Se la volontà politica è chiara. Dagli scritti di Paul-Henry Spaak (sull’Europa)

Dagli scritti di Paul-Henry Spaak

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Articolo apparso sull’edizione odierna dell’Osservatore Romano

Credo che l’immenso problema del nostro declino, e se si vuole della nostra decadenza, possa essere risolto se riusciremo a creare in Europa un mercato simile, equivalente, e forse persino più importante del mercato americano o del mercato dell’Urss. Questa integrazione economica, questa volontà di far fronte ai problemi posti dal declino dell’Europa ci ha portati a lottare e specialmente a lottare per l’Europa unita a partire dal 1948. […]

Coloro che hanno assistito a Strasburgo alla prima riunione del Consiglio d’Europa non dimenticheranno mai l’atmosfera d’entusiasmo e di speranza che, in quel momento, venivano condivisi dalla stragrande maggioranza dei delegati. Tuttavia, il Consiglio d’Europa diede ben presto agli Europei delusioni e disillusioni assai grandi. Ci si rese conto, già dalle prime riunioni, che le concezioni di coloro che erano venuti a Strasburgo erano assai diverse. Per gli uni, il Consiglio d’Europa era un fine. I britannici, gli scandinavi ritenevano che avendo creato il Consiglio d’Europa, dai poteri piuttosto vaghi e dalle possibilità mal definite, avessero fatto il massimo di quanto gli permettesse la loro volontà europea. Per altri, al contrario, per i francesi, per gli italiani, per i cittadini del Benelux, più tardi per i tedeschi, il Consiglio d’Europa non era che un inizio. Era la creazione dell’organizzazione dalla quale bisognava far sorgere una vera unione politica. E questo divorzio tra massimalisti e i minimalisti si è manifestato molto nettamente… Subito, tutti hanno compreso la difficoltà della situazione; e rapidamente l’atmosfera si è vista deteriorata. Poi, in un’assemblea come quella, in cui non vi era più un’idea generale e una speranza comune, sono cominciati i dissidi: sul modo in cui bisognava fare l’Europa, sul modo migliore per farla. Tutto ciò era tanto più teorico, in quanto probabilmente, in quel momento, né l’uno, né l’altro metodo erano possibili o realizzabili. Ma si videro gli europei dividersi in costituzionalisti e funzionalisti.

I costituzionalisti avevano dalla loro la logica, avevano ragionamenti semplici e tali da suscitare grandi speranze e grandi entusiasmi. Dicevano: «Facciamo una costruzione europea, creiamo l’Europa federale, e quando l’avremo creata, saremo entrati definitivamente su di una via che ci condurrà alla realizzazione del nostro ideale europeo». E gli altri dicevano: «È troppo complicato, l’Europa non è matura per questo; dobbiamo piuttosto provare a prendere un determinato problema, e cercare di dargli una soluzione, e quando avremo così risolto quattro o cinque problemi importanti seguendo questo metodo, fatalmente si dovranno coordinare le soluzioni, e l’Europa sarà nata dalla pratica stessa delle cose…». Di colpo, la tesi funzionalista parve trionfare, poiché, con molto coraggio, molto tatto, Schuman e Monnet lanciarono l’idea del piano Schuman, l’idea del mercato comune del carbone e dell’acciaio. La creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio era per l’appunto il trionfo del metodo funzionalista. Significava prendere il problema capitale del carbone e dell’acciaio cercando di dargli una soluzione che superasse il quadro nazionale; significava spingere due prodotti d’importanza capitale, creare, ma entro certi limiti, quel mercato comune di cui ho parlato e al quale avete capito che assegno grande importanza. Questa esperienza è riuscita e, senza voler entrare nei dettagli, posso affermare che il mercato comune ci ha portato ciò che da esso ci attendevamo. Ciò che in pratica gli esperti e i tecnici si attendevano da un mercato comune si è rivelato esatto; e, soprattutto tra i paesi della comunità, ne seguì un considerevole aumento dei loro scambi in carbone e in acciaio. Troppo felici di questo successo, si volle continuare sulla base funzionalista, e spinti dagli avvenimenti, si volle risolvere su base funzionalista il problema militare. Fu il progetto della Comunità europea di difesa. Tanto la Comunità europea del carbone e dell’acciaio era stata un grosso successo, tanto la Comunità europea di difesa fu un fallimento, poiché dopo lotte appassionate, dopo che cinque parlamenti su sei ebbero ratificato il trattato, il parlamento francese rifiutò di seguire il governo o, per lo meno, il governo che aveva firmato il trattato. E il trattato fu bocciato dal parlamento. Non fu tanto il fallimento della Ced ciò che abbiamo pianto allora. Potete ben pensare che noi eravamo abbastanza ferrati in politica per sapere quanto fosse difficile e delicato porre la propaganda europea sul problema così particolare della difesa. Ma ciò a cui tenevamo nel trattato della Ced era quell’articolo 38 con il quale i ministri firmatari avevano dichiarato che un esercito non poteva necessariamente essere che lo strumento di una politica. Non era sufficiente coordinare lo sforzo militare; bisognava creare la federazione politica che doveva esistere in Europa, e voi sapete come, cortocircuiti quanto i rinVII, abbiamo ottenuto a Strasburgo un’assemblea speciale che, al prezzo di grandi sforzi, riuscì a formulare un piano politico federale per l’Europa. Tutto ciò fu annientato per colpa del parlamento francese. Voi penserete certo che all’indomani del fallimento della Ced, gli europei erano un po’ depressi, se non scoraggiati. Poiché, in un compito come quello, non si possono subire sconfitte, non si può fare marcia indietro, perché la sconfitta è una marcia indietro; non è solo la sconfitta di un determinato progetto, e un grave colpo inferto all’idea stessa. E il merito di certi uomini, in Europa, fu di non aver lasciato cadere le braccia, è l’aver detto: «Bene, siamo stati sconfitti sul terreno della Comunità europea di difesa, ma appena le circostanze lo permetteranno, riprenderemo la lotta». E da quel momento, si erano detti: «Poiché abbiamo fallito con il metodo funzionale, con la Ced, su di un problema preciso, cercheremo di rilanciare l’idea europea scegliendo un altro terreno: il terreno economico, quello su cui esiste già la Ceca e sembra riportare successi». Dunque nella primavera del 1955 i ministri degli affari esteri dei sei paesi della Comunità del carbone e dell’acciaio si sono riuniti a Messina, e vi hanno esaminato certi progetti di rilancio europeo sul piano economico. Il comunicato di questa conferenza dei ministri era — così almeno pensiamo — un comunicato sensazionale; destinato a scuotere profondamente il mondo… Infatti, i ministri degli affari esteri dichiararono semplicemente che lo scopo essenziale della loro politica estera era la creazione di un mercato comune; senta limiti, un mercato comune completo. […]

A Messina, abbiamo rotto con una delle peggiori tradizioni politiche: quella degli uomini politici che scaricano sui loro esperti le responsabilità che non sanno o non vogliono prendere. Tutti sanno che quando un uomo politico è in difficoltà, crea un comitato, e che a partire da quel momento è tranquillo, sovente per molti mesi, a volte per molti anni, a volte anche per sempre.

Ora, è quanto noi non abbiamo fatto. Abbiamo detto ai nostri esperti: «La nostra decisione è presa, la nostra volontà politica è chiara, e non vi chiediamo, non vi permettiamo di discuterla. Ciò che vi chiediamo di fare, è di mettere la vostra scienza, che è grande, al servizio della nostra politica e di spiegarci come potremo riuscire nella politica che vogliamo inaugurare». Grazie a ciò il rapporto di Bruxelles fu già positivo. […]

Ormai lo sapete: quel trattato che è stato firmato a Roma nella primavera di quest’anno, è già stato ratificato dai parlamenti di Francia, di Germania e d’Italia, e non vi è una possibilità su mille che i paesi del Benelux non lo ratifichino nelle prossime settimane.

Di conseguenza, credo che ora ci si debba porre dal punto di vista europeo, nell’idea che il mercato comune è stato creato. Nei prossimi dodici anni dovremo far sparire tra i paesi della comunità tutti i diritti di dogana, dovremo far sparire tutti gli ostacoli artificiali alla circolazione delle merci, dei capitali, degli uomini. E dovremo, durante questi dodici anni, in base a quanto ho detto della potenza commerciale che avremo così creata, preparare la politica commerciale comune che applicheremo nei confronti degli altri paesi. In più, abbiamo introdotto nel trattato due cose che per ora sono solo embrionali, ma che contengono senza dubbio promesse estremamente importanti per l’avvenire. Abbiamo creato la banca d’investimento, che rappresenterà uno sforzo comune per aiutare le parti della nostra comunità che sono meno sviluppate, e abbiamo gettato le basi di una politica tra l’Europa e l’Africa, creando un centro d’investimenti a profitto dei territori d’oltremare. […]

Dopo avervi tanto parlato di economia, e aver dato l’impressione di essere tanto materialista, vorrei però dirvi che la lotta europea si colloca in un altro quadro, più elevato. Ciò che stiamo cercando d’impedire — ed è un’opera storica fantastica, in cui non si può essere sicuri di trionfare, ma per la quale abbiamo in mano le carte e gli atouts, — ciò che bisogna salvare, non è soltanto una forma economica e sociale, è una forma di civiltà.

Io sono anticomunista, ma non per ragioni sociali ed economiche. Se i russi preferiscono il capitalismo di stato e la nazionalizzazione delle industrie, e tutto ciò che ne deriva, tutto ciò può essere l’oggetto di serie discussioni. Solo, la posta in gioco e l’ampiezza del problema non stanno in questo. Non si tratta di sapere se si è a favore del liberismo economico o dell’economia di stato. In fondo, oggi, i comunisti hanno un’ambizione — e non penso che possano rivoltarsi e sentirsi offesi per questo — molto più grande dell’essere semplicemente (e la cosa sarebbe da discutere) un partito più a sinistra degli altri. Ciò che intendono fare, è creare un nuovo regime, fondato su altre leggi politiche e su altre leggi morali. E noi siamo oggi in un’epoca, come tutti ne abbiamo conosciute di precedenti, in cui la civiltà occidentale si trova alle prese con un’altra civiltà che l’attacca e che la vuole distruggere. È quanto è successo quando abbiamo fermato — per modo di dire — Attila nei campi catalaunici, o quando gli arabi sono stati fermati sotto le mura di Poitiers. È, mutatis mutandis, lo stesso fenomeno storico che si manifesta, ma in altre condizioni e con i russi, loro volendolo, noi accettandolo; è la sfida, sul terreno occidentale, per vedere quale civiltà e quali valori usciranno da questa lotta. Ciò che non posso accettare nel comunismo, lo dirò in una parola, e qui sta la mia profonda convinzione: è il disprezzo che professa per l’uomo e la persona umana.

Ben inteso, la nostra civiltà, che si basa su questi valori, è lungi dall’essere perfetta, e abbiamo ancora molto da fare affinché questo principio di rispetto della persona umana sia veramente applicato in modo completo e senza ambiguità, senza equivoci e senza ipocrisia nella nostra società. Ciò non toglie che il problema si pone nel modo che ho detto, e per quest’opera abbiamo bisogno, naturalmente, del concorso di tutto l’occidente; e dico tutto, al di là dei limiti della piccola Europa e arrivando fino agli Usa.