Sentinelle della lingua invisibile

La coscienza dell’opposizione

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Articolo già apparso sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Maria Grazia Calandrone.

Nel nostro paese, dopo Pasolini, non è stata più scritta poesia civile, perché non ne abbiamo più avuto bisogno: abbiamo attraversato anni di discreto benessere economico — anzi, un dolente Ventennio di stordimento edonistico — e, soprattutto, dopo gli anni entusiasti e complessi della ricostruzione del dopoguerra, abbiamo attraversato settant’anni d’ininterrotta pace, sebbene poeti-sentinella, poeti attenti come Antonella Anedda, abbiano sempre chiamato «tregua» la nostra iniqua «pace occidentale», fondata sullo sfruttamento delle risorse di quelli che oggi abbandonano le proprie case, a rischio della propria stessa vita, per godere qui, almeno insieme a noi — o meglio, ai margini extraurbani di noi — di quanto abbiamo loro depredato.

La reazione dell’Occidente benestante è stata cominciare immediatamente a lamentarsi d’essere povero anch’esso, di non avere le forze economiche per accogliere quelli che ha ridotto alla fame — o dei quali ha finanziato le guerre. Il neoliberismo ha fatto saltare i parametri del bene e del male, la possibilità che un bianco che alla sera chiude a doppia mandata la porta di casa riesca a (o voglia) identificarsi con un nero che vive per strada tra l’immondizia e a rischio continuo di subire — o compiere, come dargli torto? — violenza.
Come possono tacere, i poeti, di tutto questo? In questo clima la poesia diventa indispensabile. La poesia dovrebbe rimanere in piedi come una sentinella nel deserto umano, a ricordare il mondo prima della ferita, il mondo prima della separazione. Ciascuno può dare il nome che vuole a quella memoria di una felicità, primaria e perduta: Traströmer lo chiama «lingua invisibile», Tolstoj — letto da Wilfred Bion — «mondo protoverbale», Baudelaire «correspondences», Dante lo chiama «Paradiso», o un intelligente riverbero del mondo fusionale amniotico. Non importa il nome, importa che tutti abbiamo la memoria di un tempo nel quale siamo stati felici, il ricordo della gioia, di un antico, bellissimo, dantesco «Intelletto d’Amore», quando il mondo ci pareva solo quello che è: uno spettacolo commovente, dove noi siamo una fondamentale, ma irrisoria, particella viva.

Nei paesi arabi, in Africa, nell’Europa dell’Est, fra gli Armeni, la poesia ha sempre continuato a parlare di cose concrete e ha parlato da vicino agli esseri umani, rivelandone e incoraggiandone sentimenti, desideri, diritti: negli altri paesi la poesia continua a essere il controcanto solido al dolore delle persecuzioni, della fame, delle guerre, delle oppressioni, mentre i poeti dell’Occidente si sono ripiegati sulla fluida materia sentimentale o hanno applicato le proprie intelligenze alla ricerca sulla lingua. Poi una mattina vado al mercato e scopro che nel gergo popolare ha fatto il suo ingresso una nuova invettiva: “vammorìammare”, scagliata da un attempato verduraio all’indirizzo di un ragazzino nero. Le stragi in diretta televisiva che diventano modi di dire. Le parole formano i pensieri. I pensieri formano le azioni. Così, confermo l’urgenza di un argine, confermo che non è più tempo di arte per l’arte, ma che è tornato il tempo di una poesia che si faccia pieno carico della realtà, che prenda la parola a nome di chi non ha voce, senza impantanarsi nel dilemma sterile del diritto che hanno i poeti — che comunque sono e restano un io biografico, nonché biologico — di pronunciare un «noi» senza peccare di arroganza.
Ognuno trova la propria soluzione: c’è chi, come Guido Mazzoni, cambia continuamente la persona che dice io, per articolare da ovunque la sua condanna a un mondo molto dopo la perdita, dove siamo così disincantati che l’orrore non ci fa più orrore (vammorìammare); c’è chi parla di sé scarnificandosi fino allo stato di emblema del genere umano, come Antonella Anedda, che arriva a pronunciare la «letizia dei santi», giunta a strappi nel luogo dove non importa più quello che Mariangela Gualtieri identifica come radice del male: la pretesa di essere amati.

Anche i nostri poeti, oggi più che mai, hanno il dovere di ricordare al mondo cosa ci rende felici e dunque umani. Le due cose sono strettamente connesse: più siamo felici, più siamo disponibili, più siamo felici… Il solo modo di essere felici è sentirsi parte di una comunità affettiva, avere oltrepassato la solitudine nella quale ci getta l’abbandono che avviene col nascere.

E, più siamo felici, più comprendiamo che il nostro compito è formare un controcanto collettivo alla paura e all’odio — e che abbiamo il dovere politico della speranza e della fiducia. Con gli occhi aperti. È necessario che i poeti leggano in profondità il narcisismo e l’isolamento di questo Occidente in agonia, ma è necessario anche che comprendano e credano che la loro poesia può contribuire a formare la coscienza dell’opposizione, ovvero la radicale, elementare e giusta accoglienza umana.