QUESTIONE SOCIALE Il CENTRO deve dotarsi di un progetto politico per affrontare l’emergenza

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Ci si trova di fronte ad una situazione che richiede, per essere affrontata e possibilmente risolta, sensibilità sociale, intelligenza politica, cultura riformista e coraggio e determinazione per le scelte concrete che si intraprendono.

C’è un tema – lo potremmo addirittura definire un capitolo – che inesorabilmente è destinato a segnare la politica italiana nei prossimi mesi e nei prossimi anni. E questo tema si chiama semplicemente “questione sociale”. Certo, già in altre fasi storiche questo capitolo ha caratterizzato l’agenda politica dei partiti – almeno di quelli che non hanno una innata vocazione liberista o populista – e dettato le dinamiche delle politiche di governo. E oggi, nuovamente, siamo di fronte ad un tornante della storia che ci ripropone una diversa, seppur drammatica ed inedita, “questione sociale”. Certo, la risposta alla “questione sociale” non può esaurire l’azione politica di un partito e, di conseguenza, di una coalizione. È noto a tutti. Ed è persin inutile ricordarlo.

Però, per tornare al tema iniziale, è indubbio che le ricadute della guerra russo/ucraina da un lato e la persistente pandemia dall’altro, hanno riaperto una ferita che non nostro paese non si è mai del tutto chiusa. E la “questione sociale” contemporanea si nutre, purtroppo, di una serie di tasselli che sono noti da tempo alle cronache politiche, sociali, economiche e sociologiche: dalla crescita esponenziale della povertà all’incremento delle disuguaglianze sociali; dalla crisi sempre più grave del ceto medio alla difficoltà ad entrare nel mercato del lavoro; dall’esplosione di molteplici crisi psicologiche alla crescente difficoltà relazionale nei nuclei famigliari e sociali investiti dalla crisi alla stessa tenuta dell’ordine pubblico.

Insomma, ci si trova di fronte ad una situazione che richiede, per essere affrontata e possibilmente risolta, sensibilità sociale, intelligenza politica, cultura riformista e coraggio e determinazione per le scelte concrete che si intraprendono. Probabilmente, e senza alcuna regressione nostalgica, vanno recuperati sino un fondo la lezione e l’azione di uomini come Carlo Donat-Cattin che dovettero affrontare, in altri tempi, una altrettanto ed esplosiva “questione sociale”. Ora, è evidente che le stagioni storiche scorrono rapidamente e le ricette di un tempo devono essere adeguate, riviste ed aggiornate. Ma un punto, tra i tanti che si possono apprendere dal passato, resta di una straordinaria attualità. E riguarda proprio quello che Donat-Cattin, appena approdato al Ministero del Lavoro alla fine degli anni ‘60, si impegnò concretamente a fare per innescare una forte discontinuità. Ovvero, diceva il leader della sinistra sociale della Dc in quel periodo, “il dato politico nuovo deve consistere nel dare alla politica sociale complessiva un ruolo non più subalterno, ma primario per la vita dello Stato, anche nella sua espressione politico/ amministrativa”. 

Insomma, per Donat-Cattin, proprio “l’istanza sociale” doveva “farsi Stato”. Trovare, cioè, piena ed irreversibile cittadinanza ad ogni livello dell’organizzazione amministrativa e della gestione della cosa pubblica. E questo perchè il suo radicamento nel sociale si saldava con le esigenze più mature e moderne dello Stato di diritto. In effetti, la preoccupazione costante di Donat-Cattin di porre la “questione sociale” al centro di ogni indirizzo politico non si risolveva solo nello sforzo di condizionare le scelte di politica economica e salariale ponendosi dal punto di vista dei ceti subalterni. Scelte che ebbero conseguenze incalcolabili nel determinare lo sviluppo complessivo della società italiana per le enormi potenzialità di lavoro, di intelligenza, di imprenditorialità diffusa che le classi popolari italiane seppero sprigionare in un paese come l’Italia, privo di materie prime e di capitali e ricco solo di braccia e di intelligenza pratica. La sua ambizione – e come dovrebbe essere oggi – era più grande: egli voleva che nell’architettura amministrativa dello Stato democratico quei ceti e quelle istanze non avessero un ruolo residuale nè meramente aggiuntivo.

Ecco, ho voluto ricordare, succintamente, un tassello – peraltro centrale – del magistero politico, culturale ed istituzionale di un leader politico come Carlo Donat-Cattin per arrivare ad una conclusione legata all’attualità. Ovvero, se il Centro – che comunque sarà presente alla prossima consultazione elettorale nazionale – vuole darsi anche un profilo politico, culturale e programmatico serio e credibile pur senza cedimenti classisti o fumisterie ideologiche, faccia anche e soprattutto della “questione sociale” un tema centrale della sua azione, del suo progetto e del suo profilo politico e culturale. Sarebbe una bella ed importante risposta alla cultura tecnocratica e al vuoto della politica che continua, purtroppo, a caratterizzare il dibattito pubblico nel nostro paese. Dopo la sbornia populista e demagogica dei 5 Stelle, sarebbe, questa, una bella e significativa risposta politica e di contenuto.