Ricordo di un incontro con il presidente Anpi Sen. Raimondo Ricci

Testimone e memoria storica del contributo dei partigiani alla lotta di Liberazione nazionale

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Presidente Ricci, dove si trovava e come aveva personalmente vissuto il 25 aprile del 1945?

“Il 25 aprile del 1945 mi trovavo internato nel campo KL (Konzentrazion Lager) di Mauthausen situato in Austria nei pressi di Linz, sulla sponda destra del Danubio. In quel periodo l’Austria faceva parte integrale del III Reich e il campo non era ancora stato liberato dalle forze della coalizione internazionale antinazista. La liberazione sarebbe avvenuta soltanto il 5 maggio del 1945, con l’arrivo alle porte del campo di forze armate americane. A Mauthausen ero stato internato a metà del mese di giugno 1944 con oltre 600 italiani che con un convoglio di carri merci piombati erano partiti dal campo di smistamento di Fossoli di Carpi, in Emilia Romagna. Il mio internamento era avvenuto dopo oltre sette mesi di detenzione nelle carceri di Imperia, Savona e Genova in quanto, ai primi di dicembre del 1943, ero stato arrestato da elementi della Guardia nazionale repubblicana del neofascismo di Salò i quali mi avevano trasferito prima alla Gestapo e successivamente alle SS. Ciò in quanto dopo l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943, che mi aveva colto mentre prestavo servizio di ufficiale di Marina presso il Porto di Imperia, avevo deciso di andare in montagna, insieme ad alcuni marinai del mio comando e ad alcuni antifascisti, per cercare di realizzare una Resistenza attiva contro l’occupazione armata del nostro Paese da parte delle forze naziste”.

Ci racconta un aneddoto, una vicenda umana della lotta di resistenza partigiana?

“Ricordo che, senza dubbio, la vicenda umana che mi ha coinvolto nel purtroppo breve periodo della mia attività partigiana sui monti dell’entroterra imperiese fu rappresentata dalla vicinanza, dal generoso aiuto materiale e morale prestatomi da mia sorella Maura, di un anno e mezzo più giovane di me, che mantenne costanti collegamenti fra i luoghi ove la nostra formazione partigiana veniva costituendosi e organizzandosi e la città, dove risiedeva un nostro zio presso il quale ella abitava. Questo legame aveva assunto un carattere estremamente prezioso anche per il fatto che mia sorella ed io eravamo rimasti orfani di nostra madre fin dal 1937, quando essa era morta a soli 42 anni a seguito di una grave malattia, e di nostro padre, magistrato, deceduto in Africa Orientale nel 1941”.  

Come riuscivate a far crescere intorno a voi il consenso de popolazione civile, qual era la condizione sociale dell’Italia in quei periodo storico che precedette la Liberazione?

“Ricordo che l’orientamento generale nella popolazione con la quale eravamo in contatto e nello stesso ambiente militare al quale appartenevo, segnatamente fra i più giovani, era di ostilità alla prosecuzione di una guerra che aveva ormai profondamente e dolorosamente segnato il nostro popolo. L’occupazione tedesca significava la continuazione della guerra e ciò stesso, anche indipendentemente dalle violenze e dalle atrocità che l’avrebbero caratterizzata, costituiva un motivo di ostilità e la nascita, a partire dalla fine dell’ottobre 1943, di un nuovo fascismo repubblicano al servizio dei tedeschi non ebbe mai un consenso popolare. Nella presenza partigiana la popolazione, non solo della campagna e della montagna, vedeva una possibilità di riscatto. Tuttavia la scelta della lotta armata era molto difficile perché significava tagliare i rapporti con le proprie abitudini e frequentazioni, a cominciare molto spesso dai rapporti familiari, e mettere a rischio la propria esistenza, tanto nel caso della lotta in montagna come in quello dell’attività cospirativa in città”.

Ci parla degli orrori dell’oppressione nazista. Quali erano le libertà conculcate e i valori calpestati insieme alle Stesse vite umane? Deportazioni, prigionia, umiliazioni, violenze, negazione delle libertà civili e di pensiero: come poteva durare una simile prevaricazione?

“La risposta a questa domanda richiederebbe, per essere esauriente, un’analisi articolata e complessa, così sul piano storico come su quello etico. Qui posso tentare soltanto, con tutti i suoi limiti, una breve sintesi. Il destino ha voluto che nella mia vita io abbia sperimentato, e comunque conosciuto,  le caratteristiche fondamentali del fascismo e del nazismo, non solo per esserne stato vittima, ma anche per aver dedicato anni di letture e riflessioni all’approfondimento di realtà che per molti versi rappresentano un “unicum” nella storia umana. Ciò nel senso che, così il nazismo come il fascismo ma in modo sicuramente più integrale il primo rispetto al secondo, costituiscono forme inedite di dittature moderne fondate sulla violenza e dirette ad instaurare un potere assoluto mediante l’utilizzazione dei mezzi offerti dalle tecniche e dalle tecnologie create  e poste a disposizione dall’umano progresso, da quelle di carattere strettamente scientifico a quelle di carattere più propriamente organizzativo. Solo in questa chiave possono essere comprese e spiegate le dimensioni enormi degli stermini di massa, dei progetti di annientamento di intere etnie che soprattutto il nazionalsocialismo in larga parte realizzò, di dominio sul mondo intero progettato in dimensione millenaria, di controllo e repressione di ogni dissenso rispetto al sistema, misurato fin dentro le soglie delle coscienze individuali, di una propaganda capace di realizzare consensi plebiscitari intorno ai detentori del potere assoluto e ai loro progetti”. 

Possiamo oggi dire – come allora – che quello della Liberazione è un patrimonio storico e ideale di tutti?

“Possiamo senz’altro affermare che la liberazione del nostro Paese dal fascismo, che fu per quattro dei sei anni di guerra legato da un Patto di acciaio con il nazismo, e più in generale, che la sconfitta di questi totalitarismi nel secolo scorso, può essere considerata una grande e positiva conquista del genere umano e quindi un positivo patrimonio di tutti”.

Come valuta le recenti rivisitazioni critiche di quel periodo della lotta partigiana. mi riferisco ai libri di Gianpaolo Pansa in particolare. Ci furono davvero dei chiaroscuri o tutto fu nobile e limpido?

“La risposta a questa domanda, che riguarda il revisionismo politico e in particolare le posizioni assunte da un giornalista, deve essere affidata non tanto alle mie parole quanto alla verità storica. L’Italia fu liberata sostanzialmente dagli Alleati, in particolare dagli angloamericani, che risalirono lo stivale da Sud verso Nord con i loro eserciti. La loro vittoria fu aiutata, in molti casi in modo molto efficace, dalle forze della Resistenza italiana. Ma non fu un “dono” degli Alleati la trasformazione della identità nazionale  da Paese totalitario in Paese democratico, che si concretò con il mutamento istituzionale della nostra Patria da monarchia a repubblica e con l’elaborazione e approvazione della Costituzione fra le più avanzate e lungimiranti dell’intera Europa. Questa trasformazione fu merito del popolo italiano e dei suoi dirigenti che, dalle drammatiche vicende della seconda guerra mondiale e dalle stesse esperienze italiane a partire da quella della Resistenza, seppero trarre le debite e positive conclusioni. Se la Resistenza non avesse dato il suo contributo alla liberazione del nostro paese Alcide De Gasperi non avrebbe potuto ottenere al tavolo della pace a Parigi, nel 1947, l’integrità dei nostri confini a nord, a sud, a est e a ovest. Ciò fu possibile perché venne espressamente riconosciuto nel testo del trattato di pace che l’Italia era divenuta, con la Resistenza, cobelligerante con le Nazioni Unite. Per questo la Resistenza fu un grande e luminoso esempio della nostra storia che non può essere negato o messo in discussione per  il fatto che nell’immediato dopoguerra si siano verificati episodi di ritorsione o vendetta da parte di alcuni di coloro che avevano subito violenze inenarrabili. Questi furono amari frutti, purtroppo inevitabili, di una guerra di sterminio che il popolo italiano nella sua grande maggioranza non aveva certamente voluto”.

 Perché, Presidente Ricci, rinnovare ai contemporanei la memoria dì quel periodo è un preciso dovere morale oltre che un tributo alla storia affinché non abbia a ripetersi?

“Rinnovare e valorizzare, nella conoscenza reale dei fatti, la storia contemporanea del nostro Paese e con esso dell’Europa intera, è necessario se, come propone la domanda, vogliamo che nelle generazioni più giovani sia presente il valore e il significato della nostra storia e gli aspetti negativi del passato non abbiano a ripetersi. Per comprendere e affrontare il presente, le sfide del presente, sia quelle che si presentano per l’Italia sia quelle che riguardano tutto il mondo oggi globalizzato, è necessario conoscere il passato. Il colloquio e il dialogo fra le generazioni è quindi indispensabile e purtroppo dobbiamo constatare che in Italia non sempre questo colloquio si realizza”.

Che cosa resta oggi di quei valori che costarono il sacrificio dì vite umane, quali ideali dobbiamo insegnare ai giovani affinché ne facciano tesoro e li conservino con affetto e devozione?

“I valori che occorre conservare e che debbono essere principalmente indicati ai giovani hanno soprattutto un nome: la Costituzione, elaborata fra il 1946 e il 1947, ed entrata in vigore il 1° gennaio del 1948. Essa contiene i principi fondamentali che devono ispirare la vita stessa della nostra comunità nazionale. Il lavoro e la sua dignità, i diritti della persona, l’eguaglianza vista in modo dinamico in quanto dev’essere promossa dalla Repubblica per consentire la partecipazione alla politica, il ripudio della guerra e, oltre ad esso, l’accettazione di limiti alla sovranità nazionale in quanto necessario per promuovere positivi rapporti fra le nazioni, l’enunciazione dei diritti spettanti ai singoli cittadini, l’indipendenza della Magistratura, le istituzioni di garanzia ed altro ancora: un quadro lungimirante che deve essere ancora in buona parte attuato”.

L’Italia del dopoguerra – pur nei ritmi di una crescita complessa e tumultuosa e in presenza di lotte politiche a volte aspre ci ha consegnato un lungo periodo di pace e dì libertà. Possono la rievocazione deI 25 aprile  e la difesa della Costituzione alimentare le speranze di un ancor più lungo periodo di concordia nazionale?

“È un augurio fondato quello secondo cui il rispetto della Costituzione possa garantire all’Italia, superata l’attuale grave crisi economica globale, un nuovo periodo di concordia e prosperità. Oggi purtroppo la realtà non è incoraggiante sotto questo profilo. Credo tuttavia, con quell’ottimismo della volontà che non mi ha mai abbandonato nonostante le molte prove della mia esistenza, che questo augurio possa avverarsi. Riflettere sulla nostra storia e trarre da essa ispirazione è quanto mai necessario per questo il 25 aprile dovrebbe vedere l’intera nostra comunità nazionale stringersi unita intorno al significato di questa data altamente e positivamente simbolica”. 

Presidente, guardando a ritroso a quegli anni e alla Sua stessa vita e osservando il mondo di oggi pensa che rifarebbe ancora tutto ciò che scelse di fare? Legge almeno intorno a sé un sentimento di gratitudine e di riconoscenza?

“Rifarei tutto ciò che ho fatto durante la mia vita in modo positivo. In altri termini, non recrimino nulla di ciò che ho fatto; ho forse a volte il rimpianto di non essermi impegnato abbastanza, ma mi è di conforto la convinzione che una buona maggioranza del popolo italiano vede la nostra Costituzione come una luce, un faro che illumina la strada del futuro. Lo ha dimostrato nel 2006 con il referendum che ha bocciato un grave tentativo di manipolazione della nostra carta fondamentale. Oggi purtroppo questa maggioranza di italiani non trova voce, non la trova particolarmente nei partiti politici, per esprimere questa sua convinzione, il suo patriottismo costituzionale.  Ecco: io credo che occorra trovare un modo per dare voce, una voce unitaria, efficace e condivisa, a questo patriottismo. Non desidero gratitudine perché faccio semplicemente il mio dovere e mi sentirò sempre più affratellato a tutti coloro che, sempre più numerosi, condivideranno questo impegno”. 

 

                                                            Appendice

 

Conobbi il Sen Raimondo Ricci attraverso il contatto con l’istituto Ligure di Storia della Resistenza e dell’età contemporanea di cui era Presidente. Apprezzavo il suo rigore morale, la sua lucida testimonianza della storia patria del periodo della lotta di liberazione di cui era stato protagonista. Dopo l’armistizio del 1943 aveva aderito al movimento partigiano e per questo dopo pochi mesi fu arrestato dalla GNR. Incarcerato e poi consegnato alla Gestapo, venne deportato nel lager di Mauthausen da dove venne poi liberato il 5 maggio del 1945. Nacque tra noi un’amicizia personale consolidata da alcune visite a casa sua a Genova, dove abitava nella zona di Carignano, che mi consentirono di ascoltare i suoi racconti ricchi di episodi e di vicende vissute o raccolte. Lo legava un rapporto personale di amicizia con il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e in un paio di occasioni fui io stesso testimone del loro contatto telefonico assiduo e confidenziale: lui comunista e Scalfaro cattolico, erano uniti da una rettitudine morale e da una integerrima visione della vita, della politica, delle istituzioni. Conservo un ricordo vivo e affettuoso della sua garbata signorilità, della sua ospitalità nel ricevermi a casa sua, della sua curiosità nel raccontare ed ascoltare (mio padre – quasi suo coetaneo- era partigiano, conservo un diploma che gli fu consegnato dal Comandante delle Forze alleate in Italia, gen. Alexander, di cui Ricci vole in dono una fotocopia) aneddoti di quel periodo storico, sempre fermo e irremovibile da una visione netta e chiara di quell’epoca che aveva intensamente vissuto e di cui era stato un testimone autorevole e rispettato. Forse proprio a motivo della differenza di età tra noi mi riservava un affetto quasi paterno e una considerazione attenta nell’approfondire la storia del periodo della lotta di liberazione. Mi introdusse a scrivere alcuni articoli su PATRIA, organo dell’ANPI di cui fu lo storico Presidente fino al 2011. La sua Presidenza dell’ANPI fu la più lunga,  dal dopoguerra ai nostri giorni. Venne a mancare il 26 novembre 2013 a Genova, diventata la sua città da sempre, pur essendo nato a Roma nel 1921.