Se non fosse come pensi?

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?” David Foster Wallace

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La tragedia di Genova sarebbe dovuta servire per riunire il paese, per capire dove si continua a sbagliare. Così come inizialmente fu per Onna anche Genova avrebbe dovuto mostrare un Paese capace di affrontare il tragico evento con umana ed unitaria solidarietà, mettendo da parte divisioni e polemiche.

Invece si è trasformato nell’ennesima esecuzione sommaria del capro espiatorio, ormai da tempo individuato nell’intera classe politica dei governi precedenti, PD in testa, casta inetta e corrotta, egoista e nemica degli Italiani. Di fronte a tanta violenta vis polemica, però, vogliamo, stavolta, evitare di rispondere per le rime, e riconoscere, invece,  le nostre stesse responsabilità, per correggere nostri atteggiamenti atavici, profondamente radicati nella cultura di noi Italiani, a prescindere della specifica parte di appartenenza e/o di militanza.

Sul corriere della sera del 21 agosto colpisce la risposta del professore del politecnico di Milano, consulente della commissione istituita da Autostrade, ad ottobre 2017, sullo stato del ponte Morandi. Al giornalista che chiede :

”cosa avrebbe fatto lei di fronte ad un ponte del genere, l’avrebbe demolito?” Il professore ribatte:

“la mia attività di ricerca professionale è stata sempre mirata alla conservazione dell’esistente”.

Partiamo da qui e riconosciamo che nessuno di noi avrebbe mai chiesto l’abbattimento del ponte Morandi proprio perché siamo tutti portatori, più o meno consapevoli, di quella cultura ben rappresentata dal professore del politecnico.

Il ponte di Genova, in fondo, è crollato perchè non l’abbiamo abbattuto e ricostruito vent’anni prima. Perchè siamo fatti così: fatalisti e conservatori, legati a ciò che c’è, che abbiamo fatto in passato e non al futuro. Quando eravamo  bambini facevamo ogni anno, sui banchi delle elementari, il componimento sulla parabola della cicala e della formica, cioè sull’importanza e sul successo del risparmio. E infatti siamo grandi risparmiatori, perfino la struttura delle nostre retribuzioni vive di passato, di salario risparmiato da percepire con la pensione e la liquidazione. In molte aziende il merito viene dopo l’anzianità e alcuni tentativi di valutarlo in funzione degli avanzamenti di carriera o dell’attribuzione di riconoscimenti a progetto hanno registrato rifiuti e contestazioni a non finire (nella Scuola, per esempio).

Preferiamo, così, conservare piuttosto che rammodernare; anche quando l’abbattimento e la riedificazione ex-novo dell’ opera risulterebbero meno costosi delle crescenti spese di manutenzione, in tal modo rinunciando alle opportunità portate dalle innovazioni. Ogni novità, piuttosto, diventa sinonimo di affarismo, malaffare, connivenze e collusioni. E non capiamo che dietro questa crescente cultura moralista e giustizialista si nasconde la solita, misera, mancanza di coraggio. Restiamo ammirati di fronte ai Francesi che abbattono e ricostruiscono con disinvoltura e ci giustifichiamo per la mancanza di altrettanto coraggio, dietro la storia e i suoi lasciti artistici e monumentali.

Un coraggio che i Francesi hanno dimostrato di avere anche in campo politico, passando dalla prima alla quarta e poi alla quinta Repubblica in mezzo secolo (quando noi facciamo fatica ad uscire dalla prima). Sarebbe ora che il nostro risparmio guardasse al futuro, diventando investimento, progetto. Ma, qui sta l’amarezza, più forte dell’indignazione: abbiamo il coraggio di riconoscere che tutta la struttura politica, tutta la forma partito era e resta prevalentemente incentrata sul meccanismo abituale consenso/potere per il potere? E’ su questo che dovremmo discutere. Oggi il Paese prima ancora che di nuove infrastrutture, ha soprattutto bisogno di riammodernare quello che ha. E lo dobbiamo fare nel concreto, partendo dal territorio in cui viviamo, ripensando profondamente le nostre città.

Roma, la capitale, la città in cui viviamo ha bisogno di rilanciare sia la sua azione amministrativa che la sua visione urbanistica. Abbiamo bisogno di abbattere virtualmente quei ponti bloccati della capitale.Abbiamo bisogno di ripensare quartieri, trovare il coraggio di accorpare scuole, di rifare quartieri, di ripensare i servizi.

Da Roma possiamo cominciare a riflettere sul ruolo dello Stato, sulle carenze di quel ruolo in questi anni. Il ponte Morandi fu una grande sfida negli anni sessanta del secolo scorso. Era una sperimentazione dal parte di Morandi, sperimentazione e coraggio che oggi non riusciamo più a mettere in campo. Rifare tempestivamente il ponte avrebbe significato ridurre le pratiche amministrative, le consulenze e tutto quello che derivava dalla continua manutenzione di quel ponte.

Purtroppo il crollo di quel ponte ci deve ancora raccontare un’altra storia e non quella di un’Italia corrotta o affarista, né di una sinistra che non ha visto o di una destra che ha gestito le concessioni delle autostrade in assenza di gare. Il ponte ci racconta in maniera drammatica le nostre contraddizioni, la nostra radicata contrarietà a cambiare le nostre convinzioni, ad accogliere gli altri “diversi” da noi o più semplicemente le loro idee.