Raffaele Bonanni: “Energia nuova e rivoluzione digitale sono i due pilastri per riiniziare una fase di sviluppo e di prosperità”.

Professore straordinario di diritto del lavoro presso Universitas Mercatorum, Presidente Fondazione Spaventa, scrittore ed opinionista, ex segretario della CISL

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Prof. Bonanni, nella Sua biografia si legge che la sua carriera sindacale cominciò dal basso, dal lavoro come manovale in un cantiere edile, arrivando passo dopo passo ai vertici nazionali della CISL di cui fu Segretario Generale, succedendo a Savino Pezzotta.   Che cosa Le resta sotto il profilo delle competenze acquisite – compresa la laurea honoris causa in Economia – di questa lunga stagione di militanza sindacale “dentro” il mondo del lavoro? Oggi certe carriere politiche e sindacali sembrano più legate a fattori fortuiti, a circostanze empiriche: non è raro imbattersi in personaggi di entrambi i fronti che non hanno mai lavorato un solo giorno in vita loro.

La mia storia è molto simile alla esperienza di molte persone impegnate nel sociale e nel politico. Con tutte le difficoltà che potevano anche in quell’epoca avere le istituzioni, i partiti, le associazioni del lavoro, erano comunque in grado di essere buoni canali per rifornire la democrazia. Allora, al contrario di oggi, giovani che sentivano il bisogno di cose nuove, come capita anche alle generazioni odierne, avevano a disposizione molti strumenti per formarsi, per partecipare alla vita sociale e politica; insomma potevano contare su un sistema che consentiva loro di esprimersi, in qualche modo sostenuti dai partiti e dai sindacati che ritenevano naturale e necessaria una staffetta  di fatto tra anziani e giovani. In contesti come questi, anche giovani che provenivano da paesini sperduti nell’entroterra avevano possibilità di essere seguiti, formati, coinvolti nei sistemi partecipativi. Non è un caso che Pezzotta ed io, pur essendo lui Bergamasco ed io Abruzzese, provenivamo ambedue da piccolissimi borghi dell’entroterra e da ambienti operai. Voglio dire che oggi i giovani non hanno la possibilità di esprimersi e di essere incanalati in un processo concreto esperienziale che li responsabilizzi e che li fa essere a tutto tondo protagonisti della loro storia, perché i canali che fanno una democrazia viva, o sono occlusi o sono rotti.

Quanto è dunque importante, direi fondamentale che la nostra Costituzione esordisca affermando all’art.1 che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro e la sovranità appartiene al popolo. Questi due valori così espliciti sembrano essere stati messi in discussione – recentemente – dalle crisi economiche e dal decadimento della democrazia partecipata. Ci sono state involuzioni sotto il profilo etico, sociale, dei valori espressi come prevalenti. Che cosa vuol dire oggi “essere sindacato” ed “essere partito politico”? Oltre una sorta di collateralismo storico che funzionava quando le ideologie erano vive e pulsanti. Ma in un mondo di “opinioni” piuttosto che di ideali che cosa  distingue la politica dal sindacato, e viceversa?

 I padri costituenti contavano molto sul potere dei ceti popolari, per controbilanciare i poteri economici per dare un corpo solido alla Democrazia; ecco il loro sforzo nel partire dalla dalla identità del lavoro, che coinvolgeva grandissima parte degli italiani, quale garanzia necessaria alla vita della Repubblica. La loro volontà di dare strumenti costituzionali ai lavoratori attraverso sindacati  e partiti forti, manteneva si la collocazione ideale e politica nel mondo occidentale e capitalista, e tuttavia ricercando bilanciamenti di potere che non permettesse al potere economico di possedere anche quello politico. Vale la pena ricordare che i cattolici,  i socialisti, segnatamente, furono decisivi per far passare questa grande visione democratica. Secondo me, poi, la cosiddetta seconda repubblica e i loro fautori, ha fatto saltare ogni logica che appartenesse al pensiero costituzionale originario. Si è colpito subdolamente il sistema politico, e compiuto ciò, nei fatti si è messo all’angolo il Sindacato, privo di soggetti che lo riconosco al legame con le realtà del lavoro e dell’impresa. Insomma Sindacati e partiti non erano conniventi, ma facendo parte della stessa ‘costituency’ che diede vita alla Repubblica e che dunque erano il pilastro della Repubblica. Dunque soccombendo i partiti animati dallo spirito originario Costituzionale, si è tolto al Sindacato il suo spazio vitale. Va considerato che il Sindacato italiano storicamente non è stato corporativo come molti altri nel mondo: nei momenti decisivi per il paese, ha saputo sempre fare scelte difficili per sostenere gli interessi generali aldilà di una minoranza di estremisti di sinistra o populisti del sindacalismo cosiddetto autonomo. Ma c’è rimedio a tutto questo in questa epoca, mettendo in conto che il sistema politico o sarà ostile o indifferente, dunque è necessario cambiare: svecchiare la dirigenza che spesso non appartiene ne al tempo della epopea della costruzione del sindacato, ne alla cultura della modernità; ridiventare la coscienza critica nel paese al riparo dal populismo; ridefinire radicalmente il proprio sistema sussidiario e di servizi come enti bilaterali, patronato e servizi in generale, candidandosi con gli imprenditori ad allestirne altri come il collocamento al lavoro; modificare la contrattazione in senso produttivistico per salari più alti, un grande piano formativo per i lavoratori e quadri sindacali, come accadde nel dopoguerra. Il Sindacato, insomma, deve irrobustire struttura e quadri per garantirsi una nuova stagione di protagonismo procedendo verso la piena autosufficienza ed autonomia.

Ricordo un interessante editoriale di Antonio Polito sul Corriere della Sera dove il noto giornalista, descrivendo alcuni tratti negativi del nostro consesso sociale e istituzionale, ne evidenziava tre, esponenziali ed eloquenti: la corruzione dilagante, la politica declinante e la giustizia debordante. Sono definizioni connotative di un quadro in via di deterioramento e ciascuna esprime una deriva che finisce per tratteggiare uno sfaldamento, se non una decomposizione del sistema. La storia del sindacato in Italia – accompagnando l’evoluzione del Paese – fino a che punto è rimasta estranea – nel fare o nel non fare – a queste dinamiche? 

Antonio Polito che è un osservatore acuto dei fenomeni sociali, sa che quando nella Comunità si perde il senso della corresponsabilità a causa della rimozione dei processi sociali sostenuti dalla partecipazione, ci sono gravi conseguenze. La corresponsabilità attraverso la partecipazione è l’unico antidoto alla perdita di senso della Democrazia. Si perdono questi requisiti e la società sbanda. Lo sbandamento però sovverte il sistema: si passa dalla democrazia alla ‘ademocrazia’, che significa che una comunità conserva le regole formali di essa, ma la pratica è un’altra cosa. In queste circostanze, come succede in Italia, il potere si sposta in capo a soggetti non responsabili democraticamente, e costoro che di solito dispongono dei 2 poteri: quelli economici assommati a quelli politici, fanno in modo che in politica ci siano sempre più persone meno competenti, più anonimi, più manovrabili. Il sindacato essendo di questo mondo, viene influenzato da questo mondo. A meno che da un nuovo senso alla sua esistenza al suo ruolo in contesti simili.

I rapporti dell’Istat evidenziano gli aspetti demografici dei mutamenti in atto, la crescita zero e le culle vuote, l’invecchiamento della popolazione,  la sostenibilità e i conflitti generazionali, una società improduttiva che vive di rendite acquisite, come ben descritto anche nel libro del sociologo Luca Ricolfi che parla di ‘società signorile di massa’. Le analisi del Censis si soffermano piuttosto sulle trasformazioni anche emotive della società italiana, ripiegata su se stessa e  incapace di ripartire, con l’ascensore sociale fermo al piano terra, oltre che involuta nei sentimenti tra cui prevalgono individualismo, egoismo, delazione, invidia, indifferenza, rancore, persino cattiveria. Poiché il Sindacato – per sua natura – non può collocarsi fuori da questi processi, come mero osservatore esterno di un certo declino, quali valuta debbano essere le iniziative che lo stesso Sindacato dovrebbe assumere per recuperare una sua specifica funzione che generi credibilità per  essere garante della giustizia sociale, forse il primo obiettivo che istituzionalmente gli compete?

L’analisi di Luca Ricolfi, lungi da criticare il desiderio degli italiani dall’ ottenere livelli alti di qualità della vita, sostiene giustamente che questa aspirazione deve essere almeno pari alla capacità della società Italiana di esprimere qualità ed eccellenza, nelle produzioni di beni e servizi, nella efficienza dei fattori necessari allo sviluppo, nella civiltà dei rapporti fra persone e nella custodia dei beni pubblici tramandati dai nostri antenati, nelle manutenzioni delle infrastrutture e delle nostre città, nella qualità del personale politico in generale, e così andando avanti. L’ascensore sociale va in azione quando si è in movimento. Illuminante è la esperienza del ‘boom economico’; per circa tre decenni ha influenzato un clima spinto ad essere proteso in avanti. Appena ci si ferma per le ragioni su descritte, si ferma l’ascensore sociale ed in conseguenza percependo paura, ci si rinchiude nell’individualismo che è la madre di tutte quelle espressioni negative che sottolineavi. Per questa ragione il Sindacato deve spingersi verso la ricerca della produttività per sfidare le imprese sul salario e sui livelli di partecipazione dei lavoratori alle scelte dell’impresa, come peraltro previsto dall’articolo 46 della Costituzione: unico articolo mai applicato. È il senso che si da alle azioni delle persone che danno la direzione collettiva in una nazione. Questo modo di vedere riguarda ancor più la vicenda demografica italiana, che ci pone nel mondo nella classifica dei popoli meno prolifici e più invecchiati. Oltre alle difficoltà che le giovani coppie incontrato per il costo della vita, per pochi aiuti ai nascituri, ai pochi servizi e strutture per l’infanzia, c’è anche come un macigno l’idea che si ha della propria vita. 

La consapevolezza del valore che supera ogni altro valore: tramandare la vita attraverso la procreazione dando continuità alla vita, ma anche realizzando la vocazione genitoriale, trasferendo l’amore e i propri valori e conoscenze alla persona a cui hai dato la vita, sono esperienze che fanno la persona completa. In una società dove non si da valore a questi pilastri dell’esistenza umana, tutto va in degrado. Insisto nello stesso concetto: la persona perde il senso della propria esistenza. Infatti la vita e il lavoro come conseguenza di progressiva liberazione nella propria esistenza, sono sotto attacco dalle correnti sub-culturali ventilate dai poteri forti mondiali. Ma senza custodire il principio fondante della prosecuzione del creato, che poggia sulla continuità della vita, ed attraverso questa, con il genio delle persone che si esprimono con il lavoro per la manutenzione del creato, ci si abbandona inevitabilmente all’auto distruzione. 

La politica viene accusata oggi di non avere una “visione lungimirante”, di procedere a spanne, senza la capacità di proporre modelli sociali di riferimento, come invece accadde nel secondo dopoguerra e in particolare negli anni del boom economico. Possiamo dire che questa tendenza ha investito anche il Sindacato? Una volta capace di riempire le piazze e di imporre una logica di concertazione, oggi a volte bypassato da un decisionismo che non lascia spazio all’interlocuzione, quasi convitato di pietra e soccombente rispetto alla politica bipolare preponderante e chiusa al confronto? Ove questo fosse vero non si correrebbe il rischio di confinare il Sindacato ad una visione settoriale e riduttiva : pubblico vs. privato, categoria per categoria, senza una prospettiva di insieme? Gli eventi delle chiusure/aperture nel periodo pandemico di imprese, esercizi, partite Iva, la soluzione dello smart working , le scuole, la sanità: tutto viene vissuto come un vulnus settoriale , dove i bonus cercano di saturare esigenze del tutto particolari , senza porre al centro la tenuta del Paese e la crescita del lavoro. E’ una valutazione errata, una mera impressione? Sempre partendo dall’osservatorio sindacale che dovrebbe essere estraneo alle beghe di palazzo e alle lotte per la primazia politica, come valuta il contenzioso Stato-Regioni che si è palesato in questo lungo anno di decisioni contrastate, di contraddizioni, di ritardi, di veti e divieti incrociati, di conflitti tendenti a polarizzare Stato e Regioni come luoghi di esercizio del potere piuttosto che artefici di erogazione di servizi? Ci sono state anche diatribe aspre, che sono andate oltre lo spirito Costituzionale dove il decentramento autarchico e l’autonomia non devono confliggere con l’unità nazionale o metterla in discussione con orientamenti divergenti. Non Le sembra che la lunga sfilza di DPCM, le rivendicazioni dei cd. “Governatori , i problemi contingenti dei Sindaci, ma anche gli stessi orientamenti del mondo della scienza abbiano favorito l’immagine di un frazionamento, di una divisione a volte non facilmente ricomponibile, quasi pregiudizialmente conflittuale?

Nel cinquantennio dalla costituzione degli enti  Regione, sono stati frequentissime le situazioni dialettiche tra i rappresentanti dei poteri statali con quelli delle regioni, e tuttavia già dopo gli anni novanta ha assunto connotati patologici dopo il varo del titolo V inserito in fretta e furia nel 2001 nella costituzione con una riforma ottenuta sull’onda della provocazione leghista che andava ben oltre l’acquisizione del principio sussidiario dell’esercizio dei poteri e del tentativo della sinistra di cavalcare quell’onda a proprio vantaggio. Insomma, la riforma si è attuata nell’Idea che ogni regione fosse un vero e proprio Stato; le stesse leggi elettorali per eleggere i Presidenti delle regioni direttamente hanno oltremodo affermato l’idea che fossero ‘governatori’ con pieni poteri.

Si pensi ad esempio ad alcune attribuzioni di potestà primaria come per i trasporti in capo alle regioni, per meglio comprendere l’equivoco che ci ha anche ridicolizzati nel mondo intero. In USA, Brasile, Canada, Australia, per parlare solo di paesi federali (e noi non lo siamo) che hanno una estensione media di territorio una quindicina di volte in più, le decisioni sui trasporti sono attribuite al potere centrale, per la ragione semplicissima che sui trasporti più è larga la visione e più si è efficaci. Questa vicenda,  e molte altre, come lo spettacolo di questi mesi sulla pandemia, dimostrano la grave patologia che è cresciuta progressivamente nel paese nell’ultimo quarto di secolo, che sta consumando come una candela le nostre istituzioni, e conseguentemente l’economia e la coesione sociale. Penso che a distanza di 50 anni del loro varo, si può affermare con certezza che il governo degli affari pubblici sia sensibilmente peggiorato, ed il costo di inefficienza e tasse pesano sui cittadini. Se ci fosse una classe dirigente autorevole, dovrebbe aprire una forte riflessione per progettare un grande cambiamento.

Il sistema sanitario- nonostante l’abnegazione dei suoi operatori, medici, infermieri, tecnici di laboratorio, ricercatori ecc.- è stato messo in difficoltà da carenze strutturali e di dotazioni organiche e di risorse strumentali che risalgono agli anni in cui la Sanità era stata decurtata da tagli di spesa e mancati investimenti. E’ vero che il nostro SSN è uno dei migliori al mondo ma perché questa pregiudiziale ostilità verso il MES offertoci dall’Europa che darebbe letteralmente ossigeno al mondo della sanità pubblica e ci aiuterebbe a colmare ‘gap’ contestualizzati nel funzionamento del sistema?

Il sistema sanitario italiano come idea di garanzia per tutti i cittadini è senz’altro tra i migliori del mondo, dispone di eccellenze e di professionisti qualificati, godendo di background di un paese che storicamente ha avuto una medicina non inferiore agli altri paesi sviluppati e di specialisti con notevoli conoscenze e tuttavia pur avendo dotazioni finanziarie cospicue nonostante i tagli dell’ultimo quindicennio, non sono utilizzate nella maggior parte dei casi come si dovrebbe. Il Covid ha messo a nudo tutte le nostre debolezze dovute a ritardi gravi di organizzazione, e a un sistema di cui è sempre difficile capire chi ne risponde, a partire dalla spesa. La medicina di territorio e di prevenzione ed ospedali specializzati d’eccellenza, in molti casi, sono ancora una meta lontana da raggiungere. Anche nelle situazioni più semplici ci si perde in un bicchier d’acqua. Prendiamo ad esempio i vaccini antinfluenzali! In costanza di pandemia, occorreva averne subito a disposizione per non far convergere le persone infettate con quelle influenzate per evitare il caos. Eppure in molti territori si sta ancora aspettando le dosi, pur essendo arrivato l’inverno. Poi la direzione politica, prevalentemente delle regioni, abbiamo già visto a sufficienza: molto capaci a scaricare il barile su altri. Ma anche altri aspetti che possono sembrare insignificanti, come la scarsità di personale medico nel territorio ed negli ospedali. Per questa ragione hanno richiamato in servizio medicina anziani andati in pensione (disponibilità esemplari, eroiche). Ma a nessuno è venuto in mente di rivedere la regola italiana, unica in Europa e nel mondo, di corsi universitari a numero chiuso. Le norme europee lo vietano, paghiamo anche multe, ma si continua come nulla fosse anche in costanza della spaventosa esperienza endemica che ha mostrato l’esigenza di molti più medici di quelli che riusciamo a formare. Penso insomma che il sistema della sanità italiana dovrà essere rivoltato come un calzino.

Anche la scuola ha vissuto lo scorso anno con forti criticità, in primis la sospensione delle lezioni, faticosamente riprese a settembre e poi convertite per le superiori nella DAD. E anche questo pubblico servizio lamenta carenze strutturali gravi: dotazioni di personale, nuove tecnologie da conciliare con la didattica tradizionale, edifici e aule fatiscenti o non a norma. Eppure io sostengo che i vaccini per le pandemie del domani saranno prodotte dagli studenti di adesso. Che il fiume carsico della vita futura scorre nelle aule di oggi. Quali sono le strategie del Sindacato, o quelle che non ha e invece dovrebbe avere, oltre le mere difese d’ufficio di logiche corporative o il ridurre tutti i problemi del sistema scolastico al precariato? La ricerca della qualità nella formazione e del suo controllo di efficienza-efficacia quale peso ha nelle logiche del Sindacato? E’ un tema che può essere affrontato con serietà e senza demagogia? Diritto allo studio per tutti, ma anche incentivi ai capaci e meritevoli, è d’accordo?

La scuola e la sanità per tutti fu nel dopoguerra la forza del nuovo cammino repubblicano; fu la cartina di tornasole dell’avvento della Democrazia. Ora, se non si cambia, possono diventare la cifra del suo fallimento. La scuola italiana che è giunta ai giorni d’oggi ha bisogno di rifondarsi coniugandosi con la vocazione produttiva e di ricerca di sviluppo del paese. Da decenni ormai progressivamente si è scollata dalle sue migliori tradizioni e dalla modernità. Studiando il sistema attuale tedesco, sono rimasto colpito dalla grande somiglianza con quello italiano, almeno fino agli anni sessanta: due strade, una umanistica, l’altra tecnica e professionale, che ha dato ottimi risultati. Fino agli anni 70 quando una azienda assumeva un giovane appena diplomato, già il primo giorno di lavoro riusciva normalmente a lavorare: passava dalle attrezzature utilizzate a scuola a quelle della azienda, passava dalla partita doppia del corso di ragioneria a scuola a quella in ufficio gestendo il libro mastro. Voglio dire che più la scuola ha perso l’ancoraggio con la realtà e più problemi abbiamo avuto con la competitività. Si continuano a fare concorsi, ma siamo sicuri che si selezionino le professionalità che ci servono? Il MIUR già prima della pandemia possedeva una piattaforma grandissima e costosissima, ma in questa primavera le lezioni on line non si sono fatte. Potevano persino farsi con programmi semplici e non costosi come zoom e altri sistemi similari, ma non abbiamo visto tanta efficienza. Si è vero che il Sindacato in qualche caso non è stato d’aiuto, ma almeno ha l’alibi di essersi confrontato da almeno trent’anni con molti ministri e governi che più che curare la scuola la strumentalizzavano nella confusione.

Infine il tema dell’ambiente che spesso finisce per confliggere con l’avanzamento del progresso e l’espansione del lavoro. Si pone un problema di compatibilità tra tutela della natura e sviluppo della produzione, dell’export, dei flussi commerciali. Si tenta una sintesi attraverso la teoria della riconversione verso un’economia 4.0, la cd. green economy o ‘ripartenza verde’. Salvare industria, tecnologia e ambiente. Quali prospettive attribuisce a questa ipotesi, specie per il nostro Paese, le piccole e grandi imprese? In gioco, lo scrive l’ONU, c’è il rischio di una graduale alterazione o estinzione della vita sul pianeta. Il mondo sindacale è presente con idee e progetti?

Il sindacato ha fatto molte buone battaglie al fine di contemperare la salvaguardia delle produzioni con la salute e la custodia dell’ambiente, ma non dobbiamo sottovalutare i grandi interessi che hanno condizionato il mondo e dunque anche l’Italia. Ad esempio il potere dei petrolieri è stato ed è davvero grande. Questo potere talvolta è sembrato essere impegnato, pur di mantenere lo status quo, anche a fare o a far fare capriole pericolosissime. Ricordiamo per esempio la grande avversione al nucleare ed il reclutamento di improbabili amanti della sicurezza, agitati come non lo si era in nessuna altra parte del mondo. Per fortuna ora siamo arrivati in una stagione importante con l’Europa che ha una linea molto chiara e lungimirante per l’energia. Come si sa il fiume di denaro che ci permetterà di utilizzare in modo decisivo riguarda proprio riconvertire tutto il sistema di approvvigionamento energetico dal fossile alle rinnovabili: dal fotovoltaico, eolico, geotermico, dal contenimento di energia attraverso il miglioramento della non dispersione termica nelle abitazioni. Abbiamo dunque una grande opportunità. Infatti energia nuova e rivoluzione digitale sono i due pilastri per riiniziare una fase di sviluppo e di prosperità. Su questi temi mi sono impegnato nelle mie ultime tre pubblicazioni: rappresentano per me possibilità di portata epocale. Ma è l’istruzione e formazione che ci permetterà la pacifica rivoluzione italiana che va combattuta con tutte le forze di ogni persona volenterosa che vuole dare qualcosa al futuro degli italiani.