Si è fatta sera e squilla la tromba del rinnovamento: la disunione non può essere il dogma civile dei cattolici.

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Non sfugge che siamo di fronte ad un possibile giro di boa epocale, ontologico ed esistenziale, uno scivolamento verso il nichilismo individuale e sociale, la fine di unepoca, il tramonto di una civiltà. Perciò la risposta della politica implica ed esige un soprassalto di virtù e coraggio.

 

Francesco Provinciali

 

Dopo la fine del partito unico dei cattolici è finita anche la loro presenza politica o rimane qualcosa di quei principi, di quei programmi, di quei valori che avevano ispirato tanta parte della storia recente di questo Paese?

 

E dopo il tramonto del collateralismo con le associazioni, con i cenacoli culturali, con il mondo del volontariato, con lo stesso sindacato, dove può trovare spazio e collocazione – se mai esiste ancora – una dottrina sociale ispirata ai principi della giustizia e della carità, dell’equità e dell’etica dei comportamenti?

 

A guardarsi in giro è difficoltoso distinguere, anche stropicciandosi gli occhi: retaggi, rimpianti, ricordi danno sostanza ad uno sparigliamento che assomiglia più al limbo dell’indeterminato di quanto non rendano l’idea di una compattezza nobilitata da connotazioni qualificanti.

 

E serve ancora a questa Italia del terzo millennio che i cattolici si rimbocchino le maniche e si diano da fare per partecipare con fattivo e concreto contributo a definire e magari guidare ancora un modello di società, a traghettare il salvabile di una stagione finita e lontana – ma che non merita di essere demonizzata – oltre le secche di una palude, come quella attuale, affidata più alle cronache spicciole di giornata, agli aneddoti pruriginosi, alle squallide diatribe di palazzo e agli inciuci tipici del peggiore trasformismo nazional-popolare?

 

Destra e sinistra – a un tempo alibi e miti di un bipolarismo sui generis, più preoccupato di rivendicare il principio di alternanza che di sostanziarne le idee – hanno diviso e separato i cattolici in nome di ragioni diverse, che gli apparentamenti politici con gli alleati di coalizione hanno poi reso sovente inconciliabili con le origini.

 

Possiamo dire che molta parte dei cattolici oggi impegnati in politica hanno svenduto a buon mercato le loro idee? A conti fatti sì, possiamo dirlo.

 

Se n’è accorta da tempo anche la Chiesa, suo malgrado accomodante verso certi adattamenti al nuovo che avanza e attenta a non mischiare fede e ragion di stato in nome di una laicità che è patrimonio culturale condiviso.

Ma non è venuta meno la Chiesa: hanno mancato, arrabattandosi di qua e di là con disinvolte capriole, coloro che – dopo lo sconquasso degli anni novanta, si sono arrogati il compito di traghettare principi e valori, mostrandone spesso il lato peggiore.

 

Eppure questioni aperte ce ne sono e il contributo del cattolicesimo sociale potrebbe essere determinante: l’etica in politica, innanzitutto, la famosa e ormai retorica ‘questione morale’, la vivibilità dei contesti urbani, i flussi migratori, le difficoltà del vivere sociale, il problema del lavoro e della casa, la nobilitazione del merito, la dignità della giustizia, il dovere della carità.

 

E in questo periodo di timori e turbolenze, in cui si accentua e diventa una preoccupazione preponderante il lento e lungo processo di sgretolamento dell’identità che ha attraversato tutto il ‘900, il tema della sessualità e della cangiante appartenenza di genere, l’emergenza dilagante dell’omofobia come espressione della violenza simbolica ma dietro ad essa anche molti malcelati pretesti per confondere la specificità dei ruoli genitoriali, la messa in discussione della famiglia tradizionale, la pedagogia gender che entra in modo strisciante nella scuola e introduce il principio del situazionismo sessuale deprivato – appunto – dall’identità naturale, il sentirsi in modo diverso e il poter essere mutanti per un semplice atto di volontà, in realtà una decadenza verso l’ibrido sessuale cangiante e defedato. E la scuola come istituzione che si fa garante di questo sfacelo identitario, in nome di un assurdo e insostenibile “principio di realtà”.

 

Spiace, turba, confligge pensare e vedere che molti sedicenti cattolici si impegnano con più fervore su altri campi, se ne sono accorti da tempo anche i vari Presidente della CEI che hanno posto il problema di una nuova classe politica dove l’impegno civile e sociale del cristianesimo trovi una concreta collocazione.

 

Non sfugge che siamo di fronte ad un possibile giro di boa epocale, ontologico ed esistenziale, uno scivolamento verso il nichilismo individuale e sociale, la fine di un’epoca, il tramonto di una civiltà.

 

I tempi si fanno bui, troppo di quello che ci compete risulta disinvoltamente possibile, aggiustabile, riciclabile: una concezione machiavellica del potere dove la preoccupazione principale è di trovare spazio per succedere a se stessi.

 

Anche alla politica locale – ovunque essa si materializzi -. si potrebbe chieder conto di ciò che qualifica una presenza personale ispirata ai valori del cattolicesimo.

 

Chiediamo a Voi, signori politici che fate professione di fede: fino a quando siete disposti ad essere di buon esempio affinchè l’elettorato cattolico si riconosca in voi, in ciò che dite e – soprattutto – in ciò che fate?

 

Troppi cedimenti, troppi compromessi al ribasso, il mettersi a lato e fuori dai problemi reali del Paese, forse neppure percepiti, il collocarsi al di sopra della società civile che non condivide le vostre priorità ed avrebbe urgente bisogno di una guida salda, emotivamente rassicurante, concreta.

 

Di fermento ce n’è, in giro, da tempo. Si è fatta sera e squilla la tromba del rinnovamento. Quando pensate possa giungere l’ora di passare la mano?