Quelle parole non dette

Solitamente guardiamo altrove, sono più effimeri e accecanti i bagliori che ci affascinano e ci parlano di un presente che sfugge e di un futuro senza identità.

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Ci sono momenti nella vita in cui basta una parola, una sensazione, un’immagine, un incontro per farci attraversare in un lampo tutto il tempo che ci appartiene e rivisitare il passato come se un raggio di luce inondasse improvvisamente la nostra esistenza, dandole quel senso che inutilmente andiamo cercando nella inconcludente abitudine dei discorsi complessi e delle spiegazioni razionali.

Il vero senso delle cose a volte si fa leggere con più spontaneità, emerge da solo, ci viene a cercare e ha radici lontane.

Aveva scritto Kant : ‘ci sono due cose che non cesseranno mai di stupirmi con rinnovata meraviglia, il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me’.

Un dentro e un fuori che ci accompagnano sempre e a cui spesso non sappiamo prestare la dovuta attenzione fermandoci un attimo per ascoltarne le voci.

Solitamente guardiamo altrove, sono più effimeri e accecanti i bagliori che ci affascinano e ci parlano di un presente che sfugge e di un futuro senza identità.

Non siamo più abituati al silenzio, al ricordo: quel vuoto ci spaventa o forse siamo semplicemente incapaci di conviverci, per questo gli opponiamo tutti i segni possibili e invadenti della nostra presenza.

Ma perderci nell’oblio, che è memoria e astrazione, aiuterebbe forse a ritrovarci con maggiore e più sincera intimità.

Credo che il rammarico più grande che possa impadronirsi di un uomo sia quello del bene non fatto.

Eppure la vita ci dispensa a piene mani le occasioni per essere buoni senza per questo essere eroi.

Raffaele Morelli mi aveva confidato in un’intervista di amare i quadri di Jan Vermeer, pittore olandese del ‘600,  dove fasci di luce inondano i piccoli gesti della quotidianità domestica.

Ciascuno potrebbe attingere da questa metafora il senso di un ravvedimento: guardarsi attorno per leggere con occhi nuovi e più benevolenza i segni delle presenze, a cominciare da quelle più vicine, che solitamente trascuriamo cercando l’alibi di verità lontane e irraggiungibili.

Non ho mai capito fino in fondo i silenzi di mio padre, ma li ricordo a uno a uno: se forse in quei momenti avessi saputo abbracciarlo ci saremmo aperti alla parola, spiegati, capiti.

Quelle parole non dette riecheggiano nella mia mente e le sento tutte come se fossero state pronunciate, perché bussano con insistenza alla porte del mio cuore e della mia coscienza.

Se c’è da far del bene, se si può tendere una mano, rischiarare un sorriso, pronunciare una parola di conforto, dare una carezza è meglio farlo subito, non rinviare nulla al domani.

Il bene intentato è un bene perduto.

Il ‘gusto’ di amare – mi aveva spiegato il Cardinale Tonini – è una sensazione ineguagliabile di pienezza della condizione umana, il modo più autentico dell’essere e dell’esserci.

La vera felicità è una felicità vuota, priva di tornaconti interessati: vivere la gioia del bene, non pentirsi mai di farne abbastanza, guardare agli altri come a un dono, un completamento, un fine.

Leggere nei sentimenti inespressi la potenzialità del presente, affinchè ogni gesto che ci attende si faccia carico del loro riscatto.

E fare tutto questo perchè dal bene germogli altro bene, donare per insegnare che l’esempio dimostra più di ogni dottrina, il gesto sa educare meglio di ogni convincente spiegazione.

Nel lungo cammino dell’umanità si ricompone il bene e il male di ciascuno di noi, tutto è importante affinchè di ogni singola esistenza nulla sia dimenticato e  la vita stessa si tramandi come grande speranza collettiva.

Chi viene dopo ha la possibilità di essere migliore.