Rifare la Dc è fuori dalla storia, ma ciò non preclude l’impegno per il rilancio di una forza politica di centro.

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Non è più tempo né di personalismi, né di utilitaristiche sigle e simboli per accaparrarsi qualche seggio nelle competizioni amministrative. Bisogna uscire allo scoperto. Zaccagnini direbbe “in campo aperto” per proporre un nuovo modo di intendere e di fare politica.

 

Paolo Frascatore

 

Siamo arrivati al punto che ormai ogni azione umana quotidiana merita di essere considerata se fa audience, se fa spettacolo. A tale nuova “regola” non può sfuggire nemmeno la politica e quello che resta di un impegno politico ispirato dall’umanesimo. Ormai si conta se si appare in TV, sui social; tutto il resto non conta nulla e va classificato come i rifiuti riciclabili, buoni ad uso e consumo per gli interessati.

 

Eppure, il dato politico delle ultime elezioni amministrative, sia al primo che al secondo turno, dovrebbe far preoccupare tutti coloro che si professano politici o classe dirigente, ma che nella buona sostanza sembrano voler vivere quasi alla giornata; ossia secondo l’antico dilemma del “meglio un uovo oggi che la gallina domani”. Fino a quando reggerà? Reggerà fino a quando non si prende coscienza che questa classe dirigente (di entrambi gli schieramenti) è solo minoranza e che può fregiarsi di questo titolo sol perché il 60 per cento degli elettori non si reca più alle urne per esprimere il proprio voto.

 

Tutto questo dovrebbe non solo ridare considerazione alla maggioranza del corpo elettorale che attualmente preferisce non andare a votare, ma anche a proposte politiche e a formazioni diverse e distanti dagli attuali partiti politici elitari. Ma, come al solito, quando si arriva a questo nodo dolente la nostalgia di alcuni prende il sopravvento e si richiama la ormai fu Dc per tentare di riattualizzarla nel contesto politico contemporaneo. È quest’ultima un’operazione fuori dalla storia politica contemporanea e andrebbe archiviata dalle menti più intelligenti del cattolicesimo democratico, anche in considerazione del fatto che la Dc ha rappresentato (al di là dei vari aspetti politico-culturali di rilievo riferibili soprattutto alle esperienze politiche delle sinistre interne) una sorta di baluardo anticomunista in un’epoca dominata dai due blocchi.

 

Oggi, francamente, sarebbe improponibile; ma certo questo non vuol dire chiusura verso posizioni riferibili al cattolicesimo politico democratico. Anzi, proprio la fine della Dc è foriera di posizioni politiche più articolate, anche se meno consistenti dal punto di vista elettorale, chepossono continuare non una tradizione (che non interessa a nessuno), ma una proposta politica seria ed alternativa rispetto agli attuali attori in campo. Ripartire, cioè, dal Partito Popolare di don Luigi Sturzo, dai programmi come base sia di consenso, sia di alleanze politiche.

 

Occorre, però, il coraggio, il sapersi organizzare, la diffusione ideale, il saper interpretare i nuovi bisogni della società contemporanea. Ma occorre anche quel senso di unità che nell’attuale congiuntura politica sembra che venga meno ogniqualvolta si tenta la costituzione di un nuovo soggetto politico di centro: finendo sempre con la personalizzazione e con quell’utilitarismo elettoralistico che non hanno né respiro, né sguardo profondi per il futuro politico. Non è più tempo né di personalismi, né di utilitaristiche sigle e simboli per accaparrarsi qualche piccolo seggio nelle competizioni amministrative. Ѐ, invece, il tempo di uscire allo scoperto; Zaccagnini direbbe “in campo aperto” per proporre un nuovo modo di intendere e di fare politica nel segno degli ideali del popolarismo sturziano.