Re-immaginare Roma: ombre e speranze della capitale secondo la psicologia dei luoghi

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L’autore, in segno di preordinata volontà di scuotere l’attenzione del pubblico, aggiunge tra parentesi alla sua firma l’appellativo di “Scomodo”. L’articolo appare su “Atlante” della Treccani.

 

Su Roma si sono versati fiumi di inchiostro e fatte un’infinità di riflessioni in merito alla sua storia, al suo corredo immateriale e materiale sempre incredibilmente ingombrante. Eppure, più se ne parla e più la fotografia dell’immaginario che la città, le sue risorse e i suoi problemi ci restituiscono si fa complessa. La complessità che è propria di Roma – come luogo, entità storica e simbolica – richiede ulteriori approfondimenti, che abbiano come oggetto e obiettivo non solo le questioni relative alla produttività e alla qualità della vita espressa in funzione di benessere economico, sanità e sicurezza, ma anche eminentemente inerenti al vissuto psicologico che ad essa si accompagna e che la città stessa genera, continuamente esibendolo e mostrandone i tratti condivisi e comunitari.

 

In accordo con Stern e Gardner infatti, il compito principale della psicologia in relazione ai cambiamenti socio-ambientali non è tanto quello di analizzarne le organizzazioni, strutture sociali, tecnologie e modalità politico-economiche, quanto piuttosto quello di approfondire immaginari, attribuzioni, valori e significati propri di ognuna di esse.

Accanto alle descrizioni di Roma, dei suoi abitanti e dei vissuti, forniti da studiosi e ricerche che provengono dai campi della indagine tradizionale sulla città ‒ urbanistica, ricerca demografica, psicologia, sociologia, politica ecc. ‒ utilizzare una griglia interpretativa di tipo psicologico e psicodinamico potrebbe costituire un’ipotesi di lavoro che rimetta al centro l’abitante nel suo rapporto con i luoghi abitati vissuti affinché, nella fenomenologia dell’urbe, il “non detto”, i desideri e i bisogni che i cittadini manifestano nel vivere il quotidiano non rimangano offuscati dal trambusto caotico della metropoli e dalle luci scintillanti delle sue insegne, dalle modalità del consumo e della produzione che fanno riferimento alle sue configurazioni più superficiali.

Per questo l’abitare, in contrapposizione al semplice vivere la città, e l’alienazione come concausa di molti problemi psicosociali che affliggono la metropoli, sono due ambiti applicativi esemplari e privilegiati del costrutto dell’ambiente psicologico che permettono di delineare un perimetro che diminuisca l’estrema complessità di Roma e della sua fenomenologia. Essi verranno affrontati nella seconda parte di questa proposta di lavoro come casi studio.

 

Lo stato dell’arte della psicologia dell’abitare: un rinnovamento necessario

 

Cosa vuol dire abitare in un luogo? Cosa cambia il vivere in una città invece che in un’altra? Che risposte ci ha dato la psicologia fino ad ora?

 

Il concetto e l’esperienza di abitare in un luogo ci riconducono a vari costrutti come l’individualità, l’identità, i valori, l’estetica, la collettività, la società e a diversi campi di indagine come la politica, l’architettura, la topografia, l’urbanistica e l’economia, i quali, in queste righe, verranno osservati attraverso una lente psicologica [1].

 

Partendo da un breve esame dello stato dell’arte della psicologia in riferimento all’abitare, si nota come il tema fosse affrontato in larga misura già prima dell’avvento della psicologia come disciplina, da campi di studio come la sociologia e l’antropologia, materie che si approcciano al fenomeno dal punto di vista rispettivamente sociale e biologico-culturale.

 

La psicologia ha iniziato ad affrontare la tematica della collettività con Freud, ma non quella dell’abitare per la quale dobbiamo aspettare la nascita della psicologia sociale e più nello specifico della psicologia ambientale.

 

Tuttavia, l’abitare, anche in questi ambiti, non viene indagato dal punto di vista fenomenologico [2] (o lo è molto marginalmente), bensì dal punto di vista statistico, oppure deterministico. L’abitare cioè, spesso non è indagato da un punto di vista squisitamente psicologico, quanto piuttosto da un punto di vista ora sociologico, ora antropologico, ora economico, tutt’al più comportamentista.

 

Anche quando, più raramente, la psicologia ambientale nelle sue più recenti concezioni è passata da un paradigma di adattamento all’ambiente quasi esclusivamente comportamentista ad uno incentrato sulle interpretazioni cognitive dell’ambiente (Robert B. Bechtel, Arza Churchman, Handbook of Environmental Psychology, 2002), le riflessioni psicologiche restano applicate agli individui e non al luogo stesso.

 

Marino Bonaiuto, una delle massime autorità in tema di psicologia ambientale in Italia, ritiene che: «la psicologia ambientale può sinteticamente essere definita come lo studio psicologico delle relazioni (…) tra le persone e l’ambiente fisico, anche se molto spesso si tratta di ambiente fisico-sociale» (M. Bonaiuto, La psicologia ambientale in Italia, 2017).

 

A un’attenta riflessione appare evidente come l’ambiente venga descritto come ente fisico o al massimo sociale: ciò che viene tralasciato da questo tipo di costrutto è la qualità psicologica dell’ambiente stesso, quella “dimensione” che rende l’ambiente dotato di qualità psicologiche e quindi soggettive, come l’identità. Questa, infatti, per come è descritta nel Dizionario italiano di psicologia (U. Galimberti, 2004), è il senso del proprio essere continuo attraverso il tempo e distinto, come entità, da tutte le altre. Ripensare al futuro di Roma da questa prospettiva significa riflettere sulle sue qualità uniche ed irripetibili.

 

Ciò che si propone, è un nuovo costrutto, quello dell’ambiente psicologico: l’ambiente cioè non è un unico contenitore, ovvero l’insieme di tutte le cose che sono fuori dall’individuo, ma diventa luogo, e il luogo ha un’identità precisa che va oltre la somma delle singole variabili quantitative che essa mostra. Questo particolare tipo di prospettiva riprende in parte il concetto di Genius loci, rendendolo un costrutto psicologico moderno.

 

È proprio a Roma che nacquero una certa sensibilità ed una capacità di concezione del luogo ed è per ripensare Roma che questo tipo particolare di sensibilità portata dal Genius loci potrebbe rivelarsi fondante.

 

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