Sardegna: la destra vince nella sua configurazione a trazione leghista

Ciò che si può osservare è che Salvini sta riuscendo a tenere assieme due dimensioni apparentemente inconciliabili

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Per quanto sia difficile e spesso arbitrario tirare conseguenze generali da singoli passaggi elettorali, sembra che i segnali che arrivano dalle elezioni in Abruzzo e in Sardegna siano tre.

Primo: la destra magari non sfonda come qualcuno temeva o auspicava, ma vince nella sua configurazione a trazione leghista.

Secondo: il centro sinistra nella sua varia articolazione – e nonostante l’incertezza nazionale – non è affatto scomparso ed anzi pare ancora saper aggregare, nei territori e attorno a leader credibili, una parte significativa benché non maggioritaria di cittadini.

Terzo: il processo di trasformazione del M5S da Movimento a partito di governo pare decisamente in una fase di crisi tutt’altro che marginale e fisiologica.

Ciò che si può osservare è che Salvini sta riuscendo a tenere assieme due dimensioni apparentemente inconciliabili: essere sostanzialmente leader politico di un Governo con i grillini e nello stesso tempo essere sostanzialmente leader di una destra che comprende la Lega ma anche formazioni oggi all’opposizione del Governo, come Forza Italia (col suo corollario di cosiddetti centristi alla UDC) e Fratelli d’Italia.

Tanto di cappello a lui e a Fratelli d’Italia.
Una domanda invece a Forza Italia (in particolare alla componente Taiani) e ai suoi alleati cosiddetti centristi e sedicenti “popolari”: pensano veramente che la tradizione degasperiana e il pensiero “popolare” possano essere compatibili con il supporto ad un auspicato futuro Governo Salvini, come pare di capire dalla loro strategia politica nel caso di rottura del patto Lega-M5S?

Non si scappa da un punto. L’alternativa vincente e credibile alla destra in crescita – una destra che preoccupa da molti punti di vista e non solo politici, ma anche culturali – passa da tante cose, alcune delle quali riguardano i valori sociali e la cultura civile del Paese e dunque richiedono processi di medio periodo, ma passa anche dalla ricostruzione di un’area politica oggi dissolta: quella del “centro”.

Termine apparentemente (e in parte effettivamente) desueto, arcaico, ridicolizzato e polverizzato dal processo di radicalizzazione della domanda politica e dallo smottamento dei meccanismi tradizionali della rappresentanza. Certo.

Ma all’appello delle risorse necessarie per un’alternativa credibile manca proprio questo, oltre che un leader comunemente riconosciuto. Inutile girarci attorno.
Laddove per “centro” deve intendersi qualcosa di nettamente diverso dal passato, se non su un punto, che invece deve essere recuperato con forza: la capacità di lettura dei cambiamenti e l’attitudine inclusiva della politica attorno ai valori fondamentali di una “democrazia comunitaria e sociale”.
Un terreno oggi solo evocato in forme poco credibili e niente affatto praticato con proposte innovative, serie, competenti, lungimiranti, generose e ispirate ad una concezione “alta” delle istituzioni.

Ciò che può trasformare una significativa minoranza ( che di questi tempi non è comunque fatto da sminuire) in una potenziale maggioranza forse è proprio questo.
Il Paese ha bisogno che tale vuoto venga riempito, senza scorciatoie di breve momento e senza ansie da prestazione immediate. Fuori da ogni suggestione di autosufficienza o equidistanza, ma nella chiarezza della scelta strategica e con un impegno dichiarato e visibile.

Passare dalle molte iniziative della “Rete Bianca” e dei “Liberi e Forti” ad un progetto politico che punti a rianimare su basi nuove in Italia il senso ed il ruolo di questa cultura politica non è né semplice né privo di insidie, anche per i troppi errori fatti – ahinoi- in questi anni.
Ciò non di meno è necessario.