Quali scenari per la ripresa post pandemia?

Abbiamo di fronte uno scenario che impone di discernere con esattezza gli elementi di crisi, ancora forti malgrado le politiche di soccorso pubblico, dalle opportunità nascoste nelle pieghe di una società dinamica, malgrado tutte le difficoltà. Lo sviluppo, nelle sue nuove forme, richiede l’adozione di un codice di rigore e competenza, contro ogni illusoria seduzione del facile assistenzialismo.

281

Abbiamo di fronte uno scenario che impone di discernere con esattezza gli elementi di crisi, ancora forti malgrado le politiche di soccorso pubblico, dalle opportunità nascoste nelle pieghe di una società dinamica, malgrado tutte le difficoltà. Lo sviluppo, nelle sue nuove forme, richiede l’adozione di un codice di rigore e competenza, contro ogni illusoria seduzione del facile assistenzialismo.

 

Mentre ci si appresta a riaprire, è doveroso cominciare a chiedersi quale società avremo dopo la fine dell’epidemia, sapendo che gli esiti delle crisi non sono scontati e dipendono in grande misura dalla politica, ossia dalla capacità delle classi dirigenti di creare consenso sulle cose da fare. Anche se ogni parallelismo è assolutamente improprio, è utile ragionare sulle grandi differenze che caratterizzarono il primo e il secondo dopoguerra. Dopo la prima guerra, ci fu un lungo periodo segnato da instabilità, sfociata in protezionismi, nazionalismi, dittature e in ultima analisi nella seconda guerra, dove dopo, si è avuto il più lungo periodo di pace e progresso economico per il più gran numero di nazioni nella storia dell’umanità.

Come ha scritto Barack Obama in un famoso articolo sull’Economist del 2016, malgrado i tanti conflitti e le tante diseguaglianze, non c’è mai stato un periodo storico in cui vi siano state così poche guerre, così tanta libertà e così tanto benessere diffuso. Da cosa dipendono esiti tanto diversi? In parte – non c’è dubbio – da condizioni oggettive, quali ad esempio il fatto che nel secondo dopoguerra l’ordine mondiale era assicurato dal prevalere di due superpotenze nucleari: il cosiddetto equilibrio del terrore. In gran parte, però dipende anche dal fatto che le classi dirigenti del dopoguerra avevano ben presenti i drammi a cui avevano portato le scelte o non scelte del periodo fra le due guerre. Anche i popoli sembra avessero capito la lezione; esplose, in Italia e in molti altri paesi, la voglia di ricostruire e questa voglia sfociò poi in uno sviluppo straordinario e largamente autopropulsivo, ossia dovuto alla laboriosità e all’inventiva di milioni di persone.

Non sappiamo quale scenario prevarrà dopo la crisi da covid-19, ma sappiamo che non mancano segnali preoccupanti perché ben prima dell’epidemia avevamo assistito alla crisi della cooperazione internazionale, alla sostanziale rottura dell’alleanza atlantica, alla fine del multilateralismo, all’esasperazione di tanti conflitti locali, alla crescita dei nazionalismi. Da molti anni ormai, in quasi tutto il mondo, si erano rafforzati partiti o leader populisti, che tendenzialmente rifiutano i principi della società aperta e della democrazia liberale. In gran parte, questi sono i frutti avvelenati della crisi finanziaria del 2008-2011. La pandemia può accentuare queste tendenze negative. Può prevalere la chiusura per timore di altre pandemie; si possono rafforzare le democrature, sfruttando i poteri speciali che già oggi sono in vigore in oltre 80 paesi; si possono accentuare le tendenze più negative dello statalismo economico, nel senso che oggi si danno gli aiuti e domani si cercherà di condizionare e lottizzare le imprese.

Infine, sarà molto complicato uscire dalla logica dei sussidi se non rimettiamo in moto l’economia, generando politiche di sviluppo e crescita che tutelino i posti di lavoro, investendo su infrastrutture salute e competenza. I rischi ci sono, è essenziale mantenere l’ancoraggio all’Europa, respingendo la logica perdente del sovranismo che continua a mostrare tutti i suoi limiti. Non dimentichiamo mai che è per questa logica sovranista che alcuni Paesi in Europa non volevano concederci gli aiuti. Sono gli amici dei sovranisti italiani, che fanno male all’Italia prima ancora che all’Europa.

Noi possiamo crescere come Paese solo se aiutiamo le nostre imprese a confrontarsi sul mercato mondiale, perché il progresso nasce sempre dalla competizione e dal confronto. È la libera circolazione delle idee che rende possibile quella delle merci e dei prodotti, come dimostrano tutte le collaborazioni che già esistono tra le aziende italiane e quelle europee e mondiali. Per cui se da un lato dobbiamo approntare enormi aiuti alle imprese, necessari perché sopravvivano a questa terribile crisi, dall’altro dobbiamo rafforzare sempre di più politiche che portino in Europa la necessità di dare priorità alla crescita, rilanciando il mercato unico e pensando a un disarmo bilanciato fra paesi sugli aiuti di Stato, affinché il gioco sia ad armi pari. Altrimenti, prevarranno sempre le imprese degli Stati più forti e con meno debiti mentre gli altri vivranno in uno stato di rincorsa perenne e non si sentiranno mai di poter appartenere pienamente a un processo di crescita condiviso.

Per parte nostra, dobbiamo essere chiari e sapere che abbiamo il compito di lavorare per superare i problemi storici del nostro sistema produttivo – il nanismo delle imprese e l’insufficiente investimento in ricerca – e al tempo stesso orientare lo sviluppo nel senso delle sostenibilità sociale e ambientale: ciò può e deve essere fatto senza cadere in tentazioni dirigiste o in forme di protezionismo aperto o strisciante che hanno fatto il loro tempo e, soprattutto, finirebbero per indebolire, anziché rafforzare, le nostre imprese. Dobbiamo trasformare questo momento di difficoltà in una opportunità per il futuro.

Il futuro del Paese intero.

Augusto Gregori Segreteria PD Lazio – responsabile industria, commercio, artigianato e turismo

Giampaolo Galli Osservatorio CPI (Conti Pubblici Italiani) Università Cattolica