RIFLETTENDO SULL’ILIADE. SIMONE WEIL E LA «PRIGIONIA» DELLA FORZA.

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Per la pensatrice francese il poema omerico non è solo un documento ma un modello sempre attuale perché individua nella forza il centro della storia umana. In linea con le parole di Papa Francesco che definisce la guerra una follia, la Weil già scriveva (per esempio in Non ricominciamo la guerra di Troia, 1939) che le parole della guerra sono insensate.

 

Fabio Pierangeli

 

Simone Weil (1909-1943) è tra le più acute pensatrici del nostro secolo che hanno riflettuto sulle dinamiche della guerra, passando, drammaticamente, da una radicale posizione pacifista, alla giustificazione della resistenza armata contro Hitler. Il breve saggio LIliade o il poema della forza viene elaborato poco prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale, tra il 1936 e il 1939. Per Weil il poema omerico non è solo un documento ma un modello sempre attuale perché individua nella forza il centro della storia umana. Si tratta della forza che rende un uomo disarmato e nudo, minacciato da un’arma, già cadavere, materia servile, ma è anche la forza della sopraffazione che uccide subdolamente, del piccolo o grande potere dell’uomo contro l’altro uomo.

 

Nella guerra «la forza annienta tanto impietosamente, quanto impietosamente inebria chiunque la possiede o crede di possederla». Si finisce tutti schiavi della forza, si elimina ogni spazio di alterità, in un meccanismo atroce dove, come per Achille davanti alle suppliche di Ettore umiliato, viene cancellata la pietà, devastata dalla logica della vendetta.

 

In altri scritti sulla guerra (si veda la raccolta presso Il Saggiatore, Sulla guerra, 1933-1943, a cura di Donatella Zazzi) la Weil dichiara, contro i nazionalismi, che il nemico capitale è l’apparato amministrativo, poliziesco, militare, qualunque sia il nome di cui si fregi (democrazia, fascismo, Stato) quello che dice di essere nostro difensore e fa di noi degli schiavi, il peggior tradimento possibile è di sottostare a questo apparato che calpesta in se stessi e negli altri ogni valore umano.

 

In linea con le parole di Papa Francesco che definisce la guerra una follia, la Weil già scriveva (per esempio in Non ricominciamo la guerra di Troia, 1939) che le parole della guerra sono insensate: «Se potessimo afferrare, nel tentativo di comprenderla, una di queste parole gonfie di sangue e di lacrime, vedremmo che è priva di contenuto. Le parole che hanno un contenuto non sono omicide». Per quanto strano possa sembrare, screditare alcune parole vuote può salvare vite umane. Considerato che ogni nazione non vuole perdere il prestigio, inseparabile dall’esercizio del potere (ma potremmo dire lo stesso per i conflitti quotidiani tra le persone e i popoli) «Sembra di trovarsi davanti ad un vicolo cieco da cui l’umanità potrebbe uscire solo per miracolo. Ma la vita umana è fatta di miracoli. Chi crederebbe che una cattedrale gotica possa restare in piedi, se non lo constatassimo tutti i giorni? Poiché in effetti non c’è sempre la guerra, non è impossibile che vi sia pace per un periodo indefinito. Un problema posto con tutti i suoi dati reali è molto vicino alla soluzione. Il problema della pace internazionale e civile non è ancora mai stato posto in questi termini».

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 14 ottobre 2022

[Articolo qui riproposto per gentile concessione della direzione del giornale]