Ricordo di una conversazione con Alda Merini

Omaggio alla grande poetessa nel 90° anniversario della sua nascita

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Signora Merini, mi perdoni l’esordio banale: poeti si nasce o si diventa?

Questa domanda ha una sola risposta possibile: poeti si nasce, non si diventa. Questo fa parte di una personalità che si può perfezionare perché poi subentrano la scuola, la cultura, la famiglia. Ma poeti assolutamente si nasce. Poi ci sono in giro anche tanti stupidi, fa parte dei rischi delle cose.

Recentemente si è diffusa la notizia di una Sua possibile candidatura al Premio Nobel….

Ma guardi, il Nobel è un riconoscimento che si dà se lo si vuole dare, senza dirlo prima in modo tattico. Ne hanno parlato troppo, in modo sbagliato, perché la ‘donna Nobel’ è ‘pericolosa’, in quanto ha un cervello. Questo in genere all’uomo non piace, perciò era meglio tacere.

Quando il sentimento La prende per mano ed esprime il Suo estro poetico, l’accompagna più facilmente verso il dubbio o la conoscenza, verso l’inquietudine o l’appagamento? E quanto ha contato la sofferenza nell’affinamento della Sua sensibilità?

Diciamo che l’uomo non è nato per soffrire, dovrebbe essere un uomo ‘gioioso’, che scrive quando è felice. Soltanto che altri alle volte vorrebbero che questo uomo cadesse in basso, finisse e con lui la sua gioia; questo accade perché l’invidia è il sentimento prevalente, più forte di tutto il resto. Diciamo che l’uomo è nato cattivo, perfido. Mi riferisco anche all’uomo come maschio. Io ho avuto un primo marito cattivo che mi ha messo in manicomio, l’ho perdonato, ho trovato una giustificazione in questo mal fare e questo è stato poi la fonte della mia gioia, anche se il passato era stato rischioso. Però sono convinta di questo: che l’uomo nasce cattivo. 

Che cosa lo può rendere migliore, può affinare questo sentimento negativo?

Il perdono, come sentimento più alto. L’aveva detto Gesù: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno….” Io non riesco a capire perché ci siano persone capaci di fare del male, volutamente. L’uomo è così, nasce perfido. Pensiamo alle guerre ma anche alle invidie misere di ogni giorno, tizia è più bella dell’altra…. E cose del genere.

In un mondo dominato dalla visibilità mediatica, dall’apparenza, dall’esteriorità, dal calcolato interesse quale spazio resta al gesto artistico, alla sua gratuità e – riferendoci alla poesia – al ripiegamento intimista, all’astrazione, alla rielaborazione interiore della realtà, oltre le apparenze e i luoghi comuni? Forse quello che ciascuno riesce a ritagliare per sé….?

Bisognerebbe avere paura di esprimere questo sentimento, perché la gente cercherebbe di impedirlo. Il genio è come un implume che vuole crescere ma c’è la gente che glielo impedisce e se lo divora, lo vuole mangiare. Lo spazio che resta e che uno vuole ritagliare per sé è importante: ma solo se uno riesce a farlo, estraniandosi dalla cattiveria della gente.

Lei come è riuscita a superare le grandi paure della vita, quelle che abbiamo tutti?

Accettando il manicomio e il fatto che non ci fosse una spiegazione. Ero giovane, mi ero posta delle domande ma non ero stata capace allora di rispondere.

Alla scuola di oggi viene chiesto l’assolvimento di molti compiti: più tecnologie, più apertura al sociale, competenze sempre più sofisticate e legate alle esigenze del mondo del lavoro. Non Le sembra che manchi invece una buona educazione sentimentale, capace di suscitare ispirazioni e produzioni personali nel campo dell’arte? Perché a poco a poco la musica, la pittura, la poesia e le espressioni più libere e umanistiche della formazione e della tradizione culturale vengono marginalizzate e quasi eluse nella educazione delle giovani generazioni?

Io direi che i bambini vanno lasciati bambini. Genitori e scuola non riescono a far capire ai ragazzi che arte e sentimento sono la stessa cosa. Penso che le giovani generazioni comincino ad infischiarsene della vita, perché non sanno cos’è la vita.

Chiedo spesso ai miei intervistati e a Lei con più convinta curiosità quanto possa contare il silenzio nell’organizzazione della Sua attività e del tempo libero, quanto sia cercato, voluto, apprezzato, desiderato, temuto. Certe nicchie di solitudine, voluta o subita, non costituiscono forse per un artista una magica risorsa cui attingere e ritrovarsi per esprimere l’originalità irripetibile del proprio pensiero?

Il  silenzio per l’artista è una fonte d’oro: saper tacere. Purtroppo l’umanità tenta di impedire le occasioni di silenzio, l’uomo vuole mettersi dentro, al posto del silenzio, non ti lascia tacere e distrugge il pensiero che deriva dal silenzio.

Uso, se mi permette , le Sue parole: “Un giorno io ho perso una parola, sono venuta qui per dirvelo e non perché voi abbiate una risposta. Non amo i dialoghi o le domande, mi sono accorta che cantavo in un’orchestra che non aveva voci. Ho meditato a lungo sul silenzio. Al silenzio non c’è risposta”. Che cosa pensa allora di queste nostra vita piena di parole e di ridicola alterigia, di ostentazione e di luoghi comuni dove giochiamo a nasconderci alle verità del silenzio? 

Penso che il mondo stia andando verso lo sfacelo perché la gente non comunica e non comunica perché non parla: blatera. Siamo in una torre di babele. Televisione e internet sono distruttivi, specie e a partire dall’età scolastica.

Signora Merini, in questo grande vociare del nostro tempo e nell’affabulazione che riempie il tempo e lo spazio ma non conclude, si leva una pressante richiesta di verità. Tutti vogliono sapere tutto. Ma davvero tutto può essere spiegato e, soprattutto, può essere capito? O la nostra vera, nascosta ricchezza sta nell’esser parte di un grande mistero universale?

L’uomo ha fame di un miracolo che gli spieghi la verità. Io credo che Dio sia buono, la fiducia in Dio è per me l’unica fonte di consolazione.

Mi permetta chiudere questa intervista parafrasando il titolo di una Sua opera: davvero la notte è sempre ‘superba’? Quando la notte Le parla che cosa Le dice? E quanto conta il sogno nella Sua vita?

Se potessi parlare e fossi capace di esprimere i godimenti che ho avuto di notte, col silenzio, l’ispirazione, queste voci che mi arrivano dall’aldilà, le presenze Divine, la pace….. Non sono capace di dire tutto quello che ho provato e provo. Sì, la notte è superba perché è tenera, con me. Però non ci dev’essere in giro nessuno intorno a me, devo essere sola. Nel sognare, nell’abbandonarmi provo sentimenti belli e inesprimibili, io trovo nella solitudine tutte le risposte che gli uomini non mi hanno saputo dare e che io stessa non ho cercato.

Signora Merini, nel ringraziarLa per la cortesia di avermi ricevuto mi permetta di esprimerLe la mia sincera ammirazione per la Sua semplicità e la bontà d’animo che si coglie dialogando con Lei….

Guardi io cerco di fare quello che si dovrebbe fare a scuola insegnando ai bambini: parlare  delle cose elementari, in modo semplice. Noi della vita abbiamo una visione troppo complicata, drastica: le cose sono più semplici di quello che sembrano. Io sono prima di tutto una mamma e credo che la maternità spieghi molte cose della vita.

 

APPENDICE Ricordo personale di Alda Merini

 

Sono trascorsi oltre undici anni dalla scomparsa di Alda Merini, anima bella e sofferente, ricca di umanità e passioni (“poeti si nasce, non si diventa”): le siamo tutti debitori di sentimenti ed emozioni che la sua esperienza umana e letteraria ci hanno lasciato in dono come scintille di luce in uno scrigno prezioso.

Spinto dalla curiosità di conoscere alcuni testimoni del nostro tempo (e scoprendo – frequentandoli –  che il loro essere grandi coincide spesso con una naturale vocazione alla semplicità, essendo capaci di lasciarsi attraversare dai marosi della vita conservando l’innocenza del cuore, la lucidità della ragione, le rare virtù della dignità e del pudore) ebbi la fortuna di incontrarla nella sua casa dei Navigli a Milano e di realizzare l’ultima intervista della sua vita. Un dono incommensurabile, per la straordinaria personalità della donna e dell’artista. L’avevo contattata con titubanza, mi ero presentato come “persona desiderosa di conoscerla”: mi aveva sorpreso il suo assenso a ricevermi. Suonando due giorni dopo alla sua porta di casa ebbi il timore di un suo ripensamento: sull’uscio era incollato un perentorio avviso: “non si ricevono giornalisti per interviste”. Ma poco dopo sentii la sua voce: “Entri pure, le ho lasciato la porta aperta”. Era a letto, sorseggiava una granita e fumava la fedele sigaretta. Mi accolse con un senso di ospitalità che non potrò mai dimenticare, mi fece sedere a fianco a sè. Parlammo della sua vita, delle sue sofferenze fisiche e spirituali: la malattia, le cure, le percosse. Traspariva dal suo volto e dalle sue parole il senso della sua straordinaria personalità: ci sono persone non comprese, rese disadattate o dimenticate dalla vita cui si riservano tardivi riconoscimenti postumi. Così è stato per lei.

Mi raccontò aneddoti personali (il cappotto che si fece prestare da un’assistente sociale per ritirare un premio alla Scala, l’invito in TV per una investitura ad un premio Nobel in cui lei stessa non aveva creduto, la sua vocazione alla maternità, il disprezzo per i luoghi comuni alimentati dalla TV e dalle tecnologie: “la gente non parla, blatera”…) . Emanava un grande senso di sofferenza fisica (dopo una recente operazione) compensato da “visioni straordinarie”, da un rapporto intimo e confidenziale con Dio e la preghiera (“L’uomo ha fame di un miracolo che gli spieghi la verità.

Io credo che Dio sia buono, la fiducia in Dio è per me l’unica fonte di consolazione”), da una visione concreta e disincantata della sua stessa vita: “Il genio è come un implume che vuole crescere ma c’è la gente che glielo impedisce e se lo divora”. La casa era disadorna, persino trascurata: ma si capiva che il suo pensiero era altrove, che sono i sentimenti e la sensibilità del cuore i valori da coltivare e alimentare. “Il  silenzio per l’artista è una fonte d’oro: saper tacere. Purtroppo l’umanità tenta di impedire le occasioni di silenzio, l’uomo vuole riempirlo e distrugge il pensiero che deriva dal silenzio”. Non potei tacerle una domanda che si è rilevata risolutiva per capire , ogni volta che ci ripenso, la sua visione della vita. “Cosa può renderci migliori, più buoni?”. “Il perdono – mi rispose – come sentimento più alto”.