Ricordo di un incontro con Rita Levi Montalcini

In occasione della ricorrenza dell'anniversario della nascita di Rita levi Montalcini,(22 aprile) .

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IMAGINATION

La straordinaria opportunità di un’intervista con Rita Levi Montalcini mi ha lasciato in dono una sua considerazione, che trovo a un tempo altissima nella sua sintesi culturale  e pratica nella gamma infinita delle sue possibili declinazioni. “Pensare può essere utile mentre parlare non sempre è necessario” : si tratta di un’affermazione che nella sua apparente e sorprendente semplicità esprime in realtà un concetto denso di implicazioni utili nelle quotidiane circostanze della vita. In genere accade infatti il contrario: si dicono e si ascoltano molte cose senza avere l’esatta percezione del loro significato. In occasione  del mio incontro con la scienziata  per la commemorazione presso l’Università di Pavia di Camillo Golgi – premio Nobel per la Medicina nel 1906 – la Prof.ssa Montalcini  (che aveva  poi ricevuto lo stesso riconoscimento esattamente 80 anni dopo, nel 1986) nel corso della Sua prolusione, parlando a braccio per oltre mezz’ora in perfetto inglese, aveva stupito tutti insistendo in modo coerente e articolato nel Suo discorso sul concetto di “pensiero pensante” utilizzando più volte il termine “imagination”, per sottolineare che lo sforzo della ricerca, ma anche l’intuizione, la riflessione, il dubbio come forma di ripensamento (in sintonia con le teorie di Karl Popper) , la stessa “fantasia” in quanto pensiero divergente (e qui mi piace ricordare che lo stesso Albert Einstein aveva sottolineato che a volte la fantasia è più importante della conoscenza) ha un valore tassonomico persino superiore alla stessa scienza codificata. Non vi è progresso scientifico infatti se le teorie consolidate non vengono continuamente sottoposte alla prassi della loro sistematica revisione alla luce del pensiero critico. Ne deriva che l’educazione è umanizzazione, non addestramento, la cultura è comprensione che integra la mera  conoscenza, non è il prodotto di un marketing commerciale: non si trova negli scaffali degli ipermercati né viene elargita attraverso corsi accelerati di formazione che rilasciano patentini di idoneità. 

Trovo che siamo circondati da un desolante panorama di semplificazione culturale, dominato dall’uso disinibito e inconsapevole della parola e contraddistinto da una deriva di omologazione al relativo, al facile e al peggio. Scriveva Max Weber, già all’inizio del Novecento, che la ‘razionalizzazione’, cioè l’ottimizzazione delle potenzialità intellettuali dell’uomo, “non è la progressiva conoscenza generale delle condizioni di vita che ci circondano”. La vera razionalizzazione consiste invece nel “disincantamento del mondo”, in altri termini nella consapevolezza che attraverso la ragione e il pensiero si stabiliscono e si applicano le regole che ci permettono di conoscere la realtà, partendo sempre dal nostro punto di osservazione. E’ più utile, cioè, rafforzare le nostre personali dotazioni strumentali – l’intelligenza e il carattere – che possedere una dimensione quantitativamente estesa della conoscenza delle cose. 

Ci si chiede spesso, in questa epoca di comunicazione globalizzata, se la libertà di informazione sia un valore sussistente e difendibile: la risposta non è semplice ma risiede nel rapporto che c’è tra il pensiero e la parola.  Se la seconda è il risultato di un ragionamento, la concretizzazione di un’idea, se esprime un concetto chiaro a chi la pronuncia e al suo interlocutore, allora ‘parlare’ significa favorire la comunicazione e il dialogo tra le persone. 

Prevale oggi la teoria della democrazia della parola: più cose si dicono o si riescono a dire, più tavole rotonde si imbandiscono, più circolano notizie e informazioni, nel più breve tempo possibile e più – di conseguenza – dovremmo rafforzare la nostra percezione di essere uomini liberi. Si finisce così con il parlare molto, con il parlare tutti, con il parlare sempre, senza domandarci cosa alla fine resti di questo grande fervore del dire. Ma se il pensiero – cioè la riflessione, la consapevolezza, la comprensione- giace inerte e silente, se non precede ciò che si dice o non vaglia in modo critico ciò che si ascolta, la parola resta un’inebriante e spesso insensata anestesia collettiva che ci illude su una realtà che non esiste. Resta quella che i latini chiamavano con somma saggezza “flatus vocis”: una inutile, eterea e a volte fastidiosa e stancante emissione di fiato. Per chi parla e per chi in qualche modo è costretto ad ascoltare.

INTERVISTA

Professoressa Montalcini durante la Sua lunga permanenza negli USA Lei condusse studi e ricerche di laboratorio sul sistema nervoso, fino alla scoperta del fattore denominato ‘NGF’ che gioca un ruolo essenziale nella crescita e differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche. Questa scoperta Le valse il premio Nobel per la medicina nel 1986. Quali sono stati i risultati clinici più evidenti e utilizzati di tale scoperta, quali gli sviluppi più recenti di queste ricerche e quali gli obiettivi futuri per le neuroscienze?

Negli ultimi anni le ricerche condotte sulla molecola NGF  hanno avuto come oggetto non soltanto lo studio dei meccanismi di azione sulle cellule nervose che sono recettive alla sua attività, ma anche mettere in evidenza il suo effetto su quelle dei sistemi endocrino e immunitario dato che i tre sistemi, nervoso, endocrino e immunitario sono strettamente interconnessi. I risultati conseguiti da ricerche condotte in questi ultimi anni hanno dimostrato imprevedibili attività svolte dall’NGF nelle ulcere della cornea e nelle piaghe da decubito.

Poiché nulla accade per caso, nel campo almeno delle ricerche scientifiche e di laboratorio che richiedono ingegno, intuizione, dedizione e applicazione metodologica, quali sono i requisiti essenziali per un buon ricercatore? Quali sacrifici e rinunce impone la ricerca e quali gioie soddisfazioni può dare?

La ricerca scientifica, pura e applicata, può dare soddisfazioni enormi e risultati commisurati all’impegno che richiede e merita. Occorre costanza, metodo, applicazione, studio, volontà. Però vede, oggi c’è un’enfasi molto forte sulle dotazioni scientifiche, sulle attrezzature, sui mezzi e gli strumenti di cui la scienza può disporre in qualunque campo.  Ebbene io credo che tutto ciò conti ma che conti e serva ancor di più lo sforzo dell’immaginazione, l’intelligenza dell’uomo. E’ la mente umana il motore della ricerca scientifica, il pensiero e l’intuizione la nobilitano sopra ogni cosa. Vedo anche un valore etico in questo: mai arrestarsi di fronte alle difficoltà ma utilizzarle per superare il momento critico, essere capaci di rimettere in discussioni ciò che potrebbe sembrare una conquista, utilizzare l’errore come motivo di apprendimento, per ripartire da capo. Sono dunque soprattutto l’immaginazione, la fantasia, l’intuizione del pensiero che regolano le conoscenze, le scoperte scientifiche e le loro applicazioni.

Il novecento è stato caratterizzato da un progresso scientifico straordinario le cui applicazioni sociali hanno consentito all’umanità di elevare e rendere più dignitose le condizioni di vita generali. Permangono tuttavia laceranti e irrisolti problemi planetari di diseguaglianza, miseria, fame, povertà, emarginazione. Come si può superare questo gap che produce discriminazioni inaccettabili sotto il profilo etico? Quali doveri ha la politica?

Oggi il divario che separa il Nord dal Sud del mondo si è fatto sempre più profondo. Le ineguaglianze sono cresciute e i paesi più poveri non hanno la stessa capacità di affrontare i rischi dell’economia globale e partecipare ai suoi benefici: questo alimenta conflitti sociali spesso armati. La costruzione della pace ha bisogno di rapporti cooperativi incentrati sulla libertà e sulla solidarietà. Per consentire ai paesi in via di sviluppo di partecipare pienamente al sistema economico mondiale senza distruggere le risorse naturali e senza compromettere la sopravvivenza del genere umano, è imperativo coinvolgere istituzioni internazionali, governi e autorità locali pubbliche e private.

Professoressa Montalcini a Suo parere sono sufficienti le risorse che vengono destinate alla ricerca scientifica nel nostro Paese? Esiste ancora un problema di fuga di cervelli? E il sistema scolastico – nel suo complesso – dalla scuola primaria all’Università è in grado di offrire una formazione umanistica o scientifica adeguata alle esigenze dell’epoca contemporanea?

Valuto positivamente il nostro sistema scolastico, che è ottimo, trovo che la formazione sia adeguata in tutti i suoi livelli. Il problema della ‘fuga dei cervelli’ non ha origini da una inidoneità della nostra scuola e della nostra università che restano tra le migliori al mondo. Ci sono altre motivazioni, prevalentemente di tipo economico e motivazionale.

Posso chiederLe quali sono stati gli autori del Novecento che ha personalmente e maggiormente apprezzato nell’ambito artistico e letterario? 

Primo Levi, un autore che ho avuto il privilegio di conoscere, mi ha profondamente colpito. I resoconti degli episodi da lui vissuti nel libro “Se questo è un uomo”, hanno affascinato migliaia di lettori: è riuscito a descrivere ogni genere di esperienza, da quelle più comuni a quelle più traumatiche, con straordinaria onestà e naturalezza, senza giudizi morali.

Professoressa Montalcini, mi permetta di chiudere questa interessante intervista con la richiesta di un messaggio di speranza per le giovani generazioni. Le chiedo di indicare ai giovani almeno tre cose che contano e per le quali vale la pena di vivere e di spendersi.

Veda, essere catastrofici vuol dire perdere in partenza, anche in momenti difficili come quello che viviamo e io ne ho vissuto di ben più difficili di questo. La ‘speranza’ è essenziale, è importante per continuare a credere in quello che si deve fare. Dunque credere nei valori, credere nella ricerca e non perdere mai la speranza. Se noi non crediamo nei valori siamo morti in partenza, è questa è la prima cosa per cui vale la pena di vivere e combattere. Secondo: aiutare chi ha tanto bisogno di aiuto, in particolare le popolazioni dell’Africa e dei Paesi del sud del mondo. Infine vivere con onestà e dare alle donne la certezza delle loro enormi capacità mai riconosciute.  Io mi batto per questo, specie per le donne dell’Africa: la donna ha meno forza fisica ma uguali capacità rispetto all’uomo. Non è la forza fisica il metro di misura delle potenzialità. Un facchino ha più forza fisica ma un professore universitario ha sviluppato le meglio le sue facoltà mentali, pur avendo entrambi pari diritti umani. La donna ha sempre sofferto di questo: che la sua scarsa forza fisica è stata considerata scarsa forza mentale, cosa assolutamente non vera. Io stimo moltissimo i giovani di oggi e li invito ad avere fiducia e coraggio, ad andare avanti: sono la nostra vera speranza in un futuro migliore.