SE LA CHIESA ESCE PER LE STRADE DEL MONDO,  LA POLITICA TORNA A INTERROGARE E A COINVOLGERE LA COSCIENZA DEI CRISTIANI.

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L’imminente scadenza elettorale ripropone l’attenzione dei media sulla condotta politica dei cattolici. Si avverte il vuoto della loro testimonianza in ambito istituzionale. In realtà, anche nel programma della nuova Presidenza della CEI, si coglie nitidamente un proposito di ripartenza. Si parla sempre più esplicitamente del contributo che i laici credenti sono chiamati a dare in funzione del bene comune della società. 

 

Elisabetta Campus

 

È da almeno 20 anni e un numero davvero considerevole di tornate elettorali tra politiche e amministrative, che il dibattito su che cosa pensano i cattolici italiani quando vanno a votare e per chi votano se votano, è un argomento che “infiamma” e poi per lungo tempo torna a “covare sotto la cenere”.

 

Una prima riflessione è su questa anomalia italiana nel panorama europeo dell’elettorato cattolico e del suo orientamento al voto. Negli altri Paesi europei il voto cattolico non è così evidente, vuoi per la presenza di più anime nell’ambito del cristianesimo e vuoi per la presenza di altre espressioni religiose, per il fenomeno delle immigrazioni da Medio Oriente, Africa ed Asia, con tutti gli effetti legati alla integrazione. Il precedente flusso migratorio in Europa e in Italia è scaturito da un Paese dell’Est Europa a forte identità cattolica come la Polonia, tanto che l’immigrazione non è stata percepita come tale dall’opinione pubblica proprio a ragione di questa identità di cultura religiosa. Ma ora le questioni di quanti siano i cattolici “rimasti” (i cosiddetti praticanti assidui ridotti di molto in Francia e in Italia) e di cosa pensino di votare quando devono scegliere i loro rappresentanti, è diventato argomento nel quale il richiamo ad esprimere le proprie posizioni proviene anche dalla Chiesa stessa.

 

La verità è che i cattolici italiani, dopo aver seguito la cosiddetta dottrina Ruini che fa svolgere loro il ruolo del “lievito” nei partiti politici, condannandoli alla “irrilevanza dei numeri” non avendo considerato che il “lievito” andava ben costruito prima di immetterlo, i cattolici come entità di pensiero politico autonomo non ci sono, ed hanno anche smesso da tempo di pensarci. La categoria “pensiero cattolico politico-sociale” è sì oggetto di studio e dibattito accademico, ma perde i suoi connotati nella realtà dei fatti. Realtà che vede, ad ogni tornata elettorale, molti rivoli confluire in qualche torrente, ma nessun torrente confluire in uno stesso fiume; di fatto la “portata” del pensiero cattolico, per restare nella analogia, non c’è ed è anche lontana da venire. Ed è la situazione dei cattolici nei partiti politici europei, dove il richiamo è ai valori della cristianità nei principi generali, ma in nessun modo calato poi nella politica attiva e nelle scelte delle Istituzioni pubbliche di governo, che vanno su ben altri principi laici di universalità, antitetici per molti aspetti al pensiero cristiano.

 

Una seconda riflessione è sull’infiammarsi e poi covare sotto la cenere di questo argomento. Ad ogni tornata politica è un continuo ricercare, affannosamente, quel bacino di voti che aveva i suoi rappresentanti nei cattolici cosiddetti “moderati”, bacino identitario per cultura politica e per identità di fini nel sociale, ma che ha dimostrato tutta la sua fragilità con l’irrilevanza dei numeri dei voti e degli eletti. Quando i voti per un partito aumentano, tanto nei sondaggi che nei risultati elettorali, si attribuiscono questi voti anche all’apporto dei cattolici, all’aver saputo intercettare le loro questioni di fondo sul sociale. Tuttavia questo in parte può essere vero, ma nel profondo della identità cattolica questo essere uno e non mille piccoli rivoli non esiste, ed ecco perché il cd “voto cattolico” ad elezione finita torna a “covare sotto la cenere”.

 

Giacché nell’ultimo decennio il numero dei cittadini che disertano le urne è aumentato considerevolmente fino ad arrivare ben oltre il 35% dell’elettorato totale, c’è da chiedersi se tra di essi non ci sia un alto numero di elettori cattolici “in cerca d’autore”, come direbbe Pirandello. E prima ancora di andare a guardare l’offerta politica elettorale, che per sua stessa natura è “menzoniera ed accattivante” dovendosi guadagnare il voto, bisognerebbe che gli elettori che si dicono di ispirazione cattolica confluiscano in un ragionamento più ampio di tipo identitario, di comunanza di intenti e di finalità condivise, di disegno di un futuro che abbia la sua cifra identificativa nella solidarietà, inclusione e dignità dell’uomo, che sono poi, in definitiva, i principi cattolici unificanti; tanto unificanti da costituire lo stesso universale pensiero cristiano. Ma prima di confluire si deve necessariamente aprire la discussione, che ora è muta, sepolta sotto la cenere.

 

Certo l’incoraggiamento ai cattolici a scrollarsi di dosso la cenere e l’intorpidimento in cui sembrano essere caduti, proviene dalla Chiesa stessa con le parole del Cardinale Parolin con il suo “esprimere la propria posizione” poiché usa il verbo che rende manifesta una volontà finora inespressa, ed indica in modo implicito, forse anche involontario, che debba esserci una posizione da esprimere e che questa non possa essere quella di ciascuno di essi ma unitaria, ovvero dei cattolici nel loro insieme. Una posizione nella quale ciascuno si identifichi e condivida.

 

Concetto ben espresso da quel “tornare ad esprimersi” che raccoglie il passato della espressione manifesta, il famoso voto cattolico in grado di orientare le scelte delle Istituzioni politiche del Paese, per arrivare all’incoraggiamento affinché si manifesti una opinione/posizione nella realtà politica e sociale contemporanea. Incoraggiamento ripreso dal Cardinale Zuppi nella sua veste di neo Presidente CEI, il quale sottolinea “l’attenzione per la cosa comune” che caratterizza la sensibilità dei cattolici, essenzialmente nel comprendere il mondo e nel trovare le giuste soluzioni politiche; soluzioni che sostengano il concetto laico del “bene comune/bene di tutti”, in senso universale, con un rimando implicito a quanto espresso da don Andrea Gallo, recentemente scomparso, per una società partecipata ed inclusiva. Che è come dire siate cattolici nel mondo e non nel chiuso delle vostre case o delle vostre chiese, come chiede da tempo Papa Francesco.