dinanzi alle responsabilità che incombono sulle forze antifasciste e quindi anche sui popolari raccolti attorno a De Gasperi. Dopo il 25 aprile avanza nella capitale l’opera di riorganizzazione dei partiti nazionali. Pesa l’occupazione tedesca, ma nulla frena l’iniziativa delle forze democratiche che si ritrovano a collaborare nel CLN. L’antifascismo a Roma si declina nella identificazione di una prospettiva politico-istituzionale che aveva le radici nella battaglia aventiniana, sfortunatamente combattuta all’indomani delle elezioni del 1924 dagli strenui oppositori di Mussolini. De Gasperi su questo punto è intransigente. E Andreotti, come sappiamo, ha la fortuna di entrare subito in contatto con De Gasperi e di condividere sul nascere la formazione della Democrazia Cristiana. Invece Moro a Bari respira un altro clima e conosce, nel biennio 1943-1945, l’impatto dei processi di potere (non sempre limpidi) nel brusco passaggio dalla dittatura alla democrazia. Bisogna considerare che inizialmente resta fuori dal quadro politico romano, non può contare sul sostegno del partito, non ha altri “amici” in grado di proteggerlo, se non il suo vescovo. Spesso si trascura che a differenza di Andreotti o di Dossetti non avrà l’onore di essere designato alla Consulta.

 

Moro P.D.