Ricordo di un incontro con Ettore Scola

Intervista postuma al grande regista a cinque anni dalla Sua scomparsa (19 gennaio 2016)

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Maestro, è un vero onore essere al cospetto di uno dei più grandi poeti della cinematografia mondiale del 900. Grazie ai Suoi film e agli attori che hanno lavorato con Lei ci resta il dono di capolavori che hanno accompagnato e descritto la crescita della società del secondo dopoguerra. Possiamo dire che la Sua straordinaria capacità narrativa e di valorizzazione dei talenti nasceva e si è conservata nel tempo come espressione di una forte, intima passione:  quella di un grande amore per il nostro popolo e per  il nostro Paese?

Credo che la passione per quello che si fa e l’amore per il posto in cui si vive, per il popolo con il quale si cresce siano condizioni indispensabili per la riuscita di qualunque lavoro destinato a entrare in comunicazione con gli altri.

Dopo l’esordio con ‘Il sorpasso’, per la regia di  Dino Risi, la Sua lunga carriera si è sviluppata nella duplice veste di sceneggiatore e di regista. Può spiegare con poche parole al grande pubblico questo rapporto intrinseco tra sceneggiatura e regia di un film?

In realtà il mio primo esordio fu con Tino Scotti in “Fermi tutti, arrivo io” di S. Grieco, poi seguito da “Due volti con Cleopatra” e “Totò nella luna”: prima di passare alla regia vera e propria firmai 70 sceneggiature di film. Ogni opera, di artista o di artigiano che sia, nasce da una ispirazione, dall’esigenza di rappresentare una determinata realtà o di individuarne le possibilità di cambiamento.  Questa idea e questo soggetto vanno studiati, ampliati, immaginati negli sviluppi narrativi di una storia, nella evoluzione dei personaggi e delle loro psicologie, nella invenzione di quello che essi fanno, dicono e pensano.  Questa scrittura o sceneggiatura sarà poi tradotta nelle immagini, nei movimenti e nelle atmosfere che saranno scelti dalla regia. Nel cinema d’autore sono fasi distinte tra loro ma non indipendenti,  poiché ognuna contribuisce alla progressiva definizione del significato del film.

Perché il nostro cinema – dal neorealismo alla commedia all’italiana – ha saputo conservare una sua specificità che l’ha reso diverso, forse più intimo e vicino ai sentimenti popolari di quanto sia accaduto altrove?

Dal neorealismo alla commedia all’italiana il nostro cinema si è distinto da quello degli altri paesi per la sua particolare attenzione alla realtà, tanto che tutta la nostra storia, dal secondo conflitto mondiale fino ad oggi è stata raccontata più dal cinema che dalla scuola. E il pubblico ha spesso riconosciuto in quei film anche la sua storia personale.

Mi consenta una rapida citazione degli attori che Lei ha diretto e che hanno fatto insieme a Lei la storia del cinema: Sordi, Tognazzi, Gassman, Manfredi, Mastroianni, Sophia Loren, Stefania Sandrelli, Fanny Ardant, Troisi, Depardieu, Castellitto…Mi scuso se mi fermo a questi nomi. Che cosa ha significato per Lei condividere l’espressività artistica di questi grandi personaggi. Com’erano, visti da vicino, da persone oltre che da attori?

La commedia italiana è stata un cinema d’autori: sceneggiatori, registi e attori e io ho avuto la fortuna di lavorare con i più grandi di loro fin dagli inizi della mia carriera, nei giornali satirici,alla radio e nel cinema (in qualità di anonimo sceneggiatore aggiunto, di gagman, di ‘negro’ dei colleghi già affermati). Quando mi guadagnai l’onore della firma come sceneggiatore conoscevo già tutti e di qualcuno ero diventato amico personale. Da regista fu per me naturale rivolgermi a loro per averli nei miei film: molti nel frattempo erano diventati attori di grande successo e avevano già interpretato decine e decine di ruoli, quindi sentii l’esigenza di riproporli in interpretazioni diverse da quelle che avevano già fornito, avvalendomi della conoscenza privata della loro indole, della loro natura, delle loro possibilità artistiche non ancora frequentate.

Dell’epoca contemporanea si dice che è complessa ed attraversata da una deriva di crisi e da una carenza di identità. Eppure la società del dopoguerra usciva da un periodo di tribolazioni, di miseria, di disperazione: dobbiamo alla sofferenza, al talento e alla genialità dei singoli, o alle speranze collettive, quella grande e forse irripetibile stagione del cinema.

La realtà del nostro Paese non è mai stata avara, con gli autori italiani, di spunti, suggestioni e ispirazioni drammatiche o comiche (o, talvolta, tragicomiche). E non lo è certo neppure oggi. La responsabilità di un ‘cinema flebile’ non è, non può essere, della realtà. Infatti abbiamo esempi anche recenti di film assai riusciti che riescono a interpretare i disagi e le speranze della collettività. Ma in un Paese economicamente, politicamente e culturalmente in crisi è comprensibile che anche il “suo”  cinema sia in crisi. Non è tempo di sterili piagnistei e di anime afflitte, ma di forti volontà di cambiamento. E non soltanto nel nostro cinema.

Dei Suoi film mi colpisce e mi intriga l’abile capacità di ambientazione, anche in contesti intimi, ristretti, quasi teatrali, dove emergono i profili psicologici dei personaggi.  Ognuno di noi ci ritrova infatti una parte di sé. Penso ad esempio a Sordi in “La più bella serata della mia vita”, a “La famiglia” e alla descrizione del lento, lungo inesorabile declino delle consuetudini e dei ruoli domestici… Si riconosce in queste cifre stilistiche?

I due aspetti che lei evidenzia li riconosco come miei interessi prevalenti e forse caratterizzanti. Sono tendenze istintive, personali. Ciascuno ha le sue. Lei dice che nei miei film “ognuno ritrova una parte di sé”.  Non so se sia vero ma so che è stata questa l’ambizione che ha – quasi sempre – animato le cose che ho fatto. Non avendo soverchia fiducia nella mia autobiografia – permessa soltanto ad autori di grande esperienza di vita, come quelle di Jack London, Hemingway, Primo Levi – ho tentato allora di interpretare qualche tratto del sentire collettivo in alcune autobiografie dello spettatore.

Mi pare che si assista ad un lento e graduale declino del cinema come fonte narrativa: è la Tv, sono i mass media che parlano direttamente alla gente e al Paese. Che cosa abbiamo perduto in questo lento transito? Resterà il cinema, forse ancor più del teatro, una nicchia ristretta di fruizione dello spettacolo? Ci sarà ancora bisogno del cinema per descrivere, spiegare, far  riflettere?

La tecnologia ha valenza eticamente neutra, è anzi un’opportunità e si caratterizza e qualifica per come viene utilizzata. In via generale non credo che le nuove tecnologie e le conquiste dell’informatica mettano in crisi l’ispirazione di processi creativi, poichè in esse possono anzi trovare alimento inedite opportunità espressive. Possono anche introdurre elementi positivi o negativi nei comportamenti individuali e collettivi, dipende dal fatto se prevale un atteggiamento dettato dall’uso dell’intelligenza personale o se si subiscono i condizionamenti negativi delle prevalenti derive sociali. Non vanno demonizzate né santificate: una scemenza in  3D resta una scemenza. Certo la Tv è oggi quantitativamente preponderante: ma non è un fatto tecnico bensì di consuetudini e stili di vita indotti. I giovani subiscono infatti messaggi e spettacoli diseducativi e non certo per loro scelta, non essendo gli artefici dei palinsesti televisivi.

Maestro, oltre a conservare il dovere della memoria e la nostalgia del ricordo, affinchè tutto sia utile e nulla vada perduto, ci è necessario – oggi più che mai –  guardare con fiducia al domani, andare oltre , immaginare, sognare, per capire a quali speranze possiamo legare il futuro dell’umanità. Le chiedo – alla luce della Sua straordinaria esperienza umana e culturale –  di suggerire ai giovani almeno tre cose per le quali vale la pena di vivere e di darsi da fare…

Tocca ai giovani – non fosse altro perché il loro futuro è più lungo – mandare avanti il mondo. Progetto ambizioso e oggi forse più che mai difficile per una generazione che non sembra avviata a godere di particolari vantaggi: l’eredità non è succulenta, i punti di riferimento e i modelli sono scarsi, la circolazione delle idee è caotica e non si capisce perché – visto che in realtà di idee ne circolano così poche…. Le ideologie hanno tutte superato la loro data di scadenza, quanto ai ‘fulgidi esempi’ neanche a parlarne… Ma chissà che proprio in questo deserto culturale i ragazzi non riescano a rintracciare qualche vantaggio? A scegliere per loro stessi alcune parole meno imbrattate da un uso sconsiderato? Vecchie parole che tornino nuove, parole semplici del tipo onestà, pulizia, fiducia, speranza. Parole che procurino pensiero, che portino ad agire, che diventino esse stesse programma.

RICORDO PERSONALE di ETTORE SCOLA      

Incontrando Ettore Scola avevo avuto l’impressione di essere al cospetto di un gigante che “aveva dato la mano” al 900: la stessa sensazione (con motivazioni e spiegazioni diverse) provata con altri testimoni del nostro tempo (Rita Levi Montalcini, Pupi Avati, il Card. Carlo M. Martini, Giulio Andreotti, Alda Merini ecc…) che in quel periodo avevo intervistato.  Persona dotata di una cultura profondissima e di una straordinaria conoscenza della tecnica cinematografica (sulla quale piacevolmente si era soffermato con esperte descrizioni) e della letteratura che la supporta e la sottende, sapeva unire a queste doti una spontanea, generosa umanità che mi aveva messo a mio agio quasi come se si trattasse di un argomentato dialogo con un interlocutore accreditato a colloquiare su temi di comune interesse. Un grande regista è come uno scrittore che aggiunge alla parte letteraria una trama di immagini che spiegano in senso più compiuto la storia che si vuole narrare: in questo Ettore Scola è stato maestro insuperabile perché (circondandosi di attori straordinari come Mastroianni, Sordi, Tognazzi, Sofia Loren, Monica Vitti, Manfredi, Trintignant, Giannini, Troisi ) ha saputo descrivere in modo quasi sovrapponibile alla realtà gli aspetti più caratterizzanti dell’Italia del secondo dopoguerra, penetrando la quotidianità, i sentimenti, gli amori, le passioni, il carattere della nostra gente, in quanto (uso le sue parole) ….. “dal neorealismo alla commedia all’italiana il nostro cinema si è distinto da quello degli altri paesi per la sua particolare attenzione alla realtà, tanto che tutta la nostra storia, dal secondo conflitto mondiale fino ad oggi è stata raccontata più dal cinema che dalla scuola. E il pubblico ha spesso riconosciuto in quei film anche la sua storia personale”.

Gli avevo confessato che mi colpiva e mi intrigava nei suoi film la sua abile capacità di ambientazione, anche in contesti intimi, ristretti, quasi teatrali, dove riusciva a far emergere i profili psicologici dei personaggi, e insieme a questo  lo sfondo, la cronaca che richiama la Storia e dal particolare riesce a descrivere i grandi avvenimenti valorizzando i gesti, le azioni e i vissuti di personaggi che ne sono il corollario: spiegare e far capire il tutto partendo dai dettagli. Avevo posto alla sua attenzione queste osservazioni con una certa titubanza, malcelando l’incompetenza dello sprovveduto dilettante ma con sicurezza che mi sorprese mi rispose: “I due aspetti che lei evidenzia li riconosco come miei interessi prevalenti e forse caratterizzanti. Sono tendenze istintive, personali. Ciascuno ha le sue. Lei dice che nei miei film “ognuno ritrova una parte di sé”.  Non so se sia vero ma so che è stata questa l’ambizione che ha – quasi sempre – animato le cose che ho fatto. Non avendo soverchia fiducia nella mia autobiografia ho tentato allora di interpretare qualche tratto del sentire collettivo in alcune autobiografie dello spettatore”.

Ci eravamo soffermati su alcune sue “pellicole” famose, come “Una giornata particolare”, di cui mi diede descrizioni e aneddoti legati ai personaggi interpretati da due primattori “unici” come Mastroianni e la Loren, ambientato il giorno della sfilata in onore di Hitler che – curiosamente puntualizzò Scola – non vi prese parte pur essendo a  Roma. Sbobinando la cassetta dell’intervista gli avevo restituito il testo scritto (prima di mandarlo in pubblicazione) che conteneva un breve passaggio elogiativo verso la sua persona. Mi telefonò chiedendomi di togliere quel “complimento”, facendomi intendere di non amare le sviolinate e le manfrine. Avevo ben capito che si trattava di un uomo retto, tutto d’un pezzo, rigoroso, intimamente onesto con se stesso e verso il mondo. Mi piace ricordare le sue parole conclusive, quasi una sorta di testamento spirituale.  

Tocca ai giovani – non fosse altro perché il loro futuro è più lungo – mandare avanti il mondo. Progetto ambizioso e oggi forse più che mai difficile per una generazione che non sembra avviata a godere di particolari vantaggi: l’eredità non è succulenta, i punti di riferimento e i modelli sono scarsi, la circolazione delle idee è caotica e non si capisce perché – visto che in realtà di idee ne circolano così poche…. Le ideologie hanno tutte superato la loro data di scadenza, quanto ai ‘fulgidi esempi’ neanche a parlarne…Ma chissà che proprio in questo deserto culturale i ragazzi non riescano a rintracciare qualche vantaggio?  scegliere per loro stessi alcune parole meno imbrattate da un uso sconsiderato? Vecchie parole che tornino nuove, parole semplici del tipo onestà, pulizia, fiducia, speranza. Parole che procurino pensiero, che portino ad agire, che diventino esse stesse programma”.