I concili sono più importanti dei trattati

Pubblichiamo la breve riflessione sui concili che lo scrittore inglese scrisse nel 1934 e che «L’Osservatore Romano» mise in pagina oltre trent’anni dopo, nell’edizione del 6 agosto 1965.

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Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Gilbert Keith Chesterton

In tutta la confusione della spensieratezza moderna, che vuol chiamarsi pensiero moderno, non c’è nulla forse di così stupendamente stupido quanto il detto comune: «La religione non può mai dipendere da minuziose dispute di dottrina». Sarebbe lo stesso affermare che la vita umana non può mai dipendere da minuziose dispute di medicina. L’uomo che si compiace dicendo: «Non vogliamo teologi che spacchino capelli in quattro», sarebbe forse d’avviso di aggiungere: «e non vogliamo dei chirurghi che dividano filamenti ancora più sottili»?

È un fatto che molte persone oggi sarebbero morte se i loro medici non si fossero soffermati sulle minime sfumature della propria scienza; ed è altrettanto vero che la civiltà europea oggi sarebbe morta se i suoi dottori di teologia non avessero argomentato sulle più sottili distinzioni di dottrina. Nessuno scriverà mai una storia d’Europa un po’ logica finché non riconosca il valore dei Concili della Chiesa, quelle collaborazioni vaste e competenti che ebbero per scopo di investigare mille e mille pensieri diversi per trovare quello unico della Chiesa.

I grandi Concili religiosi sono di una importanza pratica di gran lunga superiore a quella dei Trattati internazionali, perni sui quali si ha l’abitudine di far girare gli avvenimenti e le tendenze dei popoli. I nostri affari di oggi, infatti, sono ben più influenzati da Nicea ed Efeso, da Trento e Basilea che da Utrecht, o Amiens, o Versailles. In quasi tutti i casi vediamo che la pace politica ebbe per base un compromesso; mentre la pace religiosa si fondava su di una distinzione. Non fu affatto un compromesso dire che Gesù Cristo è vero Dio e vero Uomo, come lo fu la decisione che Danzica sarebbe stata in parte polacca e in parte tedesca: era invece la dichiarazione di un principio la cui perfetta pienezza lo distingueva sia dalla teoria ariana, sia da quella monofisita. E questo principio ha influito ed influisce tuttora sulla mentalità di Europei, dagli ammiragli alle fruttivendole, che pensano (sia pure vagamente) a Cristo come a qualcosa di Umano e Divino nello stesso tempo. Mentre il domandare a una fruttivendola quali siano per lei le conseguenze pratiche del Trattato di Utrecht, sarebbe meno che fruttuoso.

Tutta la nostra civiltà risulta di queste vecchie decisioni morali, che molti credono insignificanti. Il giorno in cui furono portate a termine certe note contese di metafisica sul Destino e sulla Libertà, fu deciso anche se l’Austria dovesse o no somigliare all’Arabia, o viaggiare in Ispagna dovesse essere lo stesso che viaggiare nel Marocco. Quando i teologi fecero una sottile distinzione fra la sorta di onore dovuto al matrimonio e quello dovuto alla verginità, impressero alla civiltà di un intero continente un marchio di rosso e di bianco, marchio che non tutti rispettano ma tutti riconoscono anche quando l’oltraggiano.

Nello stesso modo, allorché si stabilì la differenza fra il prestito legale e l’usura, nacque una vera e propria coscienza umana storica, che anche nello spettacoloso trionfo dell’usura, nell’età materialistica, non si è potuto distruggere. Quando san Tommaso d’Aquino definì il diritto di proprietà e nello stesso tempo gli abusi della falsa proprietà, fondò la tradizione di una schiatta di uomini riconoscibili, allora e ora, nella politica collettiva di Melbourne e Chicago: e ciò staccandosi dal comunismo coll’ammettere i diritti di proprietà, ma anche protestando, in pratica, contro la plutocrazia.

Le distinzioni più sottili hanno prodotto i cristiani comuni: coloro che credono giusto il bere e biasimevole l’ubriachezza; coloro che credono normale il matrimonio e anormale la poligamia; coloro che condannano chi colpisce per primo ma assolvono chi ferisce in propria difesa; coloro che credono ben fatto scolpire le statue e iniquo adorarle: tutte queste sono, quando ci si pensa, molto fini distinzioni teologiche.

II caso delle statue è particolarmente importante in questo argomento. Il turista che visita Roma è colpito dalla ricchezza, quasi sovrabbondanza, di statue che vi si trovano. Orbene, il fatto dell’importanza dei Concili diviene ancora più impressionante quando tutto l’avvenire artistico di una terra dipende da una sola distinzione, e la distinzione stessa da un solo Uomo. Fu solamente il Papa che rilevò la differenza fra la venerazione delle immagini e l’idolatria; fu lui solo a salvare tutta la superficie artistica dell’Europa, e di conseguenza l’intera carta geografica del mondo moderno, dall’essere nuda e priva dei rilievi dell’Arte. Nel difendere quest’idea, il Pontefice difendeva il San Giorgio di Donatello e il Mosè di Michelangelo, e com’egli fu forte e deciso in Roma, così il David sta gigantesco a Firenze, e i graziosi putti di Della Robbia appaiono come squarci di azzurro e nubi nel Palazzo di Perugia e nelle celle di Assisi. Se dunque una tale distinzione teologica è un filo sottile, tutta la storia dell’Occidente è sospesa a quel filo. E se non è che un punto di affermazione, tutto il nostro passato si trova in equilibrio su di esso.