Scontro frontale tra Pio XI e Mussolini. (Osservatore Romano)

La visita di Hitler a Roma, Napoli e Firenze dal 3 al 9 maggio 1938

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Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Sergio Valzania

Alle prese, in coppia con Roberto Mancini, con il viaggio in Italia compiuto da Hitler nel maggio 1938, Franco Cardini non si lascia scappare l’occasione per una riflessione a tutto tondo sul fascismo e sui rapporti che esso ebbe con il nazismo, sia ideologici che politici e diplomatici. Innanzi tutti gli autori di Hitler in Italia, dal Wakalla al Ponte Vecchio, maggio 1938 (Bologna, Il Mulino, 2020, pagine 256, euro 22), riflettono sui diversi utilizzi che vengono fatti del termine fascista in ambiti che sarebbe opportuno mantenere distinti, come la ricerca storica e la contesa politica. Quanto può essere concesso nella seconda deve essere evitato nella prima, analizzando con attenzione le diverse esperienze di regimi di destra, non tutti assimilabili al ventennio italiano.

Una cura particolare è rivolta a distinguere gli autoritarismi volti alla compressione e alla demobilitazione delle masse, in sostanza regimi di polizia, da quelli invece indirizzati proprio alla mobilitazione delle masse e alla conquista del consenso. Lo storico fiorentino e il coautore dichiarano di condividere l’opinione di Renzo De Felice, che ha analizzato il fascismo italiano nel periodo 1919-1945, definendolo «fascismo storico», per delimitare non solo l’intento ma anche l’ambito del pur monumentale lavoro svolto. Cardini e Mancini lamentano poi la scarsa attenzione degli studiosi italiani per le ricerche condotte fuori dal nostro paese sul fascismo e in genere sui movimenti politici di destra del Novecento, che contengono stimoli e contributi di notevole interesse.

La visita di Hitler a Roma, Napoli e Firenze dal 3 al 9 maggio 1938, a un anno e quattro mesi dallo scoppio della seconda guerra mondiale, costituisce una occasione per cogliere prossimità e differenze tra fascismo e nazismo e per considerare i percorsi, non necessariamente convergenti, che portarono al disastro dell’intero continente e di altre regioni del mondo.

Senza tentare di riassumere i moltissimi spunti che il libro offre, è opportuno sottolineare come gli autori collochino nella giusta evidenza la posizione di totale contrasto con quella del governo italiano, molto ospitale nei confronti del cancelliere tedesco, espressa nell’occasione da Pio XI e ribadita dal cardinale Elia Dalla Costa.

Il viaggio ufficiale di un capo di Stato a Roma, oltre alle manifestazioni e agli incontri di carattere civile con Vittorio Emanuele III re d’Italia e con Mussolini capo del governo, si immaginava comprendesse anche un’udienza pontificia privata e la visita ai maggiori edifici sacri della cristianità. Ciò nel contesto politico della soluzione della questione romana, raggiunta nove anni prima, l’11 febbraio 1929, grazie alla firma del Concordato e dei Patti Lateranensi tra Vaticano e Regno d’Italia e anche di quanto accadeva in Spagna, dove la guerra civile scoppiata nel 1936 vedeva Italia e Germania sostenere il fronte nazionalista, al quale aderiva la grande maggioranza dei cattolici iberici, contro i repubblicani appoggiati, pur se con minor convinzione, da Urss, Francia e Inghilterra.

Pio XI, che pure era stato l’artefice dell’accordo tra Vaticano e l’Italia già governata dai fascisti, rifiutò in maniera assoluta di concedere udienza a Hitler, non gli permise di accedere agli edifici sacri di proprietà del nuovo Stato Vaticano, proibì che le case religiose venissero addobbate e imbandierate per salutare il passaggio del cancelliere tedesco e chiese espressamente che nel corso della sua visita alla città non se ne prevedesse il passaggio da via della Conciliazione o dai dintorni di San Pietro.

Alla notizia della previsione di una visita di Hitler a Roma, Pio XI aveva subito inviato una lettera di protesta a Mussolini, nella quale scriveva tra l’altro «Sua Santità si domanda se l’apoteosi spinta a tali eccessi di un nemico così confessato della Chiesa cattolica e della religione di Cristo non sia contraria anche all’articolo uno del Concordato nonché al buon senso».

A nulla valsero gli sforzi profusi dalla diplomazia italiana e l’interessamento di padre Pietro Tarchi Venturi, influente collegamento personale tra Mussolini e il Vaticano, perché il Pontefice modificasse la sua posizione: durante la permanenza di Hitler a Roma tutti i luoghi di culto rimasero sbarrati, con l’unica eccezione del Pantheon, tempio funerario della famiglia reale. Nessun cardinale, nessun vescovo, neppure il nunzio in Italia, che era il decano del corpo diplomatico, partecipò alle occasioni di festeggiamento organizzate per l’ospite tedesco. Le indicazioni del Pontefice in relazione alla «venuta in Italia del Cancelliere del Reich, signor A. Hitler» erano state esplicite: «gli eccellentissimi vescovi riceveranno inviti a cerimonie in suo onore; il Santo Padre desidera che si astengano dall’accettarli vista la persecuzione religiosa in Germania».

Atteggiamento altrettanto rigoroso fu mantenuto dal cardinale Elia Dalla Costa a Firenze. Neppure lì venne concesso a Hitler l’accesso agli edifici sacri e le visite al Duomo e a Santa Croce furono cancellate dal programma iniziale. Solo l’esistenza di una cripta dedicata ai martiri fascisti costrinse in cardinale a concedere al cancelliere tedesco di entrare in Santa Croce da un passaggio secondario, senza effettuare la visita dell’intero edificio. Dalla Costa fu molto chiaro nell’esplicitare i motivi delle sue decisioni, già nel febbraio in una lettera pastorale dichiarava «affatto contrarie alla dottrina della Chiesa le teorie di coloro che a Dio sostituiscono la stirpe, lo Stato o qualsivoglia ideologia politica e pretendono che l’individuo, la famiglia, e persino la Chiesa debbano servire queste pretese deità».

Pio XI si spense il 10 febbraio 1939. Il 2 marzo fu eletto Papa Eugenio Pacelli, che prese il nome di Pio XII, fu lui a condannare l’aggressione tedesca alla Polonia del primo settembre 1939, con la quale scoppiò la seconda guerra mondiale. Pochi giorni prima aveva pronunciato la frase profetica «Nulla è perduto con la pace; tutto può essere perduto con la guerra», parole che non furono ascoltate in Europa, in Italia si rifiutarono di farlo Mussolini e Vittorio Emanuele III, precipitando anche l’Italia nel conflitto il 10 giugno 1940.