QUELLA RETORICA FINTAMENTE PATRIOTTICA. GIORGIA MELONI TRA EUROPEISMO E NAZIONALISMO.

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La campagna elettorale della Meloni si è snodata, con qualche abilità e qualche ambiguità, navigando tra questi due scogli.

 

Marco Follini

 

Sarà la politica tedesca a stabilire il grado di europeismo del governo italiano che verrà. Infatti, la decisione di Berlino di fare a modo suo sul fronte dell’energia costringerà Giorgia Meloni a decidere a sua volta se accodarsi al sovranismo altrui o invocare la prevalenza del diritto europeo sui calcoli (e gli egoismi) nazionali.

 

Non è questione da poco, come tutti intendono. Infatti la campagna elettorale della Meloni si è snodata, con qualche abilità e qualche ambiguità, navigando tra questi due scogli. Da un lato un malcelato nazionalismo (la “pacchia” di cui si annunciava la fine). Dall’altro una vaga consapevolezza, mai troppo visibile, del fatto che il nostro Paese avrebbe ben poche possibilità di contare mettendosi contro l’Europa che conta. Cosa che la retorica patriottarda fa finta di non accettare più di tanto ma a cui poi il realismo strategico consiglia di adeguarsi.

 

Ora è evidente che a questo punto Meloni può far finta di apprezzare che il governo tedesco, forte della sua maggior forza, faccia di testa sua. Un po’ come la destra italiana ha suggerito di fare o di minacciare tante altre volte. Ma è ancor più evidente che il nostro interesse nazionale richiede all’opposto che nessuno si distanzi dal concerto europeo. Andare in ordine sparso su argomenti così delicati vorrebbe dire infatti esporci – noi più di tutti – al maggior rischio.

 

Il bivio sta lì. Tra una retorica fintamente patriottica che rischia di far danno al paese. E una scelta europeistica che archivia quella retorica con saggezza e lungimiranza.

 

 

Fonte: La Voce del popolo – 6 ottobre 2022

(Articolo riproposto per gentile concessione dell’autore e del settimanale della Diocesi di Brescia. Il titolo differisce in parte dall’originale).