Politica o passione? “Appunti sulla soppressione dei partiti politici” (Simone Weil). Il commento su “Succede Oggi”.

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Un saggio di Simone Weil appena ripubblicato mostra una terribile attualità nell’affrontare la questione della crisi della democrazia rappresentativa. Seguendo le indicazioni della filosofa, si arriva a concludere che i partiti (e il Parlamento) servono solo come coagulo di interessi personali

Giuliano Capocelatro

Venuto al mondo nel febbraio 1943, è a un passo dagli ottant’anni. Eppure mantiene una fervida vitalità e una vitale capacità di provocazione. Che costringono chi legge a mettere in discussione le proprie certezze, a chiedersi se non sia rinchiuso in una gabbia di luoghi comuni e stereotipi che gli trasmettono un’immagine cristallizzata, deformata, ingannevole del mondo in cui vive.

In realtà Simone Weil, che scrisse pochi mesi prima di morire il libello Appunti sulla soppressione dei partiti politici (72 pagine, opportunamente riproposte dall’editore Marietti in tempi di forti dubbi sulla forma partito), dava un taglio metafisico, di ispirazione cristiana e con un’eco di etica spinoziana, a considerazioni impietose, in sostanza una condanna senza appello dei partiti; estranei, sosteneva, anzi nemici, per congenita tendenza totalitaria, di quella Verità che sorge solo nell’animo delle persone. Impossibilitati, quindi, a operare per la giustizia sociale.

Sul piano della discendenza filosofica, Weil si agganciava alla volontà generale di J.J.Rousseau. In parole povere, l’autore del Contratto sociale riteneva che la volontà generale, che avrebbe dovuto esprimere le scelte dei cittadini sui problemi della collettività, in quanto depurata dalle diverse e confliggenti passioni particolari, portasse automaticamente a far prevalere la ragione, e di conseguenza a raggiungere le migliori soluzioni per la compagine sociale. Con questa volontà generale, per la Weil, i partiti non avrebbero nulla a che fare.

Mettiamo da parte il telescopio puntato sull’empireo degli assoluti e proviamo a muoverci tra i fallibili attori terreni. Gli anatemi lanciati senza remore da Simone Weil hanno ragione di essere, disvelano in qualche modo la desolante realtà in cui ci muoviamo, o sono soltanto le sterili, passionali giaculatorie di una pensatrice etichettata anche come mistica?

Rousseau e Weil guardano alle passioni – che di per sé non sono necessariamente negative, anzi – con occhio critico. Perché possono scatenare conflitti anche violenti se entrano in rotta di collisione; da qui l’esigenza di candeggiarle nella centrifuga della volontà generale. Ma se la passione deborda, e dal livello individuale tracima in quello collettivo? Lo sguardo di Weil sembra proiettarsi profeticamente sull’oggi. Per affermare: «Se una sola passione collettiva afferra tutto un paese, il paese intero è unanime nel delitto». Quasi una fotografia dell’attualità. Con l’Europa dove una quota non piccola della sua popolazione cova un irragionevole sentimento di paura che trascende spesso nell’odio, nei confronti dei migranti in fuga dalle loro terre. Sentimento diffuso che, nell’inettitudine delle istituzioni, genera veri e propri delitti. Perché i morti annegati nella Manica e nel Mediterraneo sono tout court omicidi, anche se manca l’esecutore materiale.   

Nella sua illuminante introduzione agli Appunti, il professore emerito di sociologia Franco Ferrarotti riduce il campo visuale e si sofferma sulle vicende italiane, e in primo luogo segnala, già dai giorni successivi alla costituzione del regno d’Italia (1861), la mancata elaborazione di una religione civile – altro lascito di Rousseau – cioè «un complesso di valori, comuni a credenti e non credenti, tali da formare la base di una convergenza nazionale». Terreno fertile al proliferare delle fazioni, delle partigianerie. I partiti rappresentano un antidoto a questa intossicazione? Ferrarotti è durissimo: «…Non sono in sintonia con la popolazione», ma «…una macchina per creare emozioni collettive più che consenso ragionato».  E la classe politica che ne promana costituisce piuttosto «una specie di club privato».

Giudizio che non differisce molto, se non per l’approccio ai dati concreti, da quello di Simone Weil. Per la filosofa francese «lo sviluppo materiale del partito diventa l’unico criterio» per distinguere il bene dal male. Il che lo porta inevitabilmente a esercitare «una pressione… sul pensiero degli uomini».

Ferrarotti, che circoscrive la sua analisi alle italiche miserie, la riecheggia: «Il partito finisce per esercitare un’oppressione costante, in nome della “disciplina di partito”, su ciascuno degli individui iscritti», e questo rende arduo «salvarsi da una deriva totalitaria e ridursi a un male non strettamente necessario». La conclusione è disperante. In Italia «si è separato lo Stato dai cittadini». Potrebbe sembrare una formula ad effetto, ad uso dei populismi in auge; ma se si guarda alle faccende di casa nostra, non appare davvero campata in aria.  

A corroborare il sospetto che qualche basilare ingranaggio dell’attuale macchina democratica sia consunto e fuori uso, contribuisce la politologa Nadia Urbinati, che si cimenta sull’argomento dalla prima pagina del quotidiano Domani (20 novembre scorso). Urbinati cita un recente scritto della studiosa Camila Vergara (Systemic corruption: consitutional ideas for an anti-oligarchic republic, Princeton university press), orientato a ricostruire «una genealogia della corruzione politica mostrando come il governo parlamentare… ha finito per diventare una fucina di corruzione politica». Corollario: «Il parlamento ha generato una nuova classe politica che fa del servizio pubblico un’occasione di arricchimento».

Vergara ha sotto gli occhi il Congresso Usa. Dove, peraltro, i suoi membri «non possono ricevere onorari per conferenze e incontri e le loro attività extra sono molto limitate e controllate». E dalle nostre parti? Nei fatti la carica di parlamentare, argomenta Urbinati, in Italia come in diversi paesi europei, «è considerata lavoro part-time». Ne consegue che «la loro funzione pubblica diventa… una straordinaria opportunità di trovare nuove opportunità, il parlamento come un vero e proprio ufficio di pubbliche relazioni». E tira in ballo uno studio del 2010, firmato da tre accademici, Stefano Gagliarducci, Tommaso Nannicini e Paolo Naticchioni. Indagine che evidenzia come il «doppio lavoro dei parlamentari genera assenteismo e conflitti di interesse».   

Ma, buttati a mare i partiti, come sostituirli nel vivo della dialettica sociale? Il pensiero va alla democrazia diretta. Ma in Italia, a parte alcune stagioni referendarie, è stata svilita di recente in una rappresentazione parodistica, dove la chimerica volontà generale, sostanziata di ragione, in un clima di vellicamento di passioni becere, di bassi istinti, ha lasciato il posto al ribollire di un’emotività isterica, incontrollata. Su cui poggiano le fortune politiche di personaggi improponibili, abili però a captare e fare da cassa di risonanza agli umori del momento.

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