Ricordo di una conversazione con l’ex Presidente del Senato Franco Marini

Realizzata a Palazzo Giustiniani il 27 aprile 2011

845

Presidente Marini, quanto ha influito sulla sua esperienza parlamentare e di alta rappresentanza istituzionale e in che misura orienta ancora il suo impegno politico la lunga e prestigiosa esperienza di militanza sindacale? 

Quando, nel ’91, accettai l’incarico di Ministro del lavoro lasciando la segreteria generale della Cisl avevo alle spalle più di trent’anni di attività nel sindacato avendo iniziato, poco più che ventenne e non ancora laureato, all’ufficio vertenze della Cisl reatina. Prima di arrivare, nell”85, a guidare l’organizzazione che prima di me aveva avuto al suo vertice Pastore, Storti, Macario ed il mio amico Carniti, ho ricoperto numerosi incarichi, lavorato al nord, al centro e nel mezzogiorno, partecipato a migliaia di assemblee e manifestazioni pubbliche, animato scioperi e firmato contratti. Perché dico queste cose? Per provare a rendere la ricchezza e la densità umana prima ancora che sociale e politica che mi è giunta dall’esperienza sindacale. Non è calcolabile il numero delle persone, donne e uomini, gente del nord e del sud, operai e impiegati, giovani e meno giovani, imprenditori e amministratori, uomini di governo e dirigenti di organizzazioni sindacali di altri Paesi che ho avuto l’opportunità di incontrare, conoscere, ascoltare. Questo costituisce lo zaino con cui mi sono incamminato nella politica e nelle istituzioni. Zaino che non ho mai messo da parte sia da parlamentare che da ministro che da presidente del Senato.

Qual è il valore aggiunto che il sindacato porta in dote alla politica?

Naturalmente è l’attenzione privilegiata al mondo del lavoro che, voglio dirlo chiaramente, non si esaurisce nel lavoro dipendente. Il sindacato è un punto di osservazione privilegiato per apprezzare e riconoscere il contributo che imprenditori, artigiani, lavoratori autonomi danno alla crescita economica ed allo sviluppo del Paese. Il lavoro, quello di chi lo crea come quello di chi lo compie, è pilastro fondamentale della società come, del resto, ci ricorda la nostra Costituzione fin dall’articolo uno. C’è poi un aspetto meno, per dir così, “alto” ma che io considero particolarmente importante: nel sindacato non puoi stare a discutere all’infinito, i lavoratori aspettano che i loro problemi vengano risolti e quindi, in un tempo ragionevole, devi trovare una soluzione, insomma il contratto si deve fare. Ecco, io penso che chi fa politica provenendo dalle fila sindacali abbia un’attitudine in più a trovare le soluzioni ai problemi:  va bene il confronto, va bene anche lo scontro e le mediazioni, se possibili, ma il momento delle decisioni arriva e va onorato. Naturalmente assumendosi le proprie responsabilità.

Si avverte sul versante dell’osservatorio istituzionale la disaffezione della gente per la politica? Come la spiega?

E’ un fenomeno tanto evidente quanto preoccupante. A renderlo, in questa fase, più diffuso e profondo penso abbia agito una vena “antipolitica” spesso favorita anche da chi ha ruolo e peso nell’ambito politico. E’ possibile ricomporre la frattura? Penso di sì. A patto però che si smetta di additare all’opinione pubblica le istituzioni, ed in particolare il Parlamento, come un ostacolo o un orpello.

Perché i partiti non sono ancora riusciti a disegnare una riforma elettorale che consenta ai cittadini di esprimere le preferenze sulle candidature? Non le sembra che sia una democrazia bloccata e decisamente autoreferenziale quella che “blinda” i nomi in lista e impone scelte operate da una ristretta cerchia di addetti ai lavori?

<Su questo punto occorre essere chiari. La “porcata”, cioè l’attuale legge elettorale secondo la definizione del suo stesso estensore, è stata voluta dal centrodestra non certo da noi che eravamo e siamo fermamente contrari: non è un dettaglio ricordare che noi abbiamo votato contro quella legge. E’ il centrodestra a portarne la responsabilità ed è ancora il centrodestra a non volere una riforma che noi chiediamo, e proponiamo insistentemente. Anche questa “porcata” contribuisce ad allontanare i cittadini dalla politica privandoli del diritto di scegliersi il proprio rappresentante>.

Che cosa manca al bipolarismo italiano per avvicinarsi al sistema dell’alternanza in atto nelle migliori democrazie occidentali? Perché permane uno sfilacciamento di frange, gruppi, movimenti sovente motivati da malcelati personalismi? 

Il bipolarismo che stiamo sperimentando ormai da tre lustri non ha fallito sul versante della alternanza, non si può parlare di un sistema ingessato. Cosa manca? Al di là del necessario superamento di un clima perennemente arroventato, da costante campagna elettorale, che trova nel presidente del Consiglio un formidabile animatore penso che occorra procedere a quelle riforme istituzionali, di cui da tanto tempo si discute, e alla revisione dei regolamenti parlamentari così da giungere, finalmente, ad un sistema equilibrato e organico in tutte le sue parti.

Dopo la crisi delle ideologie che cosa è oggi di destra e di sinistra?

Affrontare la questione contenuta nell’interrogativo necessiterebbe di ben altro spazio. Mi limito ad una semplice considerazione. E’ vero, sono tramontati i grandi sistemi di pensiero che hanno improntato di sé il “secolo breve”, il novecento. Ma le grandi questioni da cui essi stessi sono scaturiti non si sono dissolte come neve al sole. E fino a quando queste grandi questioni sopravviveranno ci saranno sempre risposte di destra e di sinistra perché possono mutare i tempi e le situazioni ma non i principi e gli ideali che ispirano l’azione degli uomini e dei soggetti politici.

Sui temi della bioetica Lei pensa che si possano prefigurare schieramenti e appartenenze o che sia più utile e praticabile il cosiddetto voto di coscienza, aperto e trasversale rispetto ai partiti?

I temi eticamente sensibili appartengono, per loro natura, alla sfera delle questioni su cui non può essere mai richiesta, o peggio, imposta la disciplina di partito. Detto questo, mia ferma convinzione è che si debba ricercare, all’interno dei partiti, il massimo di unità possibile. Il voto di coscienza non è una sorta di uscita d’emergenza o un male minore né tanto meno la strada per evitare la ricerca di un’intesa. Il voto di coscienza è una prerogativa indiscussa ed indiscutibile del parlamentare a cui egli fa ricorso se, in coscienza appunto, sente di non poter condividere la strada adottata dalla maggioranza.

La fase recessiva nell’economia mondiale ha disvelato scenari inquietanti: politica, informazione e finanza hanno preso le distanze dall’etica e dagli interessi della gente. Ci sono dunque mani sapienti che governano il mondo sfruttando le derive negative della globalizzazione?

Non sono incline a credere ai complotti orditi da chissà quali oscuri e insondabili centro di potere. Considero, in genere, il ricorso a spiegazioni simili come una rinuncia a interrogarsi e a capire le ragioni per cui certi eventi, domestici o sovranazionali che siano, accadono. Per dirla in soldoni, la crisi finanziaria esplosa tra il 2007 e 2008 non è estranea all’affermarsi su scala planetaria della finanziarizzazione del capitalismo associata alla mutazione del mercato da regola dell’economia a regola della società, a ideologia. Penso che farebbe bene a tutti, uomini di governo e dell’economia, ripassare quel brano del Compendio della dottrina sociale della Chiesa in cui si dice che questa “pur riconoscendo al mercato la funzione di strumento insostituibile di regolazione all’interno del sistema economico, mette in evidenza la necessità di ancorarlo a finalità morali che assicurino e nello stesso tempo circoscrivano adeguatamente lo spazio della sua autonomia”.

Su riforme istituzionali, Costituzione, modernizzazione del Paese ci sono in campo idee e progetti apparentemente inconciliabili. Si riuscirà a trovare la via della concertazione e del dialogo per dare continuità alla nostra tradizione culturale e restituire sicurezza e fiducia alla gente?

A questa domanda non posso che rispondere positivamente. E non per esclusivo ottimismo della volontà. Coltivo la fiducia perché credo fermamente che la politica ha ancora qualcosa da dire oggi. E questo qualcosa intercetta la necessità di assicurare al Paese quell’adeguamento della sua architettura istituzionale indispensabile per corrispondere ai mutamenti intervenuti nelle società contemporanee negli ultimi decenni. Trattandosi della struttura portante dello Stato è fuori discussione che serva un’intesa che superi gli schieramenti politici e, del resto, si è visto, quando il centrodestra ha voluto imporre la propria linea è intervenuto il referendum popolare a cancellare tutto. Nella mia esperienza di presidente del Senato ho richiamato, con insistenza, la necessità del dialogo tra le forze in campo come precondizione per giungere alle riforme tanto attese. Non ho cambiato idea e, per quanto posso, continuo a battere su questo tasto.

Presidente Marini, oltre il dato di una rappresentanza partitica che non c’è più, quali sono le ragioni per cui sono ancora attuali l’impegno e la militanza politica da parte dei cattolici?

Lo scorso marzo sono stato chiamato a commemorare, a Torino, Carlo Donat Cattin, nel ventesimo anniversario della sua scomparsa. Mi è capitato di rileggere, per quell’occasione, alcuni scritti di colui che considero il mio maestro in politica. A proposito dell’impegno politico dei cattolici dice in un bel libro-intervista: “Sul terreno democratico, costruendo istituzioni e norme e operando nell’amministrazione dello Stato, noi dobbiamo determinare condizioni di libero sviluppo della società, condizioni di equità, di giustizia, di uguali condizioni di partenza. In esse le forze vive della società liberamente si svilupperanno, innoveranno, creeranno culture e civiltà”.  Queste ragioni valevano al tempo della Dc e valgono ancora oggi perché se mutano le forme o, come si dice oggi, i contenitori politici non mutano le ragioni per cui scegliamo l’impegno politico. E oggi come allora sono esattamente illustrate dalle parole di Donat Cattin.