SERVE UN NUOVO STATUTO DEI LAVORATORI?

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La richiesta non è peregrina anche se occorre sempre distinguere, in questi casi, dove finisce la propaganda e dove inizia un vero progetto politico. Chi si riconosce nella tradizione e nel filone del cattolicesimo sociale italiano adesso dovrebbe battere un colpo.

 

Da più parti, anche se si tratta più di provocazioni che di reale volontà politica, si ritorna a parlare di riscrivere un nuovo “Statuto dei Lavoratori” più adatto alle nuove regole del mercato del lavoro che hanno fatto capolino in questi ultimi anni nel panorama sociale ed economico del nostro paese. La richiesta non è affatto peregrina anche se, soprattutto su questi temi, occorre sempre distinguere dove finisce la propaganda e dove inizia un vero progetto politico.

Ora, è ormai sufficientemente noto – perchè appartiene alla storia – come è decollato lo “Statuto dei Lavoratori” votato dal Parlamento Italiano nel maggio del 1970. Al di là dei vari giudizi politici e culturali e al netto degli altrettanto noti pregiudizi ideologici, è acclarato che grazie al coraggio e alla determinazione politica dei Ministri del Lavoro Brodolini e (soprattutto) Donat-Cattin, fu possibile adottare un atto che ha segnato in profondità la storia democratica del nostro paese. “Abbiamo portato la Costituzione nelle fabbriche”, disse Donat-Cattin alla Camera nel suo intervento prima del voto finale sulla legge. Una legge che passò malgrado l’astensione dei comunisti – è sempre bene non dimenticarlo – e che rappresentò un punto di svolta e di non ritorno nelle relazioni sindacali e, soprattutto, un deciso cambio di passo sotto il versante del riconoscimento dei diritti democratici e liberali dei lavoratori. Una legge che confermò anche la profonda natura popolare, sociale e democratica della Democrazia cristiana malgrado il radicato e dogmatico pregiudizio di larga parte della sinistra italiana che continua ad individuare nella stagione democristiana un periodo nefasto e nocivo per la stessa qualità della nostra democrazia.

Ma, se quello “Statuto dei Lavoratori” segnò un passo in avanti di straordinaria importanza per la nostra civiltà democratica, oggi forse è necessario un nuovo intervento che, senza mettere affatto in discussione le conquiste sancite in quello storico Statuto, riesca a cogliere e soprattutto a tutelare il nuovo ed inedito panorama professionale che si è aperto nel nostro paese con l’innovazione tecnologica da un lato e la forte e ormai endemica precarietà dei rapporti di lavoro dall’altro. Un intervento correttivo che, però, richiede intelligenza politica, coerenza culturale e coraggio istituzionale. Esiste una sola domanda, fondamentale e decisiva, se si vuole procedere in questa direzione: e cioè, quale partito e quale coalizione si fa carico di un progetto che ha una valenza politica ed un impatto concreto sulle persone di portata storica? Certamente non il Pd che ormai rappresenta gli interessi borghesi, alto borghesi, aristocratici, dei cosiddetti “garantiti” e tutto ciò che non ha più nulla a che fare con gli interessi e le istanze dei ceti popolari. E questo al netto delle chiacchiere virtuali dei capi delle infinite correnti che scorrazzano in quel partito.

Sul versante del Centro forse sarebbe il momento che il progetto politico di quel partito non si fossilizzasse solo e soltanto sugli interessi dei ceti medio alti con un approccio sostanzialmente liberal/liberista ma guardasse con maggiore attenzione anche e soprattutto alle istanze, alle domande e alle richieste dei ceti popolari. Forse toccherà al centro destra e, nello specifico, all’antica “destra sociale” di Giorgia Meloni affrontare questo tema spinoso, delicato ma oltremodo necessario per garantire e tutelare masse crescenti di lavoratori, di inoccupati e di precari? Lo vedremo cammin facendo.

Al riguardo, chi ancora si riconosce nella tradizione e nel filone del cattolicesimo sociale italiano forse adesso dovrebbe battere un colpo. Per non essere complici dell’inerzia da un lato e per non regalare ad altri una rappresentanza politica, culturale e sociale che sarebbe solo la conseguenza della nostra pigrizia ed indifferenza.