PUNITO IL RIFORMISMO SENZA BASI POPOLARI, ORA È TEMPO DI RIFONDARE UNA POLITICA DI LIBERTÀ E SOLIDARIETÀ.

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L’accentuazione del carattere “radical-riformista” del Pd ha indebolito progressivamente la capacità di raccolta del consenso. La sconfitta è figlia della falsa iridescenza di un progressismo fantasioso, non incline a fare i conti con le preoccupazioni dell’Italia profonda. Adesso urge prendere nota della necessità di una opposizione che muova da condotte responsabili, senza l’inciampo di vecchi e nuovi radicalismi. Dobbiamo essere pronti a a rimescolare le carte affinché la politica di centro-sinistra mostri il volto del riformismo popolare e democratico.

La sconfitta ha posto il Pd dinanzi allo specchio della realtà. Qualcosa ha interrotto il flusso di attenzioni e simpatie che fino a metà campagna elettorale davano nei sondaggi la misura di una crescita non eccezionale, ma neppure trascurabile. Dicevano, i sondaggi, che l’asticella poteva salire al 22 per cento, per alcuni istituti anche sopra. Non a caso, sull’onda di questi dati, Letta si determinava a spingere sull’acceleratore della competizione diretta ed esclusiva con Fratelli d’Italia. Sembrava possibile compensare il successo della coalizione di destra, data per scontata, con l’affermazione del Pd come primo partito in assoluto. Anche un giornale importante come “Repubblica” ha finito per appoggiare questa impostazione immaginando che le conseguenze del voto andassero calibrate sulla scorta di una duplice vittoria: quella della Meloni come leader della destra coalizzata e quella di Letta come leader del Pd. 

Tutto questo si è dissolto nel prosieguo della campagna elettorale. L’accentuazione del carattere “radical-riformista”, specie sul fronte dei diritti individuali, e insieme l’attenuazione del legame con l’esperienza del governo Draghi, hanno indebolito progressivamente la capacità di raccolta del consenso. Una parte dell’elettorato non si è più sentita rappresentata, nemmeno in forza di quel richiamo insistito e un po’ altezzoso al cosiddetto voto utile. È iniziato così il calo nei sondaggi tra lo sconcerto dei quadri di partito e lo scetticismo degli strateghi elettorali, spesso troppo sicuri delle loro personali convinzioni circa la condotta delle persone in carne ed ossa, anche quelle tradizionalmente legate al Pd. È stato un grave errore di valutazione.

La sconfitta è figlia della falsa iridescenza di un progressismo fantasioso, non incline a fare i conti con le preoccupazioni dell’Italia profonda e destinato perciò a rendere meno inclusiva la proposta della rabberciata coalizione di centro-sinistra. Eppure il Pd aveva in origine   l’obiettivo di saldare nell’unica opzione riformista segmenti di opinione pubblica e di elettorato oscillanti tra la sinistra democratica e il centro progressista. Dentro la sconfitta c’è il peso di una visione alterata dell’Italia, da cui, infine, discende quel tratto “antipatico” di partito dei ceti più protetti, prevalentemente urbani, di fatto meno esposti ai venti della crisi. Al Pd è mancata in campagna elettorale la capacità di rafforzare il suo profilo di partito responsabile, architrave del governo Draghi, pilastro della politica di solidarietà atlantica, punto di riferimento ineludibile dell’europeismo, difensore “senza se e senza ma” delle ragioni del popolo ucraino: questo patrimonio è parso frantumarsi in episodiche sortite, senza più l’efficacia di un messaggio a tutto tondo.

Adesso, nell’imminenza di consultazioni che preludono alla nascita dell’esecutivo a guida Meloni, urge prendere nota della necessità di una opposizione che muova da condotte responsabili, senza l’inciampo di vecchi e nuovi radicalismi. 

Lo scenario è destinato a mutare. È chiaro che si deve quanto prima ricomporre l’area autenticamente riformista ed è altrettanto chiaro che questa ricomposizione può esigere soluzioni al momento imprevedibili. Occorre una buona dose d’intransigenza nella difesa dei principi, ma serve al tempo stesso un disegno di apertura, per coinvolgere i distanti e i dubbiosi. Dobbiamo essere pronti a a rimescolare le carte affinché la politica di centro-sinistra mostri il volto del riformismo popolare e democratico, dando respiro alle identità diverse di una coalizione incentrata sui valori di libertà e solidarietà. Molto possono, fare ancora, i cattolici democratici.

Luca Bedoni, Presidente del Consiglio municipale – Roma IX.