Quando l’accoglienza fa gol in serie A. Uno spot per il sistema di integrazione del nostro Paese.

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La storia di Moustapha Cissé, un ragazzo della Guinea nato nel 2003 e arrivato in Italia a soli sedici anni. Ma anche la fotografia di come l’accoglienza, se ben fatta, possa dare concretezza a qualcosa di vero. Merito di chi è riuscito a cambiare il corso di un cammino che al principio aveva davvero poco del roseo.

Dallo sbarco sulle coste italiane al debutto con gol in Serie A. Letteralmente, con alcune sfumature che raccontano anche molto altro. È la storia di Moustapha Cissé, un ragazzo della Guinea nato nel 2003 e arrivato in Italia a soli sedici anni. Ma è anche la fotografia di come l’accoglienza, se ben fatta, possa dare concretezza a qualcosa di vero. Merito di chi è riuscito a cambiare il corso di un cammino che al principio aveva davvero poco del roseo. Persone perbene, che dell’integrazione fanno da anni e quotidianamente il proprio obiettivo primario.

Quella di Moustapha non è una favola, almeno per gran parte della sua prosa, perché un adolescente di quell’età dovrebbe andare a scuola, stare con i suoi coetanei e vivere appieno la propria giovinezza e non essere costretto a percorrere migliaia di chilometri con la speranza di giungere in un posto più sicuro di casa propria.

Moustapha sbarca in Italia a fine 2009, assieme a tante altre persone, minori non accompagnati come lui, donne, bambini, nuclei familiari, rientrando nel programma di accoglienza e integrazione della Rete SAI, l’organo dell’ANCI che ha la competenza di un tema mai come ora attuale per noi europei ma, di fatto, ma superato. Perché adesso parliamo di ucraini, pochi mesi degli afgani, dimenticandoci in fretta delle migliaia di persone tra rifugiati, richiedenti asilo, o che fuggono da una guerra, provenienti dall’Africa, tutta, o dal Subcontinente indiano (Pakistan e Bangladesh).

La sorte assegna il suo nominativo al progetto SAI di Carmiano, in provincia di Lecce, una delle oltre duecento strutture presenti in Italia, che nel tempo è però riuscita a trovare un equilibrio tra le persone accolte e il territorio inteso come tessuto sociale e istituzioni. È qui che entra in gioco il fattore umano degli operatori di Carmiano, che vanno oltre l’ordinario, dando un valore incalcolabile al loro lavoro. Nel caso di Moustapha e degli altri ragazzi accolti, lo sforzo riguarda lo sport, il calcio e la partecipazione costante e appassionata a Rete Refugee Teams, un progetto promosso dal 2015 dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio in accordo con l’ANCI, che si rivolge proprio ai minori stranieri non accompagnati accolti in Italia. Un’iniziativa accolta con grande entusiasmo a ogni latitudine del nostro Paese e che a Carmiano si radicata al punto da ispirare gli altri attori che hanno contribuito a quella che per Moustapha diventerà davvero una favola. Parliamo di Vincenzo Nobile, oggi direttore della società sportiva Rinascita Refugee fondata nel 2019 a Copertino, piccolo centro del Salento a pochi chilometri proprio da Carmiano. 

Un binomio perfetto, da un lato un centro di accoglienza di giovani ragazzi, in questi anni prettamente africani, dall’altro un club di Seconda Categoria nato per fare inclusione attraverso lo sport. A fare da collante da un idillio, che a parole sembra scritto, ma che per trovare un suo sbocco necessita e avrà sempre bisogno di grande lavoro, Hassane Niang Baye, oggi quarantenne, ex Under 19 del Senegal che dopo aver tentato la fortuna calcistica in Europa ha trovato il suo mondo e il suo futuro in Salento, come mediatore culturale del SAI di Carmiano e tecnico di Rinascita Refugee.

Siamo a cavallo tra il 2019 e il 2020 e grazie a questi incontri che la vita di Moustapha cambia e prende la direzione di un racconto fantastico andato ben oltre le aspettative di ognuno. Il giovane guineano, come molti dei suoi coetanei amante del calcio, si aggrega al gruppo dalla doppia anima di Carmiano-Coperino e inizia ad allenarsi regolarmente come previsto sia dal progetto Rete della FIGC che dalla pianificazione della società. Non può essere tesserato, per via delle disposizioni a tutela dei minori stranieri dettate dal massimo organo internazionale calcistico quale la FIFA, inoltre piomba sul mondo la pandemia, il lockdown e tutte le restrizioni annesse. Di fatto disputa solo le due tappe pugliesi del progetto della Federcalcio e un’amichevole. Un’apparizione con la maglia della Rinascita Refugee che lo proietta in un nuovo mondo. La squadra dilettantistica di Copertino affronta la formazione Primavera del Lecce, in un impari derby salentino, al quale però assiste un osservatore dell’Atalanta, che nota il talento di Moustapha e decide di dargli fiducia. 

Dopo l’estate, mentre la squadra del centro di accoglienza, a causa di un caso di positività vede sfumare il sogno della finale del progetto Rete (a cui avrebbe partecipato anche Cissè), il giovane africano va in prova con la Primavera della squadra bergamasca. Tre giorni per convincere la società orobica a prenderlo e un mese dopo il viaggio dall’Africa compie un ulteriore balzo verso Bergamo. Ancora non può essere tesserato, ma il club nerazzurro gli garantisce una borsa di studio per farlo andare a scuola in attesa che compia diciotto anni. Moustapha si allena con i suoi nuovi compagni e lo scorso inverno, finalmente scende in campo con la maglia della Primavera dell’Atalanta segnando una doppietta al Milan.

Il resto è noto e assume i contorni del sogno, esordio in Serie A, gol al Bologna e i titoli dei giornali che parlano di lui. Quello che in pochi sanno è cosa c’è alle spalle della sua storia e cosa rappresenta nell’ambito dell’integrazione. Perché la storia di Cissè, non è solo la Serie A, ma la dimostrazione di come l’accoglienza possa davvero funzionare e che per farlo ha bisogno di un sistema coeso, possibile, perché, ed è questo che va ribadito con forza, è possibile, grazie all’impegno di ognuna delle parte competenti.

Perché senza il centro di accoglienza SAI, senza la professionalità del personale che vi opera, senza la volontà dei dirigenti della Rinascita Refugee e senza il supporto degli enti locali tutto questo non sarebbe stato possibile. Togliendo la Serie A di Moustapha dall’equazione il risultato non cambia: tra quel gol e il nulla a cui spesso va incontro chi ha anche la sfortuna di non essere accolto in modo degno, c’è la nostra realtà di tutti i giorni. Un mondo fatto di persone che lavorano, coesistono, di vere opportunità e di un sistema di accoglienza e integrazione che politicamente e formalmente può funzionare.