Popolarismo popolo e populismo. A 150 anni dalla nascita di don Luigi Sturzo.

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L’autore, Presidente dell’Istituto Sturzo, ha pubblicato questo testo sulle pagine dell’Osservatore Romano di ieri. Per gentile concessione del giornale, ne forniamo visione ai nostri lettori. “Sturzo – scrive  Antonetti – si oppose a riferimenti indiscriminati (…) al popolo, inteso come massa di manovra tendenzialmente eterodiretta e disponibile alla realizzazione di strategie e di obiettivi avanzati da soggetti politici «terzi», singoli o collettivi”.

Nicola Antonetti

Luigi Sturzo, il fondatore del popolarismo, non affrontò in modo diretto le questioni legate ai fenomeni populisti dei suoi tempi; diversamente, nei suoi studi è sempre presente l’acuta avvertenza degli equivoci semantici e dei rischi totalitari che sono immanenti a un uso improprio del termine popolo. L’idea del popolarismo fu elaborata da Sturzo in tutto il corso della sua vita per offrire ai cattolici e a tutti gli uomini “liberi e forti” un modello di aggregazione politica autonomo e diverso dalle ideologie otto-novecentesche del liberalismo e del socialismo. Una essenziale definizione del popolarismo la diede quando affermò che esso era «esattamente una teoria dello Stato democratico», da non confondere o falsificare con esperienze che, pure agitando forti richiami ai poteri del popolo, non rispettavano o tradivano i princìpi del pluralismo costituzionale. Respingeva, quindi, l’idea che un «popolo amorfo e disorganico» potesse scambiare un temporaneo consistere come maggioranza elettorale con la legittimazione a contrastare o a combattere, sulla base di una malintesa concezione della sovranità, le minoranze e le opposizioni contrarie ai suoi interessi, pratici e ideali.

Nelle sue riflessioni, quindi, Sturzo si oppose a riferimenti indiscriminati (sul piano teorico come su quello pratico) al popolo, inteso come massa di manovra tendenzialmente eterodiretta e disponibile alla realizzazione di strategie e di obiettivi avanzati da soggetti politici «terzi», singoli o collettivi. Riprendendo le analisi di Antonio Rosmini, egli faceva risalire l’origine di tutti i gravi equivoci legati all’uso del termine popolo a quando venne meno il «dualismo» tra società e Stato, che era stato fissato dal primo costituzionalismo liberale per consentire agli individui e alle collettività la libera difesa dei propri diritti civili e politici contro ogni esorbitante esercizio di astratte sovranità popolari, nazionali e statali. Il problema per Sturzo era nato con la Rivoluzione francese, perché da allora si era concepita «la sovranità popolare come un dato assoluto non limitato da qualsiasi elemento originario — quale la natura razionale della personalità umana — dando alla pretesa volontà generale (totalitaria o maggioritaria) un valore illimitato e irresponsabile». In tal modo erano sorti i «monismi di Stato» o «popolari», che, nelle stagioni dei totalitarismi, avevano compresso o annullato ogni autonomia e libera espressione della vita sociale.

La presa di distanza dalle forme «monistiche» del potere popolare per Sturzo non poteva che far capo ai paradigmi della dottrina sociale cattolica e del liberalismo politico nei quali sono definiti i processi di «socializzazione» che producono quote distinte di sovranità del tutte legittimate a determinare assieme, in piena libertà e senza esclusioni reciproche, condizioni di giustizia e comuni regole di convivenza in un medesimo sistema politico. In sostanza, Sturzo rimase sempre del tutto convinto che ogni tipo di riconoscimento del popolo andasse riferito alle «forme» sociali, territoriali, politiche e istituzionali nelle quali gli uomini vivono e sviluppano le loro attività.

Anche nella nostra Costituzione, richiamata la sovranità del popolo, l’impegno primario della Repubblica consiste nel garantire i diritti inviolabili degli uomini, delle “formazioni sociali” e delle associazioni (dai sindacati ai partiti e alle autonomie locali) che, chiamati a presidiare lo Stato sociale di diritto, sono, su più piani e in modo distinto, i protagonisti politici e i mediatori istituzionali dei processi democratici. Oggi, ma non da oggi, è emersa una concezione diversa, di stampo neogiacobino e populista, volta a legittimare ruolo e funzioni delle istituzioni democratiche non più sull’evolversi della competizione pubblica tra forze diverse, bensì su un non meglio definito e mutevole potere del “popolo”, cui, peraltro, andrebbe riservata la vocazione a esprimersi in forme dirette di democrazia. In questa direzione si rischia di ricadere in quei «monismi statali o popolari» denunciati per tempo e senza sconti da Sturzo.