Putin vuole costruire un nuovo polo mondiale, magari con la Cina. Intanto la data simbolo del 9 maggio si avvicina.

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La diplomazia langue mentre il conflitto in Ucraina si radicalizza e rischia di allargarsi. Si delineano nuovi futuri scenari geopolitici. Un serio negoziato è l’ultima cosa che il Supremo Capo del Cremlino possa al momento accettare.

 

Giorgio Radicati

 

Il recente vertice di Ramstein ha accentuato la preoccupante frattura tra l’Occidente, guidato con grande determinazione da Stati Uniti e Gran Bretagna e sempre più impegnato nella fornitura di armi all’Ucraina, ed una Russia che le mire imperialiste di Putin hanno trasformato in una potenza antagonista e militarista, intenzionata a ripristinare l’antico dominio (zarista prima e comunista dopo) sui paesi satelliti. Per cui, se qualche minoranza linguistica oltre confine manifesta sentimenti nostalgici per i tempi andati e la volontà di ricongiungersi alla “madre patria”, ciò diventa subito per Mosca motivo sufficiente per intervenire, portando indietro l’orologio della storia ed ignorando i più elementari principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite,  ossia invadere un paese confinante e scatenare un grave conflitto senza curarsi delle imprevedibili rischiose conseguenze, non ultima l’impiego dell’arma nucleare nelle diverse gradualità di implementazione, tattica e strategica.

 

L’acuirsi e protrarsi della guerra e il parallelo progressivo peggioramento delle relazioni fra Mosca e Washington (giunte ormai ai minimi storici) sono tuttavia suscettibili di provocare anche una serie di mutamenti nella geo-politica planetaria inimmaginabili fino a soltanto poche settimane orsono, destinati a consolidarsi nel tempo e a ripercuotersi sulla vita quotidiana e sulle aspettative di milioni e milioni di persone.

 

Infatti, di fronte alla netta contrarietà dell’Occidente al suo disegno, Putin ha espresso l’intenzione di costruire un nuovo polo mondiale, possibilmente d’intesa con la Cina, ossia una scelta, all’apparenza irreversibile, per liberarsi definitivamente dalla insopportabile pressione dei rivali occidentali membri della NATO (in primis, gli Stati Uniti), cui contrapporre un blocco asiatico.

 

Come si evince, adattata alle attuali esigenze strategiche, questa nuova visione putiniana del mondo sembrerebbe escludere ogni tentativo di comporre negozialmente l’attuale conflitto, inserito probabilmente in un piano strategico di medio e lungo periodo, la cui realizzazione passerebbe cioè proprio attraverso il controllo dell’Ucraina. Il fatto che essa si stia rivelando molto più difficile di quanto ipotizzato rischia pertanto di trasformarsi in una grave sconfitta per Putin e non soltanto militare, ma anche e soprattutto politica, che lo obbligherebbe a riporre nel cassetto, per chissà quanto tempo ancora, i sogni a lungo coltivati e vedere fortemente intaccato il suo prestigio.

 

Ecco perché forse un serio negoziato è l’ultima cosa che il Supremo Capo del Cremlino possa al momento accettare. Molto più conveniente per lui portare avanti le ostilità e trasformare la discesa in campo dell’Occidente a sostegno militare dell’Ucraina in un ulteriore valido pretesto del conflitto. In tal senso, egli potrebbe addirittura cinicamente presentare la Russia, ad uso interno ed internazionale, da paese aggressore a paese aggredito (sic!). In altri termini, l’aiuto militare occidentale all’Ucraina – autentica spina nel fianco di Mosca, che le ha reso la guerra più difficile e costosa in termini di perdite di vite umane e impiego di armamenti militari – si trasformerebbe in “casus belli” (ora per allora…), dando modo alla Russia di continuare imperterrita la sua offensiva. E allora perché negoziare, tenuto anche conto che il consenso popolare interno di cui egli gode – secondo stime attendibili – sarebbe passato dall’inizio del conflitto dal 69 all’82%?

 

Non a caso, si moltiplicano le voci secondo le quali Putin sarebbe pronto ad effettuare un consistente cambio di passo, definendo finalmente (“apertis verbis”) come guerra la sua “operazione militare speciale” e decretando, al tempo stesso, una mobilitazione generale. Del resto, Mosca continua sistematicamente a respingere i sempre più numerosi ed autorevoli appelli provenienti da più parti per un “cessate il fuoco”, tra i quali spiccano quello, più volte ripetuto, del Sommo Pontefice e l’ultimo, in ordine di tempo, del rieletto presidente Macron.

 

Al tempo stesso, in alcuni paesi europei (tra cui, soprattutto, l’Italia) e negli Stati Uniti cresce il dissenso dei partiti politici e di una parte consistente dell’opinione pubblica circa la fornitura di aiuti militari all’Ucraina, fattore questo sul quale Putin ha sempre dato l’impressione di puntare fortemente, anche sull’onda dell’ “effetto boomerang” delle sanzioni europee imposte alla Russia già previsto dagli economisti e di cui costituisce un sintomo eloquente il veto posto dall’Ungheria al sesto pacchetto di sanzioni (che comprende il blocco di importazioni di petrolio dalla Russia) varato dalla Commissione a Bruxelles.

 

Nel frattempo, la propaganda, in tutte le sue forme, imperversa in ambedue gli schieramenti contrapposti. Infatti, mentre Biden continua ad accusare Putin di genocidio e registra l’impotenza russa a prevalere, Zelensky spande ottimismo intorno a sé, affermando che “il giorno della liberazione si sta avvicinando”. Per contro, varie fonti governative russe non si stancano di vantare la preparazione militare del paese, anche dal punto di vista nucleare, e manifestano l’intenzione di continuare il conflitto fino alla definitiva conclusione dell’“operazione speciale”, senza tuttavia precisarne troppo i contenuti.

 

Sul campo, l’offensiva russa non accenna a diminuire di intensità sia sul fronte orientale, dove continuano i tentativi, seppur frenati dalla strenua resistenza ucraina, di occupare l’intera regione del Donbass, sia su quello meridionale, dove lo scontro appare più aspro per qualche improvvisa controffensiva dell’esercito locale (come pure nell’area di Kharkiv) sia sull’intero territorio, a macchia di leopardo, con ininterrotti lanci di missili a lunga gittata, che non risparmiano né Kiev né Leopoli.

 

Infine, a Mariupol, ormai totalmente distrutta dalle bombe, continua la difesa del battaglione Azov barricato all’interno della grande acciaieria di Azovstal. Mosca ha appena annunciato un “cessate il fuoco” della durata di tre giorni per consentire lo sgombero delle centinaia di civili rinchiusi da ormai varie settimane in condizioni disumane nei sotterranei del grande complesso siderurgico, per dare poi inizio allo scontro finale per espugnare il presidio.

 

Ciò detto, gli obiettivi prioritari di Putin, almeno nel breve periodo, sembrerebbero essere l’occupazione dell’intera fascia costiera con la formazione di un corridoio che unisca il Donbass e la Crimea, la conquista di Odessa e la conseguente apertura territoriale verso la repubblica autonoma filo-russa della Transnistria (dove misteriosi anonimi “sabotaggi” hanno caratterizzato gli ultimi giorni, inquietando non poco le autorità moldave).

 

In conclusione, dai tradizionali festeggiamenti militari del prossimo 9 maggio sulla Piazza Rossa – anniversario della vittoria sul nazismo, ritenuta da numerosi analisti una data particolarmente significativa nell’economia del conflitto – ci si aspettano ulteriori elementi di giudizio per capire meglio cosa si agita davvero nella mente del nuovo Zar.

 

Giorgio Radicati – Ambasciatore