Siamo di fronte a una crisi che investe l’esistenza umana. L’individualismo e l’edonismo di massa non sono una risposta.

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Il mondo globalizzato vive alla mercé quotidiana dell’economia e del denaro come fini di questa esistenza terrena. Allora, come ripartire? Anzitutto attraverso una nuova classe dirigente capace e culturalmente formata per operare nel sociale a vantaggio di tutti e non delle semplici lobby economiche.

 

Paolo Frascatore

 

 

Durante gli anni Ottanta chi non ricorda il famoso slogan di Comunione e Liberazione: “Più società meno stato”. Il riferimento è calzante se si considera l’attuale situazione politica ed economica mondiale; anzi, appare sempre più evidente come quello slogan ciellino abbia influito su tutta una serie di eventi storici che si sono verificati a cavallo tra il secondo ed il terzo millennio.

 

La crisi delle ideologie che avevano segnato quasi tutto il corso del secolo breve, la fine dei partiti di massa con le conseguenti lobby ad indirizzare i nuovi partiti ormai vuoti in ordine ai valori forti di riferimento. La crisi della sinistra storica, il crollo del muro di Berlino nel 1989 hanno palesato che il mondo non ha più un centro, condiviso più o meno da tutti, ma che è diventato un insieme di periferie, con l’aggiunta di contrasti e di guerre, nei quali la componente religiosa, sorprendentemente, ha ripreso importanza, ma contribuendo al conflitto, non alla ricomposizione dell’umanità.

 

Quello a cui si assiste oggi, ossia una componente religiosa che giustifica la guerra e la supremazia di un popolo su un altro non fanno altro che aggravare la situazione socio-economica della stragrande maggioranza degli individui. I richiami di Papa Francesco sembrano cadere nel nulla. Eppure, proprio da questi ultimi dovrebbe ripartire una iniziativa politica forte, capace di ridisegnare i contorni di un mondo globalizzato che vive alla mercé quotidiana dell’economia, del denaro come fini di questa esistenza terrena.

 

Si avverte anche l’insufficienza di una classe dirigente che, dismessi i panni del cattolicesimo democratico, arranca non sapendo più quale sia la vera bussola di un percorso politico legato a valori sempre validi: la solidarietà sociale, la fraternità, la giustizia sociale ed economica. Siamo di fronte, in altre parole, ad una crisi che è totale e che riguarda la stessa esistenza dell’uomo che non ha più motivi veri per portare avanti un percorso di vita consono con quella pace sociale che dovrebbe rappresentare il valore più alto dell’esistenza terrena. Una eticità privata e pubblica dovrebbe essere alla base di una nuova proposta politica (anche di ricomposizione di un’area che avrebbe senso e motivo di esistere), ma che si scontra però con un individualismo esasperato e privo di un programma adeguato e consono ai problemi del mondo contemporaneo.

 

Si dirà: sono pensieri che appartengono ormai ad una mentalità socio-politica del secolo scorso e che non possono trovare riscontro in questa società sempre più veloce e sempre più esigente. Ma se ci si ferma un attimo a riflettere non è difficile ipotizzare che con questa corsa continua verso un appagamento economico, verso un edonismo che cancella ogni sentimento di solidarietà tra gli uomini, con una classe politica che ormai non fa altro che ordinaria amministrazione; non solo non si intravvede un futuro roseo per l’intera umanità, anzi si prospetta una sua agonia mortale.

 

Ed allora, come ripartire? Anzitutto attraverso una nuova classe dirigente capace e culturalmente formata per operare nel sociale a vantaggio di tutti e non delle semplici lobby economiche che si spostano, di volta in volta, secondo convenienza, da destra a manca. In questo quadro non è fuori luogo richiamare i pensieri ed i programmi di un uomo, Aldo Moro, che ha saputo disegnare un progetto politico vasto, di ampio respiro, che, a ben guardare, ridisegnava l’allora divisione dei due blocchi secondo nuovi canoni non più legati all’imperialismo delle due super potenze, ma con nuove prospettive economiche e sociali per tutti gli Stati, avendo come fine supremo ed inderogabile di ogni azione politica quello del bene supremo di tutti i cittadini.