Quando Albert Camus faceva il portiere

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La metafora del calcio per comprendere le lezioni della vita. Anche nel rettangolo di gioco si può servire un’umanità malata. L’articolo è stato pubblicato sull’Osservatore Romano lo scorso 10 luglio, prima della finale vittoriosa della nazionale italiana a Wembley.

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Lucio Coco

C’è un filmato dell’ottobre 1957 in cui Albert Camus, che aveva da poco appreso la notizia di aver ricevuto il premio Nobel, risponde alle domande di un giornalista mentre assiste al Parc de Princes a una partita tra il Racing Club di Parigi e il Monaco. A un certo punto la squadra di casa subisce un gol e il suo intervistatore gli fa notare che forse la responsabilità era anche del portiere.

Allora lo scrittore risponde che non era il caso di prendersela con lui perché «quando si è tra i pali ci si accorge di quanto sia difficile quel ruolo». E lui ne parla con cognizione di causa perché, aggiunge, era stato «portiere nel Racing Universitaire Algérois (Rua)». In questo modo, prima che l’intervista toccasse il tema del Nobel, Camus ricorda la sua esperienza calcistica quando, appena diciassettenne, aveva fatto il portiere nel Rua, la squadra dei francesi d’Algeria, che ancora gli faceva battere il cuore quando, a distanza di anni, ne sentiva pronunciare il nome. E se, trasferitosi in Francia, tifava per il Racing Club di Parigi, era perché i colori della maglia a cerchi blu e bianchi erano gli stessi della casacca della squadra d’Algeri, con in più un’altra particolarità che rendeva la compagine francese affine a quella algerina, il fatto cioè che «giocasse “scientificamente”, come si suol dire, e scientificamente perdesse le partite che doveva vincere» (dichiarazione ripresa da «France Football» del 17 dicembre 1957).

La carriera di portiere di Camus si interruppe però bruscamente al manifestarsi dei primi segni della tubercolosi, il male che lo avrebbe accompagnato e segnato per tutta la vita. Ma anche se materialmente non avrebbe più calcato i campi di pallone, questo gioco si sarebbe affacciato a più riprese nelle sue opere.

Per esempio ne Il primo uomo, un romanzo al quale aveva cominciato a lavorare nel 1959, un anno prima della morte, e apparso postumo per Gallimard nel 1993, nel descrivere gli anni della formazione di Jacques, un suo alter ego, nella città di Algeri, l’autore torna sulla passione del ragazzo per il calcio ai tempi del liceo, quando, giocando nel cortile di cemento della scuola, ha chiara la percezione che quello sport «sarebbe stato per tanti anni la sua passione».

In queste partite dove «non c’erano arbitri» si imparava a confrontarsi «da pari a pari con i migliori allievi della classe» e a «farsi rispettare e amare anche dai peggiori, che spesso avevano avuto in dono dal cielo, se non sale in zucca, gambe vigorose e un fiato inesauribile». Al giovane Jacques, come è detto all’inizio del romanzo, «nessuno aveva mai insegnato la differenza tra bene e il male» e nella sua formazione il calcio rappresenta un’esperienza morale che lo scrittore, in un testo che risale sempre al 1959, accosta a quella del teatro in un passaggio che ha il valore e la forza di un aforisma: «Veramente, quel po’ che so di morale, l’ho appreso sui campi di calcio e sulle scene di teatro, che resteranno le mie vere università» (Pourquoi je fais du théâtre, Gallimard, Paris, 1985, pagg. 1727ss).

Di questa passione per il tandem calcio-teatro è testimone anche un altro suo personaggio, Jean-Baptiste Clamence, protagonista de La caduta (1956), il quale sembra riflettere puntualmente le opinioni dello scrittore quando afferma che «ancora oggi le partite della domenica in uno stadio affollato e il palco di un teatro, che ho amato con una passione senza pari, sono gli unici posti al mondo in cui mi sento innocente».

Tuttavia è nel romanzo La peste (1947) che il tema calcistico viene affrontato e sviluppato in modo tale che il punto di vista morale possa affiorare con maggiore evidenza. Orano è tormentata dal contagio e i campi di calcio sono stati trasformati in lazzaretti. Su questo paesaggio desolato si aggirano due figure, la prima è quella del giornalista Rambert che vorrebbe lasciare la città per ricongiungersi alla donna che ama, l’altra è quella di Gonzales che gli avrebbe dovuto trovare gli agganci giusti perché il progetto potesse riuscire.

Quando si incontrano i due per la prima volta si scopre che questi era un calciatore allora si mettono a parlare di calcio, dell’importanza del centro-mediano per il gioco della squadra, perché «è quello che distribuisce il gioco. E distribuire il gioco, questo è il calcio».

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