Perché, proprio ora, dobbiamo riscoprire De Gasperi

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Sull’onda del sovranismo, è bene ricordare la lezione di europeismo e il mito democratico di Alcide De Gasperi. La riflessione di Lucio D’Ubaldo, già senatore e autore del saggio “De Gasperi l’antipopulista” (Gaffi Editore, 2018)

L’orizzonte elettorale si avvicina. Bisogna preparare bene il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Se passa la linea del sovranismo, la sconfitta peserà sulle spalle dei partiti o movimenti democratici. Una strategia, a riguardo, ancora si fatica a intravedere.

In questo scorcio avanzato di XXI secolo l’Europa asseconda un impulso ancestrale e moderno, che unisce e divide, simultaneamente. Al riparo della demagogia che incombe minacciosa, esiste (o resiste) una pubblica opinione europeista. E ciò costituisce, malgrado il pessimismo dilagante, un fattore di unità e di speranza. Invece, a generare resistenze e ostracismi è la percezione dell’Europa a una dimensione, tutta vincoli e prescrizioni, abbiosciata sotto il castigo della sua burocrazia. Di qui l’assillo dovuto allo strapotere di Bruxelles, assillo che rivela il timore di vivere un progetto andato a male. La delusione alimenta l’antieuropeismo.

Certo, non solo la delusione. Cresce anche la paura che l’immigrazione senza controllo possa innescare il declino del Vecchio Continente. Tanto grande il fenomeno, tanto convulsa la reazione. Eppure il Cardinale Bassetti, Presidente della Conferenza episcopale italiana, ha messo in guardia dal pericolo di strumentalizzazioni. “Guai a chi usa la questione migratoria – ha detto di recente – per distruggere l’Europa politica di De Gasperi”. Ecco il nodo: non un generico appello o una vaga recriminazione, con l’europeismo a far da sfondo, ma un richiamo vigoroso all’opera di De Gasperi, al suo impegno per l’edificazione dell’edificio comunitario, al suo contributo da statista europeo.

Chiamare in causa il leader trentino non può concretizzarsi in una sorta di quietismo della citazione; cioè non autorizza, questo invito del Cardinale, a sorvolare sulla lezione indelebile dell’uomo politico italiano che più ha determinato, nell’immediato dopoguerra e nei primi anni Cinquanta, il percorso della nuova Europa. Insieme ai grandi del suo tempo, egli ha colto nell’ancoraggio al sentire sovranazionale il possibile attracco di un progetto visionario. Se c’è un connotato, grazie al quale identificare una limpida prospettiva europeista, dunque un connotato propriamente politico, questo si sostanzia nella fiducia in un futuro di libertà e democrazia, agli antipodi pertanto della xenofobia e del populismo. L’Europa di De Gasperi è un mito democratico, l’unico capace di muovere le coscienze degli uomini oltre le angustie della guerra fredda, che le giovani generazioni devono saper tradurre, ieri come oggi, nella scommessa di un mondo migliore.

È stato scritto che l’Europa è il dono che lascia al Novecento l’azione politica dei democratici cristiani. Tuttavia De Gasperi lo immaginava più ampio l’impegno a favore di un’Europa che amava definire “nostra Patria”: ovvero “nostra”, in tutto e per tutto, in quanto patrimonio di storia condivisa. Tre culture politiche, a suo dire, concorrevano alla promozione del disegno europeistico. Alla loro base operavano i valori del cristianesimo, della visione liberale e del socialismo democratico: insieme avevano la responsabilità di servire la medesima causa. Il loro contrasto valeva nella fisiologia della competizione politica, non invece nella missione riguardante il destino dei popoli europei. “Dunque, nessuna delle tendenze che prevalgono nell’una o l’altra zona della nostra civiltà – affermava puntualmente De Gasperi, a Parigi, nella Conferenza Parlamentare Europea il 21 aprile 1954 – può pretendere di trasformarsi da sola in idea dominante ed unica dell’architettura e della vitalità della nuova Europa, ma queste tre tendenze opposte debbono insieme contribuire a creare questa idea e ad alimentare il libero e progressivo sviluppo”.

Una coalizione per l’Europa può e deve avere, in conclusione, il sostegno di una coerente rilettura della politica degasperiana. Scriveva Guglielmo Ferrero, storico a lungo trascurato per una “fatwa” di Benedetto Croce, che gli eroi non risorgono. Non per questo, bisogna aggiungere, le idee e le imprese che ne hanno segnato la vicenda terrena subiscono necessariamente il contraccolpo di una perdita di memoria collettiva. Mettere De Gasperi al centro della proposta politica costituisce lo spartiacque tra democratici e sovranisti, l’argine che distingue i popolari dai populisti. Del resto l’area dell’astensionismo, giunta ormai a dilatarsi oltre misura nelle elezioni degli ultimi vent’anni, non può essere abbandonata a se stessa. Molti elettori finora reticenti chiedono a una “politica ricostruttiva” il cenno di un battito d’ali, per tornare a spendere con qualche ottimismo il talento rappresentato dal diritto di voto.