Popolo e comunità. La Repubblica delle autonomie.

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Il testo pubblicato qui di seguito è l’intervento che Dellai ha svolto nella seconda giornata del convegno viterbese su “Con le lenti di Alcide De Gasperi”. Oggi le conclusioni con la presentazione della “Boarding list – Idee ricostruttive oggi

 

 

Lorenzo Dellai

 

Per Alcide Degasperi, le tre parole (Popolo, Comunità, Autonomie) sono inscindibilmente intrecciate. Un filo rosso le connette direttamente all’idea degasperiana di Democrazia. Oggi, si potrebbe dire, questo filo rosso ci aiuta a capire le radici della crisi che ha colpito le Democrazie di ispirazione liberale. Esse sono sempre più spiazzate dai cambiamenti antropologici e tecnologici; subiscono una progressiva perdita di “carisma” sia dentro le loro opinioni pubbliche, sia su scala globale; faticano a mettere in campo soluzioni credibili per superare le crescenti disuguaglianze; hanno il fiato grosso difronte all’espansione virale delle cosiddette “democrature” fondate sul mito dell’uomo solo e forte al comando.

 

Riflettere sul magistero degasperiano ci aiuta dunque a guardare in faccia questa crisi di sistema e ad aprire un nuovo ragionamento sui Codici Sorgenti della Democrazia. Degasperi ha sempre indicato nel “Popolo” il riferimento fondante della sua azione politica ed istituzionale. Disse nel luglio del 47 al Congresso della DC Trentina. “Quando mi parlano di partiti, io li giudico da questo punto di vista: come servono il Popolo? Io non servirei nemmeno la Democrazia Cristiana se non avessi la convinzione che essa vuole servire il Popolo. Ed il Popolo vuol dire: il popolo come vive organicamente nel suo paese, nelle sue società, nei suoi focolari, nelle sue città. Non vuol dire il conglomerato posticcio improvvisato su di una piazza”. E pochi mesi dopo, nel novembre 47, a Bruxelles, aggiungeva. “L’uomo non può essere considerato una parte dello Stato, come l’ape è una parte dell’alveare o la formica del formicaio”.

 

Per Degasperi, dunque, il Popolo “viene prima” non perché è una entità astratta, la cui esaltazione sia funzionale al potere, ma perché costituisce l’intreccio solidale delle persone e delle aggregazioni sociali che sta alla base del vivere comunitario. Egli parlava di Popolo come “unità nella diversità” ed evocava spesso la necessità di un vincolo fondato non solo sui diritti individuali ma anche sui doveri di solidarietà collettiva. Aveva una concezione esigente di “appartenenza”. Era lontano tanto dal principio del “credere senza appartenere”, quanto da quello oggi abbastanza diffuso di “appartenere senza credere ed impegnarsi”.

 

Aveva in mente l’esperienza maturata nella sua terra, il Trentino di fine ottocento, dove un Popolo – organizzato sopratutto dalle prime espressioni del cattolicesimo sociale – era stato chiamato all’impegno cooperativo e solidale contro la povertà e la marginalità. E in tale modo, quel Popolo aveva trovato ed assunto nella propria coscienza le ragioni della comune appartenenza e della responsabilità condivisa. La categoria di Popolo non era accompagnata, in Degasperi, con la cifra di una retorica identitaria in chiave nazionalista.

Egli – italiano nell’impero multinazionale austro-ungarico e trentino dentro la provincia tirolese – trasse dalle sue convinzioni ideali e politiche la capacità e la lungimiranza di rifiutare le banalizzazioni semplificatorie dei nazionalismi contrapposti e fu lontano sia dalla assimilazione culturale verso il mondo tedesco, sia dall’irredentismo militante e da ogni forma “sacralizzata” di Nazione.

 

Parlava al contrario di “appartenenze multiple” e di “coscienza nazionale positiva”. Che per lui era “ la creazione di un sentimento di affetto e di attaccamento alla propria nazionalità; uno stato d’animo duraturo che non produca solo degli scatti di ribellione quando la nazionalità è evidentemente minacciata, né si limiti all’attività in forma negativa di respingere gli attacchi”. Sopratutto, aveva ben chiaro – pur in quella stagione di pulsioni stataliste – la distinzione dovuta tra la dimensione della “nazionalità” di un Popolo e quella dello “Stato Nazione”. Le due dimensioni non potevano coincidere, in termini concettuali, laddove esistevano comunità minoritarie come nel Trentino Alto Adige/Süd Tirol. Potevano coesistere solamente attraverso la via del dialogo, del rispetto reciproco, della garanzia di forme speciali di autogoverno. Come Degasperi – per la nostra Regione – riuscì a fare con l’Accordo di Parigi del 1946.

 

Ma già molto prima egli manifestava queste profonde convinzioni. Nel suo intervento alla Camera dei Deputati in risposta al Discorso della Corona, il 24 giugno 1921, Degasperi diceva. “Forse il popolo italiano non ha compreso la sensibilità estrema di questa parete che abbiamo eretto al Brennero. Dinanzi a questo problema, a me pare che lo Stato centralista dalle tradizioni unitarie liberali non abbia né esperienza da sfruttare, né formule da applicare, né strumenti politici da mettere in opera. Perciò ritengo che il problema debba avere una soluzione regionalista, o localista se vi piace di dire meglio, non solo per la esperienza che vi possono portare quegli uomini politici i quali, sul terreno sperimentale, per esperienza di rapporti fra popoli di diversa nazionalità, hanno imparato, studiato ed applicato delle formule di compromesso per la convivenza di diverse nazioni e di diverse lingue, ma anche e soprattutto perché nella istituzione di autonomie locali è contenuto quel tanto di libertà e quel tanto di garanzia per il diritto di esistenza nazionale, che noi dobbiamo e possiamo concedere ai cittadini di diverse lingue, senza intaccare la nervatura centrale dello Stato. Perciò noi domandiamo la ricostituzione delle autonomie locali nelle nuove province (anche) in funzione di questo compito di assicurare una possibile convivenza con diverse nazionalità sulla frontiera settentrionale”.

 

Non so se Degasperi, quando più tardi intraprese il cammino europeo, coltivasse l’immagine di una Europa intesa come “insieme di minoranze”, come ebbe a dire Romano Prodi. Ma una cosa è certa: la filosofia che traspare dal suo magistero – fin da questo discorso del 1921 – rappresenta anche oggi l’unica via per mantenere la Pace in un continente nel quale – in larga parte, si pensi in particolare ad Est, ma non solo – la costituzione degli Stati Nazione ha diviso con nuovi confini molte identità nazionali, lingue e culture antiche e radicate. Questa filosofia ci torna alla mente – con tutta la sua forza lungimirante – difronte alla guerra che Putin ha scatenato contro l’Ucraina assumendo come pretesto (per me resta un pretesto) la situazione della minoranza russa del Donbass. Putin propugna una filosofia opposta a quella degasperiana: il nazionalismo come idolatria e la supremazia assoluta dello “Stato-Impero” su ogni altra dimensione della vita personale e collettiva.

 

Il concetto di Popolo in Degasperi si completa con quello di Comunità. Non esiste Popolo se non esiste Comunità. Essa non è l’insieme delle solitudini individuali o sociali. È l’idea di una casa comune, fondata su vincoli e legami di comune responsabilità. È frutto del respiro solidale di chi la abita. È la traduzione del codice del “Noi”, inteso non come astratta identità collettiva, ma come insieme di esperienze uniche ed irripetibili, connesse le une alle altre. La Comunità non si crea attorno ai diritti pretesi, ma attorno allo sforzo di tutti verso il Bene Comune. Che non è la mera sommatoria delle aspirazioni individuali. Questo mito del Bene Comune – che aveva formato Degasperi e tutta la classe dirigente Cristiano Democratica del tempo – è oggi sostituito da altri miti. E finché non sarà ripristinato, pur con linguaggi e coniugazioni non nostalgiche ma adeguate al nostro tempo, non possiamo illuderci di avere ancora politici capaci di testimoniare visioni di respiro degasperiano.

 

La questione è di grande urgenza, poiché la crisi della Democrazia è anche crisi di spirito comunitario. È crisi non solo di efficienza e di buon funzionamento, ma in primo luogo di inadeguatezza difronte alla domanda di quel “nuovo umanesimo” del quale parla spesso Papa Francesco. E, aggiungo, tocca proprio in primo luogo a chi si richiama , pur oggi con diverse forme, alla cultura politica cristiano-democratica trovare un terreno comune di testimonianza percepibile e credibile attorno a questo obiettivo. Solo così questa cultura politica ritroverà il senso di una sua rigenerazione nel nostro tempo. Non già in nostalgiche astrazioni politiche. E neppure in nessuna banale congettura di interessate transumanze parlamentari e di ceti dirigenti, che si riposizionano alla ricerca di un “centro” tanto proclamato come un mantra vuoto, quanto privo di vera anima e sovente confuso con il moderatismo.

 

Questa cultura si potrà reinterpretare con una nuova cifra di attualità solo attraverso una credibile testimonianza di servizio alla riprogettazione di una democrazia liberale nelle regole e nella tutela dei diritti ed assieme esigente, sociale e comunitaria nello spirito e nelle finalità. Del resto, Aldo Moro – nei suoi scritti giovanili – affermava: “Lo Stato è, nella sua essenza, società che si svolge nella storia, attuando il suo ideale di giustizia”. Per Degasperi, questa concezione di Popolo e di Comunità trovava la sua naturale traduzione nel valore delle Autonomie. Le Autonomie civili e sociali sono per Degasperi gli ambiti nei quali la Comunità sviluppa gli anticorpi di libertà nei confronti di ogni tentazione di Stato o di poteri assolutisti.

 

Le Autonomie territoriali sono le proiezioni istituzionali delle Comunità originarie, che lo Stato Nazione non può né annullare, né semplicemente assorbire. Deve invece riconoscerle, tutelarle, valorizzarle e armonizzarle in un disegno volto al Bene Comune generale, secondo regole di equità, responsabilità e solidarietà. Fin dal 1919 – cito un suo intervento del 21 maggio – Degasperi si dimostrò consapevole degli ostacoli sul cammino di questa idea. Rispondendo alle critiche di un organo di stampa romano verso le aspirazioni del Trentino, allora appena annesso al Regno d’Italia, a conservare i suoi istituti autonomistici, scrisse.

 

“Gli è che c’è qualcuno che sventuratamente non è d’accordo e questo qualcuno – più sventuratamente ancora – è la burocrazia statale, questa forza anonima che sfugge alle proteste e non discute, ma va minando ‘via facti’ lentamente e ogni giorno quello che noi nell’interesse del nostro popolo e della Nazione vorremmo conservare. È contro le insidie quotidiane di questa idra sotterranea che noi dobbiamo stare sul chi vive e lanciare di tratto in tratto il grido d’allarme”. Si riferiva, come poi specificò, alla tendenza ad assorbire, livellare, uniformare e centralizzare le peculiari esperienze sociali, economiche ed anche istituzionali maturate dalla sua terra natia prima della annessione all’Italia.

 

Questa sensibilità lo accompagnò durante tutto il suo successivo percorso e ispirò il suo pensiero e la sua azione a favore di una Repubblica rispettosa delle peculiarità territoriali e culturali. Ma Degasperi non smise mai di richiamare – anche su questo piano – più i doveri che i diritti. Riteneva che le Autonomie territoriali dovessero dare corpo alla responsabilità di essere “governatori di se stessi”. Con tutto ciò che questo comporta. “Amministrazione – disse in un comizio del 4 aprile 48 – non vuol dire decidere sopra una singola pratica al giorno, ma vedere di fare la bonifica del suolo che deve essere fatta, la distribuzione della proprietà come deve essere fatta, creare organismi industriali ed agricoli su base giusta, fabbricare le strade dove vanno costruite. Il che non si improvvisa in una giornata, né si ottiene con le frasi, ma con il lavoro e con lo studio continuo, con volontà tenace, con lealtà di mezzi e con la fede sicura che la democrazia non è una parola soltanto”.

 

E, nella Assemblea Costituente, il 29 gennaio 1948, aggiunse. “Io, che pure sono autonomista convinto e che ho patrocinato la tendenza autonomista, permettete che vi dica che le autonomie si salveranno, matureranno, resisteranno, solo ad una condizione: che dimostrino di essere migliori della burocrazia statale, migliori del sistema accentrato statale, migliori sopratutto per quanto riguarda le spese”. In altra occasione, mise in guardia sul rischio di una deriva fatta di tante “Repubblichette” incapaci di guardare a percorsi di lungo periodo e di immaginarsi aperte ai nuovi scenari che già in quel tempo immaginava di respiro europeo.

 

Nulla a che vedere, dunque, né con la logica del centralismo statalista né con la mitologia del separatismo micro nazionalistico e rivendicazionista. In questo senso, ammettiamolo, la realizzazione piena della “Repubblica delle Autonomie” è ancora molto di la da venire nel nostro Paese. Non pare più, del resto, nell’agenda politica ed i segnali anche recenti non sono affatto incoraggianti. Né sul piano di una coerente Riforma dello Stato Centrale, né su quello di un compiuto assetto regionalista, né su quello della valorizzazione dei dei Municipi. Per non parlare del governo delle aree interne, montane e non metropolitane, abbandonate ad una desolante solitudine e ad una sorta di deserto democratico.

 

Ma senza una svolta autonomistica vera ed esigente, così come senza un più forte trasferimento di sovranità sull’Europa, gli Stati Nazione – Italia in primis – perderanno sempre di più legittimazione, carisma democratico e capacità di corrispondere alle sfide nuove del nostro tempo. Esse esigono certamente dimensioni politiche e di governo sempre più ampie sui temi della politica estera e di sicurezza, nonché su quelli della crescita tecnologica ed economica. Ma nel contempo richiedono strumenti sempre più diffusi, radicati e localizzati di democrazia; identificazione vitale nelle istituzioni ai vari livelli; autogoverno responsabile e partecipato.

 

Permettetemi infine, fuori contesto ma forse non troppo, una piccola notazione del tutto personale di attualità politica. Ricordare Degasperi vuol dire rievocare una classe dirigente dotata di forte spiritualità interiore, motivazione etica, competenza, coraggio di visione. Ed anche di coerenza nei comportamenti e negli stili di vita pubblici e privati. Occorre tornare ad investire su queste virtù della Politica. Ed occorre dire un Basta “senza se e senza ma” alla deriva del populismo, dell’uno vale uno, della insostenibile leggerezza delle posizioni orientate solo dalla bussola variabile dei sondaggi. Da democratico cristiano degasperianamente convinto del limite invalicabile a destra, sono oggi molto disorientato e preoccupato nel vedere che l’alternativa alla destra si pensa di poterla costruire assieme a ciò che resta di una delle suggestioni anti politiche e demagogiche.

 

Lo spettacolo indecente da ultimo offerto in tema di rispetto degli impegni assunti in sede atlantica per la difesa comune, le ambiguità non superate delle simpatie putiniane, l’ostilità latente verso le forme della democrazia rappresentativa che traspaiono da questo mondo, mi inducono ad auspicare che sappiamo tutti riflettere bene e con lucidità sul da farsi in vista delle prossime elezioni politiche ed, ancor più, in vista di una nuova e necessaria stagione del nostro Paese. Penso per questo alla necessità di una coraggiosa iniziativa per la riforma del sistema elettorale in senso proporzionale, pur annunciata come contrappeso della insensata e demagogica riduzione dei Parlamentari ma perdutasi, pare, nella nebbia. È un passaggio essenziale (pur se non sufficiente) per poter immaginare un recupero delle diverse vitali soggettività politiche e per costruire una idea nuova di Coalizione (nell’ accezione degasperiana), capace di dare continuità, piena legittimazione di consenso popolare e prospettiva di lungo periodo al sentiero di rinnovamento della società e delle istituzioni – in senso pienamente europeista – abbozzato nell’Agenda Draghi.

 

Un’Agenda che rappresenta l’unica speranza per il Paese e per l’Europa, ma che senza una nuova Politica e senza la riscoperta proprio dei valori di “Popolo, Comunità e Autonomie” rischia di rimanere nella angusta dimensione dell’emergenza e priva del necessario carisma democratico necessario per guidare ed accompagnare la trasformazione delle nostre comunità.