SCALFARI, LA PASSIONE E IL GIORNALISMO.

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Non appena ieri mattina si è diffusa la notizia, il web ha cominciato a macinare commenti su commenti a riguardo della scomparsa del fondatore di Repubblica. Papini contribuisce, qui di seguito. alla riflessione sul ruolo svolto per decenni da questo maestro del giornalismo italiano. “Scalfari si accetta o si respinge: senza poterne negare tuttavia lo straordinario fiuto giornalistico, la capacità di creare talenti e di costruire una comunità coesa (che è ben più di un semplice pubblico di lettori), di orientare il dibattito pubblico, di fare la fortuna o segnare il destino di questo o quell’uomo politico”.

Qualche tempo fa la televisione pubblica ha mandato in onda un documentario dal titolo “Scalfari: a sentimental journey”. Non è questa la sede per riflettere sulla moda dell’anglicismo imperante. Il prodotto è stato realizzato dalle figlie Donata ed Enrica Scalfari (in collaborazione con la Rai) e voleva essere – almeno nelle intenzioni – un’occasione di dialogo e di confronto con un genitore così importante e ingombrante, scomparso oggi (ieri per chi legge) alla veneranda età di 98 anni.

Nel film vengono rievocati i tratti fondamentali della biografia (quasi centenaria) di Scalfari: per cominciare, il liceo classico a Sanremo con Italo Calvino come compagno di banco, insieme al quale costruisce una grammatica del pensiero e delle emozioni. Dopo l’ipnosi del fascismo, Scalfari resta legato – e lo sarà per tutta la vita – al 14 luglio francese: “Il laicismo di Voltaire e Diderot, il socialismo riformista di Babeuf e le barricate in strada dei Miserabili”. 

Nel dopoguerra, l’esperienza irripetibile del “Mondo” di Mario Pannunzio (sul quale scrivono personaggi come Benedetto Croce e Gaetano Salvemini), raccontata nel bellissimo libro La sera andavamo in via Veneto recentemente ristampato da Einaudi. Ambiente perlopiù liberaldemocratico, con venature azioniste. Negli anni ’60 la direzione del settimanale “L’Espresso” e nel decennio successivo l’avventura (umana, politica e giornalistica) del quotidiano “La Repubblica”. L’utopia – rivendicata dal fondatore nel 1976 – di essere “con la sinistra, oltre la sinistra”. Il successo editoriale (a cui contribuì – come è noto – il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro) che lo porta a essere, nei favolosi anni Ottanta, direttore del primo giornale italiano (con 800 mila copie vendute, sorpassando il “Corriere della Sera”) e, sul finire del decennio, uno degli uomini più ricchi d’Italia (dopo aver venduto le quote di sua proprietà del giornale all’Ingegner Carlo De Benedetti). 

Come Montanelli, il grande antagonista espressione della cultura liberal-conservatrice, Scalfari si accetta o si respinge: senza poterne negare tuttavia lo straordinario fiuto giornalistico, la capacità di creare talenti e di costruire una comunità coesa (che è ben più di un semplice pubblico di lettori), di orientare il dibattito pubblico, di fare la fortuna o segnare il destino di questo o quell’uomo politico. Una posizione così esposta naturalmente non metteva Scalfari al riparo dalle critiche, dettate dalla sua ambizione (mai nascosta) di fare dell’informazione un potente strumento di formazione dell’opinione pubblica. Le sue ultime riflessioni, per lo più di carattere filosofico, si rifanno alle ascendenze razionalistiche alle quali Scalfari, con risultati discutibili ma con indubbia passione e intelligenza, ha cercato di restare fedele per tutta la vita.

La parte forse meno nota del docufilm – di cui si diceva all’inizio – è quella dell’uomo privato Eugenio, della sua pedagogia martellante (e a tratti umiliante) e della sua ricerca laica sul senso della vita. La sorprendente intesa con Papa Francesco, una conversione “sentimentale” che fu sempre per Scalfari il grande dubbio al centro delle loro conversazioni a Casa Santa Marta. Un’amicizia senile tra due persone che accettano le loro differenze intellettuali, unendosi nella sintonia umana. “Non ti commuove tutto questo?” domanda Enrica al padre, ricevendo come risposta soltanto un orgoglioso “Beh, mi tocca”. Fino a 98 anni Scalfari scriveva ancora i suoi editoriali (più spesso li dettava a braccio) sorretto da lampi di memoria accecanti. Anzi lui creava, come precisa alle figlie, con modi degni di Picasso (“Io non cerco, trovo”). 

La memoria delle figlie ha invece conti più prosaici da regolare, qualcosa ancora da capire: “Ti abbiamo vissuto come un padre diviso”. Quando lo cercano, spesso non lo trovano. Stava in due famiglie, diviso tra due donne, la moglie Simonetta e Serena, sposata dopo la morte della madre di Enrica e Donata. Alla fine le sorelle si sono arrese: “Abbiamo condiviso questa dualità”. Eugenio, candidamente, riteneva – fino alla fine – di aver fatto la scelta migliore: un accordo. Simonetta e Serena erano a conoscenza l’una dell’altra e lui si impegnava a dare a entrambe “lo stesso affetto e le medesime attenzioni”. Proteggere e ricomporre il “lessico familiare” è stata la sua missione per tutta la vita, un fuoco da seguire la cui torcia rimaneva saldamente nelle sue mani. Le figlie rivelano che gli è sempre piaciuto paragonarsi a Noè dentro l’arca, felice del ruolo che gli attribuiva da fuori quella “tempesta necessaria”. Passano rapidamente in rassegna nel docufilm la prima abitazione sulla via Nomentana, il “buen retiro” di Velletri, che ha rappresentato a lungo il rifugio delle vacanze estive. Infine, l’ultima casa al Pantheon, dalla quale il quasi centenario Eugenio contemplava i tetti di Roma e il bilancio di una lunga e tormentata esistenza, forse irripetibile.

«Papà hai paura della morte?», gli chiedono le figlie. Lo sguardo arriva sereno, quasi non ci fosse bisogno del suo no. “Si muore desiderando”, diceva. Desiderando di scrivere. Desiderando di amare. Desiderando di essere sempre nelle contraddizioni del mondo.