Quale Repubblica? Note sparse in vista della Festa del 2 giugno.

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Non facciamo abbacinare dal presidenzialismo: il Parlamento rimane il luogo della rappresentanza popolare e qui trova legittimità l’elezione del supremo garante dell’unità nazionale. La Repubblica ha raggiunto negli anni ’70 e ’80 grandi obiettivi di rinnovamento attraverso le riforme approvate in Parlamento: diritto di famiglia, riforma sanitaria, divorzio, aborto, statuto dei lavoratori, obiezione di coscienza, codice Rocco in materia di violenza sessuale e abolizione del delitto d’onore. Nel discorso del primo insediamento, Sergio Mattarella evocò i volti della Repubblica: giovani, donne, anziani… Dobbiamo ammettere che non sempre, in Parlamento, sono stati rispecchiati.

 

Dal 1 gennaio 1948 “l’Italia è una Repubblica democratica, definita dall’art.1 della Costituzione, che annuncia un grande valore, la “sovranità appartiene al popolo”, affidato alla responsabilità dei cittadini, che la delegano agli organi eletti. Quindi il primo atto di cittadinanza consapevole è partecipare alle elezioni. Siamo avviati ad una stagione elettorale la prima sarà il prossimo 12 giugno con il rinnovo di circa 1.000 Amministrazioni comunali e inoltre, nello stesso giorno, si vota anche per 5 Referendum abrogativi. La Costituzione consente solo di abrogare leggi ma non di proporne, perché la nostra Repubblica democratica è parlamentare. 

Di tanto in tanto emerge nel dibattito la proposta di trasformarla in Repubblica presidenziale, ma anche recentemente è stata respinta una iniziativa in tal senso, presentata da Fratelli d’Italia. Credo non ci sia sovranità popolare meglio rappresentata che in Parlamento e la recente rielezione del Presidente Mattarella mi pare segnali come sia importante che il Capo dello Stato, che “rappresenta l’unità nazionale” (art.86 Cost.) non appartenga ad una parte politica o a una coalizione. Troppa emozione attraversa, in alcune stagioni, l’elettorato: si pensi a quali nomi vengono alla mente in tal senso (es. magistrati del pool di Milano, ecc.).

Non mi nascondo che, purtroppo, il Parlamento nell’ultima legislatura – forse, non solo – non ha mostrato grande capacità di far valere la sua forza rappresentativa ed ha acconsentito a una gestione piuttosto centralistica da parte del governo.

Innanzitutto si è verificata la riduzione del numero dei parlamentari e la prossima legislatura vedrà caricato su ciascun parlamentare un onere superiore di rappresentanza. Se aggiungiamo la mancata riforma elettorale (spero di no) il rischio sarà che i parlamentari non saranno nemmeno più conosciuti dagli elettori. La vicenda del PNRR sottolinea ancora di più come il Parlamento abbia protestato ma non inciso, perché la sede per le priorità da individuare, mantenendo coeso il Paese, sarebbero state le aule della Camera e del Senato. Per esempio sono stati destinati molti fondi alla sanità. Anche a seguito della pandemia il nostro SSN ha riscosso molta attenzione e si dibatte sul come innovarlo e rafforzarlo. La legge istitutiva del SSN del 1978 aveva una visione; quale sarà la visione che guiderà la eventuale e sperabile riforma per adeguarlo al cambiamento dei tempi, della cultura, della ricerca scientifica? Il PNRR destina molti fondi alle strutture e non dà indicazioni di contenuto rispetto alle finalità di servizi e strutture destinate, finalmente, al territorio. Manca una visione, manca il personale, non sono programmate in base ai dati epidemiologici le risposte che una concezione olistica – one health – sta proponendo. Cito solo l’esempio delle case di comunità per le quali sarebbe necessario un modello almeno minimo, ma universale, per tutto il Paese. 

L’uguaglianza dei cittadini sarebbe gravemente menomata se, nonostante il regionalismo da rispettare, a Udine o a Catanzaro non si potesse contare sulla medesima certezza operativa. Un altro esempio riguarda la distribuzione delle grandi macchine. Si soffre la mancanza di HTA (Health Tecnology Assestement), per cui non si fa uso di una anagrafe che, fortunatamente, esiste. Ad una Azienda Sanitaria del centro Italia sono state attribuite tre TAC quando era stata richiesta una PET; e ad un’altra del nord, è stata assegnata una Tesla 1 quando l’Azienda possiede già una Tesla 3. Cosa accadrà alle macchine non utilizzate?

La Repubblica ha raggiunto negli anni ’70 e ’80 grandi obiettivi di rinnovamento attraverso le riforme approvate in Parlamento: diritto di famiglia, riforma sanitaria, divorzio, aborto, statuto dei lavoratori, obiezione di coscienza, codice Rocco in materia di violenza sessuale e abolizione del delitto d’onore. Nel discorso del primo insediamento, Sergio Mattarella evocò i volti della Repubblica: giovani, donne, anziani… Dobbiamo ammettere che non sempre, in Parlamento, sono stati rispecchiati. Abbiamo visto recentemente che la Repubblica non è delle donne. Il presidente della Corte costituzionale, Giuliano Amato, in occasione della mancata elezione della prima donna al Quirinale ha affermato “noi maschi abbiamo di che vergognarci e questo è un problema: non chiediamo al Parlamento di risolvere un problema che è dentro di noi (…) la cooptazione maschile finisce per prevalere”. La votazione per la presidenza della Repubblica ne è la dimostrazione. Le molte donne parlamentari non hanno saputo svolgere quel compito di alta e buona politica di imporre un metodo e la loro forza reale; le loro sorelle maggiori, – Madri della Repubblica – erano solo 21 ma furono determinanti per redigere alcuni articoli fondamentali: ricordo quello sulla parità nel lavoro, non raggiunta ancora oggi, e l’articolo 3 in cui fu inserita la parola uguaglianza di sesso per l’emendamento di una costituente, ecc. Il Parlamento vive e si fa sentire se è determinato a imporre il suo ruolo costituzionale. Manca meno di un anno alle prossime elezioni politiche nazionali, da cui usciranno due rami del Parlamento fortemente ridotti nel numero. Alla diminuzione quantitativa si accompagnerà un maggiore “peso” di ciascun parlamentare. Sarebbe quindi bene che le forze politiche riflettessero sulla necessità di portare in Parlamento una quota di candidati che all’esperienza politica affianchino esperienza di legislatori.

La recente scomparsa di Ciriaco De Mita ci ricorda proprio un metodo, perché da deciso sostenitore del “rinnovamento” – e lo perseguì – cercò tuttavia la competenza e il prestigio dei Leopoldo Elia, Pietro Scoppola, Roberto Ruffilli, come di altri laici, Bruno Visentin, Guido Rossi, ecc. Il Parlamento, come recita la nostra Carta, è il depositario della sovranità popolare e deve rispecchiare tutti i volti della Repubblica per non perdere la sua funzione.