Sì, torna il centro: anche Panebianco è d’accordo. Ma cos’è o cosa può essere questo nuovo centro?

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Sembra di assistere a un rito evanescente, fatto di annunci e ricordi, suggestioni e proclami, senza un chiave di lettura politica della realtà. Senza una prospettiva. De Gasperi invece, sulle macerie del fascismo e della guerra, costruì un partito che guardava al futuro.

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La direzione di governo impressa da Mario Draghi ha riaperto, una volta ancora, il dibattitto sul Centro politico. Un dibattito che si arresta il più delle volte allo stile, perché, è vero, il Centro è equilibrio, buona educazione, sentito amore per la democrazia e per le sue forme e capacità di mediazione, qualunque cosa voglia dire. In genere ci si ferma qui, senza specificare ciò che deve fare oggi il Centro come mezzo, cioè strumento politico utile al paese. 

Di sicuro quando parliamo di Centro ci viene in mente un metronomo che scandisce il tempo della destra e della sinistra, o un accento che cade delicatamente su una o l’altra parte. Questo succede da moltissimi anni, da quando, con la fine della Democrazia Cristiana, il Centro si è trasformato in un mistero buffo che, nell’attesa del disvelamento, ha sospinto i suoi fedeli, donne e uomini a cercarsi una collocazione vantaggiosa, a destra o a sinistra.

Su questa linea, diciamo così esoterica, piuttosto di scavare intorno alle proprie radici e offrire risposte al tempo presente, i nostri furbi centristi hanno importato valori altrui, adattandoli alle loro immaginarie sensibilità in un ibrido sfacciato. 

Con questo commercio di contrabbando questioni che si riferiscono direttamente a persona, famiglia, lavoro sono state  acquistate a basso costo in mercati sospetti. Per fare un esempio, la legge Zan che si prende cura di molti e delicati problemi deve essere introdotta, secondo alcuni dei suoi proponenti, prendere o lasciare, mentre un qualunque centrista sa bene che su certi temi spaccare il Parlamento, quando sarebbe a portata di mano il voto a larga maggioranza, è peggio di un errore. No modifiche, no mediazione. Vi piace così?

Deve far paura uno “scontro di civiltà” di questo formato a persone come Angelo Panebianco (“Il valore del Centro in politica”, Corriere della Sera, 7 luglio u.s.). Autorevole sostenitore del maggioritario, della democrazia governante, dello scontro creativo tra destra e sinistra, Panebianco si augura oggi la rinascita del Centro. Lo fa guardando Mario Draghi il quale, senza farsi intimorire, guida proprio dal centro un governo di “quasi tutti” e si augura che il presidente del Consiglio incontri “un vero partito di centro”. 

Erano in molti a pensare, nella lunghissima stagione della Seconda Repubblica, che la democrazia italiana dovesse fare a meno per sempre di un mezzo politico così dopo che un tribunale della storia aveva deciso di “toglierlo di mezzo”. Oggi invece si infittiscono, gli appelli, per un nuovo Centro in partenza da circoli dell’ex centrodestra (Toti, Brugnaro e altri) e in minor misura (Calenda) da altri del centrosinistra e non siamo che all’inizio.

I sostenitori del modello anglosassone non avevano mai seriamente riflettuto sul fatto che un tale modello da noi non è esistito prima e non soltanto per ragioni legate al “fattore K”, ma anche perché la Democrazia Cristiana non è mai stato un partito conservatore di destra e il Partito Comunista è stato altra cosa dalla creatività libertaria delle sinistre.

Finita la stagione dell’anticomunismo-comunismo, quella successiva ha visto da una parte Berlusconi, che era appunto Berlusconi e non la destra, e dall’altra un centrosinistra, con il trattino o senza, in una fusione più o meno riuscita tra eredi della Prima Repubblica. Insomma, ci sarà stata pure una ragione se la nostra democrazia non ha mai indossato abiti fumo di Londra e il massimo del maggioritario italiano che è riuscita a darsi è stato il paziente Mattarellum.

Oggi spunta in agenda il Centro e la costruzione di un mezzo politico idoneo a questo scopo. Un mezzo che sappia realizzare obiettivi negati a destre sovraniste e a sinistre predicatorie. Un mezzo che abbia a cuore i valori della Nazione e quelli della persona e delle persone che bussano alla nostra porta. De Gasperi realizzò la riforma agraria senza dimenticare Trieste e gli esuli dalla Dalmazia. 

L’incontro al Centro non potrà avvenire tuttavia tra una figura autorevole come quella di Mario Draghi e nanerottoli invecchiati, cinici praticanti della politica Zen della massima resa personale con il minimo sforzo. Non potrà avvenire questo incontro in una “piazza dove non c’è nessuno”, come nel romanzo di Dolores Prato, ma in un confronto tra posizioni anche diverse rappresentate da nuovi dirigenti che ignorino il passato non sempre cristallino di quanti sono ormai al potere, di qua o di là da oltre trent’anni. 

Per realizzare un Centro che sia un potente mezzo di azione politica è necessario un cambiamento non rottamatorio e tuttavia radicale, non soltanto di facce (il che comunque non guasta). In un’altra stagione di rinascita nazionale, la Resistenza, De Gasperi e il suo gruppo dirigente fecero a meno di un partito glorioso come quello dei Popolari di Sturzo. Cambiare, adesso, sarà più facile e giusto.