PUTIN ADESSO ARRANCA. LO STALLO DELLA GUERRA GENERA UN DUBBIO: QUANTO PUÒ REGGERE LA RUSSIA?

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Meno forte sul piano internazionale, ora il Capo del Cremlino rischia di trovarsi meno forte anche su quello interno. Ora, se il conflitto dovesse proseguire – come purtroppo è probabile, magari con un rallentamento nel corso del lungo inverno – per diverso tempo ancora, quanto reggerà la capacità della Russia nel sopportare le sanzioni occidentali?

Putin è in condizioni di estrema difficoltà e quindi alza la posta ricordando al mondo di possedere l’arma nucleare e di essere pronto ad usarla (“non è un bluff”). La mobilitazione parziale e la chiamata alle armi di 300.000 riservisti è una palese ammissione che la cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina sta andando male e che senza urgenti correttivi andrà pure peggio. Questa, in sintesi, è la valutazione prevalente presso le cancellerie occidentali e le redazioni dei grandi organi di stampa americani ed europei.

Ma quanto essa è fondata su dati di fatto reali? O quanto piuttosto è il frutto di un nostro diffuso wishful thinking? Non è dato sapere cosa sta accadendo all’interno del Cremlino e cosa si sta muovendo, o meno, fra le élite russe. Ma qualche interpretazione è desumibile dall’osservazione dei più recenti avvenimenti. 

L’avanzata verso est dell’esercito ucraino nel corso degli ultimi due mesi, con la riconquista di porzioni significative di territorio, ha confermato la debolezza complessiva della campagna militare russa. Non solo essa ha fallito – da subito – i suoi obiettivi originari, inclusivi naturalmente della capitale ucraina oltre che di tutta la costa del Mar Nero; ma non è riuscita neppure a consolidare definitivamente le conquiste territoriali effettuate, ora tutte a rischio. La decisione di sottoporre a un referendum frettoloso e palesemente farsesco l’annessione delle due province autonome di Donetsk e Lugansk, della regione di Zaporizhzhia (quella della centrale nucleare) e della città di Kherson vuole proprio esorcizzare il pericolo di perderle militarmente (eventualità non probabile ma nemmeno impossibile, alla luce di quanto si è visto nelle ultime settimane). Divenendo formalmente russe – pur a fronte del certo non riconoscimento da parte della gran parte della comunità internazionale – esse potranno venire difese come territorio russo e dunque “ad ogni costo e con qualsiasi mezzo”.

Si mormora che questa ulteriore radicalizzazione di una situazione già molto complicata sia stata voluta dall’ala più intransigente e dura della cerchia di potere che gravita intorno a Putin, il quale si è visto costretto ad avallarla (segnale di un’iniziale perdita di forza interna dell’autocrate). Si sussurra pure, d’altro canto, che l’isolamento fisico cui il Presidente russo è ormai sottoposto dall’Occidente (paradigmatico è stato il mancato invito ai funerali planetari della Regina Elisabetta) abbia instillato in lui altro fiele che si aggiunge a quello accumulato sin qui.

Anche sul piano dei rapporti internazionali sui quali ha investito di più le cose paiono procedere meno bene del previsto. Ne è stata dimostrazione il vertice della Shangai Cooperation Organisation (SCO) tenuto a Samarcanda settimana scorsa. Un foro di dialogo politico imperniato sulla cooperazione economica e infrastrutturale che raduna 9 Paesi che insieme hanno il 40% della popolazione mondiale e il 25/30% del PIL globale. La speranza dell’uomo del Cremlino era che esso definisse una sorta di “patto” fra i leader di un mondo baricentrato sull’Asia “alternativo” a quello occidentale. Con forti tratti antiamericani, testimoniati dalla firma del memorandum di adesione alla SCO del presidente iraniano Ebrahim Raisi; e dalla ambigua partecipazione ad esso, forse ancora più inquietante per Washington, di alleati riottosi ma non per questo meno strategici come Turchia (nella NATO) e India (nel QUAD).

L’incontro di Samarcanda ha invece evidenziato il crescente disagio della Cina nel mantenere un atteggiamento amichevole nei confronti della Russia in costanza di una guerra che ad essa crea solamente problemi in quanto impoverisce la sua marcia di avvicinamento economico ai ricchi mercati occidentali attraverso la sua imponente ed ambiziosa Nuova Via della Seta (la Belt & Road Initiative). Un disagio che si trasforma in possibile ostilità nel momento in cui avvisa Mosca che il Kazakistan è un Paese sovrano al quale non è associabile alcuna filosofia anche solo vagamente pan-russa (come per estensione qualche ideologo moscovita ha ipotizzato). Ma messaggi precisi sono giunti a Putin pure dal Presidente indiano Modi, con il suo fermo monito contro la guerra, e dall’autocrate turco Erdogan (l’unico peraltro che riesce a tentare qualche mediazione fra i contendenti russi e ucraini), che ha invitato Putin a ritirare le truppe dal territorio ucraino.

Meno forte sul piano internazionale, ora il Capo del Cremlino rischia di trovarsi meno forte anche su quello interno. Questa è, ovviamente, una valutazione che sarà tutta da verificare. Resta il fatto, però, che all’indomani della comunicazione con la quale si è annunciata la “mobilitazione parziale” numerose proteste si sono sollevate non solo a Mosca e a San Pietroburgo e moltissimi giovani hanno preso il primo volo utile per espatriare. Sfidando rischi certi migliaia di persone hanno trovato la forza e la volontà per manifestare e contestare le scelte dell’autorità costituita: ciò dimostra che qualcosa sta covando sotto la patina di quell’ufficioso 70% di sostegno popolare al Presidente e alla sua politica. Certamente il consenso nei confronti della guerra in Ucraina viaggia su percentuali minori. Anche nelle periferie orientali dello sterminato Paese. 

Ora, se il conflitto dovesse proseguire – come purtroppo è probabile, magari con un rallentamento nel corso del lungo inverno – per diverso tempo ancora, quanto reggerà la capacità nel sopportare le sanzioni occidentali? Il fatto che in più circostanze sia Putin sia il Ministro degli Esteri Lavrov abbiano collegato l’ipotesi di un qualsiasi negoziato alla fine delle medesime significa senza dubbio che esse stanno colpendo – in maniera più o meno dura, questo non lo sappiamo ancora – il sistema-Paese nel suo complesso. Sembrerebbe pure il suo comparto militare nei suoi sistemi d’arma più sofisticati, il che non sarebbe davvero cosa di poco conto.

Le guerre, dovrebbe essere noto anche a Putin, si sa quando e come si cominciano ma non quando e come si finiscono. Un vecchio detto che si sta rivelando veritiero anche questa volta. Accade spesso che chi le inizia poi non le finisce. Potrebbe essere questo, ora, il dubbio atroce di Vladimir Vladimirovic.