Ridare forza alle istituzioni e autonomia ai corpi intermedi: due facce della medesima medaglia.

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Anche nell’articolo dedicato ieri (su queste colonne) alla necessità di un nuovo preambolo culturale e politico, vengono centrate da Giorgio Merlo con straordinaria lucidità questioni decisive per la qualità e il futuro della democrazia.

Credo anch’io che occorra interrogarsi sulla necessità di rilancio della credibilità delle nostre istituzioni democratiche. La loro credibilità risulta indebolita dai limiti di un populismo che maschera il proprio deficit di visione politica con l’appiattimento opportunistico sull’equilibrio di potere del momento. L’antidoto a ciò si chiama autonomia culturale, progettuale e di pensiero politico delle culture politiche, in particolare di quelle riformatrici.

Ben venga, dunque, la proposta di un preambolo su queste basi a condizione di saper dare prova di autonomia nei suddetti livelli.

Perché ciò che alla radice logora la credibilità delle istituzioni è un modello discutibile e inadeguato di governance, causa vera dei populismi. Un modello che tradisce il principio di sussidiarietà, sostituendolo nei fatti, nei reali meccanismi in cui si articolano le funzioni decisionali, con quello della volontà di potenza, che consente ai soggetti (pochissimi) che si trovino nelle condizioni e dispongano dei mezzi e delle tecnologie, di imporre delle decisioni senza condivisione e senza doversene accollare la responsabilità.

Cosicché alle istituzioni democratiche ai vari livelli rimane solo la responsabilità su un progetto di società, su scelte strategiche di vasta portata, su cui di fatto non hanno più voce in capitolo ma che devono solo far eseguire.

Di qui la pressione crescente sulle istituzioni – che si tratti delle ripercussioni sociali delle filiere del lavoro e della produzione, della gestione di emergenze di vario tipo, più o meno inevitabili, delle linee direttrici delle politiche monetarie –  e la loro impossibilità a dare risposte capaci di modificare la sostenibilità sociale ma anche il grado di giustizia e di compatibilità con lo stato di diritto dei fini a cui i suddetti fenomeni sono orientati.

Qui si genera un enorme problema di credibilità delle istituzioni democratiche che può esser superato soltanto con il riappropriarsi delle loro prerogative e con la riscoperta dell’autonomia di analisi e di elaborazione politica da parte dei corpi intermedi e dei partiti a vocazione popolare.

In assenza di un tale recupero di iniziativa della politica, non ci si dovrà meravigliare dell’accentuarsi della perdita di credibilità dei partiti e delle istituzioni. Né potrà esser visto come un lampo a ciel sereno il surriscaldarsi delle piazze, con effetti differenti nei vari popoli e paesi: rivoluzionari in quelli che hanno una grande dignità di popolo, tendenti al caos e alla guerra fra bande in quelli meno provvisti di coscienza nazionale e inclini per natura e storia al particolarismo.

In questa prospettiva il preambolo contro il populismo assume il senso di un preambolo contro derive purtroppo non impossibili, e senza ritorno. Un preambolo che richiede interpreti impavidi, lungimiranti, tenaci e disposti al sacrificio, e per questo responsabili e fiduciosi in una non lontana rinascita civile e democratica, adeguati alla durezza dei tempi.