Gustavo Pietropolli Charmet,: “Occorre un patto educativo tra scuola, famiglia e contesti di vita degli adolescenti”

Prof. Gustavo Pietropolli Charmet, "Psichiatra e psicoterapeuta dell’adolescenza, già Docente di Psicologia Dinamica presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca e già Primario dei servizi psichiatrici di Milano. È socio fondatore dell’Istituto Minotauro di Milano. È Responsabile Scientifico del Consultorio Gratuito per adolescenti e genitori della Cooperativa Sociale Minotauro di Milano. È docente della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia dell’Adolescente e del giovane adulto Minotauro di Milano. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche e saggi sull’adolescenza".

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Professore, il tema dell’educazione sembra oggi cruciale nel dibattito socio-culturale prevalente e c’è chi parla apertamente di “emergenza educativa”. Si tratta di una sensibilità che corrisponde a una necessità nuova e particolare, che riguarda il sistema formativo, o in questo buttarsi a capofitto sull’educazione come problema da risolvere c’è anche il riverbero di una società in crisi, profondamente diseducata sui valori, sui sentimenti e sulle relazioni personali?

L’esperienza professionale degli ultimi anni mi induce a ritenere che gli adulti siano confrontati con delle “nuove normalità” da parte dei giovani d’oggi. Bambini, adolescenti e giovani adulti presentano una qualità di relazione col tempo, col corpo, col denaro, col potere, con le leggi, con la scuola e la famiglia che ha delle caratteristiche di importante novità. Secondo loro si tratta di stili di vita e di modi di stare in gruppo, di usare le sostanze, il futuro, i valori, la società, il gruppo assolutamente normali. Sostengono cioè che non c’è l’intenzione di contestare le leggi e le tradizioni, di segnalare un disagio generazionale, di proporre un cambiamento nei valori; non c’è aggressività e neppure dolore, solitudine o rabbia, c’è anzi ricerca del piacere, dello stare bene assieme. Gli adulti però non sono d’accordo ed hanno anzi l’impressione che usino troppe sostanze proibite, bevano troppo alcool, vivano troppo di notte, dipendano esageratamente dal gruppo dei coetanei, non si assumano responsabilità nei confronti della salute e del futuro. Perciò gli adulti tendono a considerare ciò che succede nel mondo giovanile una “emergenza educativa” e ricorrono a chiavi di lettura frettolose e il più delle volte superficiali; tendono a patologizzare le condotte di gruppo e a criminalizzare le abitudini ipotizzando che siano dettate da intenzioni di protesta o dal bisogno di attirare l’attenzione sul proprio disagio. Perciò fra l’universo giovanile e il mondo degli adulti in questa fase ci sono importanti difficoltà ad intendersi, pur non essendoci una conflittualità grave.

Di fatto tutti sciorinano teorie e dottrine, e chi alza la voce in genere non ha mai messo piede in una scuola. Ma perché questo è un tema che interessa così morbosamente tutti? E dove comincia lo specifico professionale della scuola e dei suoi operatori, per evitare che la formazione diventi una semplice opinione, un argomento da bar dello sport?

Credo che l’arroganza e la superficialità con cui si disserta di formazione ed educazione dipenda anche dalla rottura del patto educativo fra scuola e famiglia e dalla frequente conflittualità che si attiva fra gruppi di genitori e consigli di classe che può giungere a risuonare nelle aule dei tribunali. La famiglia tende a delegare alla scuola troppe funzioni ed anche la società chiede interventi formativi e preventivi di ogni tipo. Si tratta in realtà di funzioni che appartengono allo statuto educativo della famiglia e della società ma la delega alla scuola non viene riconosciuta ufficialmente e ciò porta alla denigrazione della competenza della scuola nella sua specifica area di intervento. C’è da augurarsi che si riesca a sottoscrivere un nuovo patto educativo fra scuola e contesto di vita dei propri allievi e che si possa collegialmente ridefinire l’area di intervento di ogni istituzione, dalla famiglia al mondo del lavoro, dagli enti locali alle aziende, dai servizi psico-socio-educativi al mondo degli oratori e delle parrocchie, dall’universo sportivo alle organizzazioni culturali e del tempo libero.

Lei si è occupato ultimamente, a più riprese degli adolescenti: perché emerge oggi, di loro, questa duplice immagine, di spavalderia e di fragilità?  Molto ragazzi sono bulli per ribellione, altri per imitazione, altri e molti di più sono semplicemente soli e senza riferimenti affettivi, a cominciare dalle famiglie. Da dove originano le incomprensioni e le solitudini che allontanano i giovani dagli adulti fino a cercare forme nuove, più spontanee e stimolanti di aggregazione e di consenso, specie nei gruppi dei pari?

I cambiamenti avvenuti nel modello educativo familiare spingono i bambini e i ragazzi a socializzare molto precocemente fra loro e li abituano a dare una grande importanza alla rete di relazione con i coetanei, sia reale che virtuale. Stanno immersi in un bagno di relazioni di gruppo con i coetanei, sia maschi che femmine, per molte ore al giorno e stabiliscono fra loro legami non solo sociali, di scuola o di squadra, ma anche intensi rapporti affettivi e di reciproca dipendenza. Ciò fa si che giunti alla preadolescenza prediligano lo sviluppo ulteriore dei legami fra pari età rispetto alla partecipazione ad attività organizzate dagli adulti e dal mondo educativo e sportivo. La crisi dell’associazionismo giovanile dipende dallo strapotere che ha acquisito il gruppo spontaneo che diserta gli spazi tradizionali e si incontra in spazi nuovi, certamente non predisposti per l’educazione, come ad esempio i Centri Commerciali o gli spazi sociali non utilizzati tipo i corridoi della Metropolitana a Milano.

Come vivono, cosa fanno i  giovani adolescenti di oggi? Può definire a grandi linee il trend degli ultimi dieci anni?

Credo che la novità più importante nell’area della devianza e antisocialità giovanile sia l’elevata frequenza dei reati commessi da un nuovo soggetto sociale: il piccolo gruppo di adolescenti, prevalentemente maschi, sia italiani che stranieri. Si tratta spesso non  di vere e proprie bande, organizzate e strutturate in base al codice mutuato dalla delinquenza adulta, ma spesso sono ragazzi che la stampa definisce “normali”, che vivono in un contesto adeguato, che frequentano la scuola ma che partecipano devotamente alle imprese alle attività del loro gruppo di amici che a volte può decidere di realizzare delle imprese rischiose, trasgressive, devianti, coinvolgendo la volontà individuale e piegando i valori personali al bisogno del gruppo di realizzare in quel momento una impresa stupefacente ed emozionante. Ciò fa si che troviamo nel circuito penale minorile dei ragazzi non delinquenti ma che hanno commesso dei reati a volte crudeli, dominati e succubi della volontà prepotente del proprio gruppo di amici trasformati in complici di delitti di cui non prevedevano le conseguenze e di cui stentano a pentirsi poiché ritengono che a commetterlo sia stato il gruppo e che la propria partecipazione sia stata minima, più da spettatore che da protagonista.

Attribuire colpe è ormai uno sport nazionale: la scuola non funziona, la famiglia non riesce o fallisce, le istituzioni non aiutano. Ma davvero si può pensare a un ‘anno zero’, ad un momento in cui, cioè, riformata la scuola, sostenuta la famiglia, rafforzato l’welfare di colpo, come per magia, si crea un meccanismo istituzionale perfetto e oliato che integra e risolve il problema del crescere, dell’educarsi, del formarsi, dell’imparare? O resta un problema etico di fondo: “che cosa ci si sta a fare a scuola, invece che altrove”?

Il problema etico è molto importante perché molti strani fenomeni mi sembra che diventino comprensibili se accettiamo l’ipotesi che i ragazzi non diano più alla scuola un significato simbolico. Non regalano neppure ai loro docenti un significato istituzionale e simbolico. Entrano nella loro scuola come si trattasse di un luogo di incontro, di socializzazione, di esperienza di vita, ma non scorgono e non le attribuiscono un significato etico, valoriale, in base al quale possano sperimentare il rispetto e la responsabilità che sorge spontaneamente nei giovani se avvertono di essere inscritti in un  dispositivo saturo di valori e che chiede devozione indipendentemente dalla prestazione che in quel momento garantisce. Ciò fa si che il singolo docente debba ogni mattina ricostruire il significato istituzionale e quindi simbolico ed etico del lavoro scolastico a fronte di un gruppo di giovani che non vedono il ruolo ma la persona; prendono atto che si tratta di una donna o di un uomo, che è giovane o già vicino al pensionamento, elegante o trascurato, simpatico o indifferente, severo o alla mano e tanti altri requisiti che non sono più inscritti nel valore preliminare regalato dal ruolo di docente, orami derubato del suo significato simbolico.

Tutta la pedagogia degli ultimi anni ha intrapreso una deriva morbida: non direttività, insegnamenti integrativi, didattica compensativa, sostegno e inclusione, facilitazione. Una sorta di gigantesca ‘protesi educativa’ per sostenere i processi di apprendimento, di crescita e di maturazione dei nostri ragazzi. Ma le parole impegno, sacrificio, senso del dovere, rispetto, merito sembrano essere state espunte dal pedagogese a lungo imperante e alla moda. Non è che la conclamazione di tanti diritti ha poi portato a troppi rovesci?

Penso che la “deriva troppo morbida” non sia interamente da attribuire alle riforme educative e didattiche introdotte nella scuola o ai cambiamenti del modelli educativi adottati dalla famiglia, Penso che molte piccole riforme siano state utili e necessarie e molte sono l’espressione di importanti conquiste culturali, ma i ragazzi ed i bambini sono enormemente influenzati dalla sottocultura dei mass media, dai modelli proposti dall’universo pubblicitario e dalla loro appassionata partecipazione alla realtà virtuale. Credo che la società del “narcisismo”, “liquida”, delle “passioni tristi”, dei modelli che premiano la visibilità, il successo, l’acquisizione di denaro con qualsiasi sistema, sia all’origine di molti disastri educativi e che le agenzie che hanno competenze e mandato educativo dovranno fare uno sforzo enorme per impedire che la mente dei figli e degli studenti venga inquinata  dalla sottocultura della società in cui  i ragazzi cercano di crescere e capire quali siano i valori ai quali ispirare le loro scelte di vita.

Mi pare che della scuola circoli un’immagine più legata al sistema, all’organizzazione che genera un servizio, piuttosto che la consapevolezza del valore etico, culturale, pedagogico dell’atto formativo. Famiglie, studenti, docenti, sindacati, politici, opinionisti: si preoccupano più di riempire la scuola di nuovi contenuti, obblighi, esiti, risultati, di definirne i contorni, i tempi e i modi dei servizi da erogare, fino a ingolfarla,  più di quanto riflettano sul senso etico del rapporto educativo, di ciò che riguarda l’insegnante e lo studente in quanto persone e il loro essere lì, insieme, l’una per aiutare l’altra a crescere e formarsi.

Ho l’impressione che sia in atto un tentativo di riscrivere il patto fra docente e studente alla luce della ridefinizione dell’etica della responsabilità, più che del dovere, delle regole, della tradizione culturale. Questa generazione di studenti non è facilmente reclutabile in dispositivi fortemente normativi ma è disponibile a partecipare affettivamente e personalmente ad imprese che sottolineino l’importanza della responsabilità individuale. La difficoltà maggiore mi sembra che consista nell’aiutare i ragazzi a capire l’importanza che ha imparare ad usare il proprio ruolo di studente e le sue ricche mediazioni per mettersi in relazione con i compagni e gli adulti della scuola, evitando di illudersi che le relazioni possano realizzarsi attraverso l’uso della persona invece che del ruolo. Anche molti docenti in difficoltà dovrebbero essere dissuasi dal tentare di usare la persona al posto del ruolo in un ultimo disperato tentativo di stabilire una relazione efficace con i propri studenti.

Aveva scritto Cesare Scurati: “La scuola è il posto di lavoro dove si generano relazioni umane”. E’ questa la sua ‘mission’ principale, come si usa dire oggi, oltre l’istruzione in senso stretto?

Tutto ciò che ha scritto Scurati è sempre degno della massima attenzione. Dal punto di vista della mia professione di psicologo e della disciplina che ho insegnato per molti anni “psicoanalisi dell’adolescenza” penso anch’io che quando la scuola funziona bene si generino importanti relazioni umane. Nel ricordo di molti adulti l’esperienza scolastica rimane spesso registrata come quella che più di altre ha consentito di incontrare persone decisive per la propria formazione umana e personale, sia fra i coetanei che fra i docenti. Ciò è possibile se il benessere a scuola è garantito, se la conflittualità fra le due generazioni è basso e gestibile con la negoziazione e il confronto, se i docenti sono soddisfatti ed orgogliosi del proprio mestiere e se i ragazzi avvertono che si fa molto sul serio, che la realizzazione della loro persona passa attraverso la scuola, che si sta costruendo futuro, che si sta imparando a diventare cittadini, che si lavora sulle regole della democrazia e che si sta imparando a diventare soggetti della propria vita, capaci di essere la propria storia e i propri pensieri.

Il critico Davide Rondoni ha posto da tempo il problema della lenta e inesorabile espunzione della ”poesia” dalla scuola. Non nel senso che non si insegni a mandare a mente dei versi ma in quello del ‘gusto’ che resta dopo averli studiati, il rievocarli come chiave di lettura della cultura e della vita, l’usare la poesia come motivo di affinamento del buono e del bello, la chiave di accesso all’educazione sentimentale. Negli ultimi tempi è prevalsa in effetti la preoccupazione di un adeguamento delle competenze scientifiche degli alunni, la conoscenza dei media, l’uso delle nuove tecnologie. Scomparirà allora dalla scuola l’esprit de finesse?

Mi auguro che le nuove tecnologie invece che favorire la diffusione di un linguaggio rudimentale e sincopato consenta e imponga di acquisire competenze nell’arte della comunicazione, costruendo un linguaggio multimediale al quale concorrano immagini, suoni, disegni, narrazioni, pagine scelte del proprio diario di vita. Qualcosa del genere sta succedendo e mi sorprende la quantità di tempo che molti ragazzi trascorrono a scrivere di sé, a raccontare con le immagini la propria epopea utilizzando le nuove tecnologie e il pubblico immenso che mette a disposizione, favorendo la nascita di nuove relazioni o il recupero di quelle smarrite. La seduzione e il corteggiamento virtuale sono senza dubbio più spudorati e meno simbolici e raffinati di quelli usati dalla letteratura amorosa di un tempo, ma hanno il merito di coinvolgere milioni di persone di tutto il pianeta in un grandioso sforzo per trovare le parole per dirlo. A rassicurarmi sulla vitalità della poesia c’è poi la quantità enorme di spettatori che si accalcano per ascoltare dal vivo la lettura di Dante e la recita a memoria di interi canti.

Mio padre, un semplice maestro elementare, mi aveva insegnato questa regola per lui fondamentale: “fai in modo che i tuoi alunni vengano a scuola volentieri e ti accorgerai di essere a metà dell’opera”. Poi sono venute le teorie comportamentiste, i diagrammi di flusso, i focus group, le didattiche motivazionali, le tre ‘i’ , le quattro ‘e’ e tutto il resto. Trovo che oggi ci siano alunni forse più sollecitati da incalzanti novità didattiche ma più spenti rispetto al piacere di andare a scuola. Recentemente Giuseppe De Rita mi ha detto che dobbiamo riappropriarci del ‘gusto di vivere’. E’ così’ anche per il gusto di imparare? Aveva ragione l’insegnante Robin Williams – il “capitano, mio capitano”, del film ‘L’attimo fuggente’?….

Tuo padre aveva ragione, come ben sai, ed anche De Rita dice sempre cose intelligenti. Credo che siamo in molti ad essere d’accordo sull’importanza cruciale di riattivare le motivazioni nei confronti del “gusto di imparare”. Si comincia a litigare quando si tratta di decidere quali siano i metodi più efficaci per realizzare l’obiettivo. Personalmente sono ottimista: il figlio dell’uomo ha una relazione devota con la produzione di simboli e non si rassegnerà alla carestia di bellezza e di intelligenza che purtroppo affligge il mondo della comunicazione attuale.