Responsabilità politica tra individuo e autorità

Sturzo riconduce l’autorità, l’unica che possa dirsi legittima, in quanto si fonda sul “metodo della libertà”, alla dimensione personale e alla coscienza individuale

334

Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Flavio Felice

Sturzo ci lascia una eredità ricchissima tanto per lo sviluppo della teoria politica e della teologia pastorale, quanto per l’azione politica vissuta come alta forma di carità cristiana: «La politica è un dovere civico, un atto di carità verso il prossimo».

Luigi Sturzo ci insegna che ogni società, qualunque sia la sua forma, non potrà mai fare a meno dell’autorità. In essa Sturzo vede un “principio d’ordine”, un “mezzo di unificazione”, il “simbolo” stesso della socialità. Sturzo parte dalla convinzione che non si possa parlare di società, se non come una “compartecipazione” di idee, di sentimenti, di affetti, di valori e di interessi. Sarà proprio il confliggere e l’intersezione delle azioni poste in essere in nome di tali valori e interessi che conducono Sturzo ad affermare che gli individui in società concorrono, ciascuno nel modo che gli è proprio — direttamente o indirettamente — alla «creazione, attuazione e solidificazione dell’autorità»; per questa ragione egli ribadisce che «l’essenza dell’autorità è la stessa coscienza permanente, attiva, unificatrice e responsabile».

Esistono diverse tipologie che negano l’autorità. I primi sono coloro che la negano in quanto tale, e sono gli anarchici, i quali si mettono immediatamente e da sé al di fuori della società. Poi ci sono i nemici dell’autorità, in quanto contraria a un proprio interesse particolare e finiscono per essere colpiti dalle stesse leggi che violano. In terzo luogo, vi sono colori che negano l’autorità e un determinato ordine sociale perché ritengono che ve ne sia un altro migliore. Questi ultimi esprimono una continua forma di rinnovamento sociale, un fermento perpetuo che può condurre verso il meglio, ma anche verso il peggio. A queste tre categorie: l’anarchico, il partigiano e il riformatore, Sturzo ne aggiunge una quarta: il despota. Invero, Sturzo annovera tra i nemici dell’autorità e dell’ordine sociale anche coloro che detengono il potere abusandone e, così facendo, diventano la ragione stessa del disordine che emerge per reazione al loro esercizio dispotico dell’autorità.

Il cuore dell’argomento sturziano è la considerazione del “metodo della libertà”, al quale il Nostro contrapponeva il “metodo di autorità” (ovvero di “costrizione”). Per “metodo di autorità”, scriveva Sturzo, intendiamo «quello che regola tutta l’attività pubblica per via di legge, che procura la osservanza di questa mediante la coazione e applicandola per i trasgressori, che non lascia nulla all’iniziativa privata, né permette che l’opinione pubblica formata dai singoli cittadini o dai vari corpi morali interferisca nelle attività del potere pubblico». A esso si contrappone il «metodo di libertà, il quale parte dalla convinzione che lo sviluppo della personalità non può essere normale in un ambiente di costrizione, ma in un ambiente libero».

Sturzo riconduce l’autorità, l’unica che possa dirsi legittima, in quanto si fonda sul “metodo della libertà”, alla dimensione personale e alla coscienza individuale, dal momento che nessuno nasce con la qualità dell’autorità su un altro uomo. Oltretutto, per Sturzo, la base del fatto sociale è la persona e non «un’astratta autorità pubblica». L’autorità è un attributo che spetta a ciascuna persona, dal momento che siamo tutti figli dello stesso Padre. Certo, per ordinare e orientare al meglio la convivenza civile, gli uomini si organizzano in modo tale che il processo evolutivo con il quale si concretizza l’istituzionalizzazione dell’agire umano faccia sì che l’autorità di ciascuno non leda e, piuttosto, promuova la libertà degli altri, ma così la persona non rinuncia all’autorità, semmai la orienta a un fine che giudica superiore (trascendente) proprio per il perseguimento del bene che gli è proprio: «Il bene individuale che è vero bene […] diviene per se stesso bene comune».

In altre parole, i detentori del potere pubblico possono rivelarsi i primi nemici dell’autorità. In questo caso, il potere arbitrario non esercita “l’autorità pubblica”, bensì nega quella individuale, l’unica che abbia una concreta ragione di esistere. Il compito della politica è di garantire l’autorità individuale, costruendo, per via “evolutiva-processuale”, pubbliche istituzioni, e relativi istituti giuridici, che la esaltino. L’esercizio del potere sarà dunque pubblico, mentre l’autorità sarà tale solo e soltanto nella misura in cui sia possibile ridurla alla coscienza individuale. Con tali premesse, la politica può diventare una vera e propria opera d’arte, la più alta forma di carità.

Con riferimento a un’autorità europea, Sturzo è preoccupato che l’unione europea possa avvenire nel campo del totalitarismo, piuttosto che in quello della libertà, e per tale ragione già nel 1934 riteneva che si trattasse di una “necessità urgente” appellarsi a «un’etica superiore […] per la quale s’impedisca che l’Europa cada nella barbarie delle persecuzioni di razza, della soppressione dei partiti con massacri, del bastone e dell’olio di ricino, e che edifichi i nuovi stati totalitari in cui la persona è assorbita dal gruppo dominante». Di qui il dovere di «potenziare e far valere» le forze di resistenza e di ricostruzione, tra le quali, come ci ricorda Eugenio Guccione, uno dei più attenti storici del pensiero sturziano: 1. Un’organizzazione interna dei singoli stati moralmente ed economicamente «salda e coerente»; 2. La volontà da parte dei governi di «difendere l’ordine del paese da qualsiasi attentato sovvertitore, sia all’interno sia all’esterno»; 3. Il «superamento di inutili e spesso dannosi residui nazionalistici e di puntigli di sovranità, per una effettiva federazione europea», in grado di rafforzarne i «vincoli morali e politici», attuando «un’efficiente e perciò graduale unione economica».

Sul fronte istituzionale, Sturzo proponeva la creazione di un’assemblea formata dai rappresentanti delle camere di ogni paese membro, piuttosto che dai rappresenti dei governi, riconoscendo peraltro a ciascuno stato membro l’autonomia di stabilire le modalità procedurali per la scelta dei propri rappresentanti. Il motivo per cui Sturzo preferisce un’assemblea composta dai rappresentanti delle camere, piuttosto che dei governi, risiede nella natura “popolare” dell’organismo legislativo il quale sarebbe snaturato qualora fosse espressione di classi dirigenti, piuttosto che del popolo. L’argomento è originale, in quanto ammette che i rappresentanti popolari, tanto che siano espressione della maggioranza quanto della minoranza, possano essere portatori, sul piano internazionale, di istanze che si distanziano dalla linea di governo ed essere persino contrarie a esse. Scrive Sturzo: «I limiti di intese governative, le quali, come tali, sono destinate a restare sul piano di accordi internazionali senza legare i popoli a una politica e a una economia in comune».

Sturzo nel 1950 aderisce al Comitato promotore internazionale per la «Petizione di un Patto federale» e sottoscrisse uno dei più significativi manifesti europeistici. Nel manifesto si legge: «Federazione europea significa soluzione comune dei problemi che interessano tutti i paesi associati e rispetto della tradizione e delle autonomie degli stati membri per quel che riguarda i loro particolari interessi: un parlamento europeo, eletto a suffragio universale da tutti i cittadini; un governo europeo, dotato di mezzi necessari per farsi ubbidire, nell’ambito dei suoi poteri costituzionali; un tribunale europeo a tutela dell’uguaglianze dei popoli e della libertà dei cittadini; unità di politica estera, unità di esercito, unità di mercati, unità di moneta».

Sono questi gli anni in cui Sturzo ingaggia la sua ultima battaglia, quella durissima contro ciò che egli considerava i nemici mortali della democrazia, al punto da definirli le «tre male bestie della democrazia»: statalismo, partitocrazia, spreco del denaro pubblico. Ecco, dunque, che prendendo in esame il problema europeo dal punto di vista economico, Sturzo richiamava l’attenzione sui principi dell’economia libera, un’economia di concorrenza che trova notevoli punti di contatto con la tradizione ordoliberale tedesca e i tentativi di implementazioni portati avanti dai padri dell’economia sociale di mercato. In polemica con Ugo La Malfa, Eugenio Scalfari e Ernesto Rossi, Sturzo scriveva proprio nel 1957: «Non è certo questa l’iniziativa privata che io difendo; altrimenti non avrei potuto richiamarmi ai miei precedenti sul libero scambio, alla mia lotta contro le barriere doganali, al mio largo consenso (sostenuto da teorie e studi nei miei libri e scritti vecchi e nuovi a favore della comunità internazionale della Ceca e del Mercato comune); tutto ciò senza intenzioni, senza pentimenti, né abiure, nella mia continua lotta contro ogni vincolismo e parassitismo»