L’intervento di Matteo Renzi in Senato, in memoria di Franco Marini

L'intervento si è svolto durante la seduta del 24 febbraio 2021.

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Signor Ministro, onorevoli colleghi,
ci associamo naturalmente con spirito commosso alle parole che la signora Presidente ha rivolto in memoria di Franco Marini poco prima del primo discorso del presidente Draghi in quest’Aula qualche giorno fa e personalmente ho molto apprezzato l’intervento del senatore Zanda.

È molto difficile parlare di una personalità con la quale hai percorso un tratto di strada e hai discusso, anche litigato a proposito di rottamazione, e contemporaneamente ne avverti il fascino e la rilevanza che ella ha avuto nella storia di questo Senato. Lo vorrei ricordare, infatti, innanzitutto come Presidente del Senato, uomo di parte, uomo di sindacato, uomo di partito, ma capace di servire le istituzioni in un biennio tutt’altro che semplice quale quello del 2006-2008, e poi come leader politico. È dunque un tentativo che mi accingo a fare partendo da tre memorie di Franco Marini, che vorrei personalmente tenere nel cuore e che sono contemporaneamente tre grandi argomenti che la politica dovrà continuare ad affrontare, perché piace pensare a Franco Marini come a una persona la cui eredita è forte, non il ricordo.

Il primo tema: Franco Marini era un uomo che sapeva e amava una parola che oggi non va più di moda nei partiti politici e nelle comunità e la parola è «organizzazione». Quando c’era da discutere di un ruolo, Franco Marini puntava a fare, prima del segretario politico, il segretario organizzativo: per chi viene dalla sua esperienza è diventato un fatto ormai comune, ma per chi ha conosciuto questo nuovo modo di fare politica, che non è solo quello della rottamazione, ma è quello del populismo, del sondaggismo e del consenso che va e che viene, sembra impossibile l’organizzazione. Si aggiunga che l’organizzazione della CISL degli anni Settanta e Ottanta (lo sa meglio di me la senatrice Parente) o l’organizzazione della Democrazia Cristiana, poi delle correnti interne e poi del Partito Popolare, era tutt’altra cosa dell’organizzazione di oggi.

C’è una data, signor Presidente, che secondo me segna la vita politica di Franco Marini ed è il 1999, non già per la sua mancata elezione al Quirinale, su cui tornerò nel finale, ma perché in quell’anno il suo partito, che è anche il primo al quale mi sono iscritto, il Partito Popolare Italiano (Franco Marini è stato il primo segretario di un partito al quale mi sono iscritto), subisce una sconfitta clamorosa alle elezioni europee e la subisce soprattutto per responsabilità di un partito neonato che erano allora I Democratici (l’asinello) che per Marini è incomprensibile.

In quell’elemento c’è un grande tema che vorrei affidare alla nostra riflessione, se vogliamo considerare Marini vivo e il suo pensiero come foriero di riflessioni ulteriori: come si organizza la politica e anche – aggiungo io – il sindacato nel nostro tempo? Come si riesce a tenere insieme la comunità politica con il consenso in un contesto così difficile? Marini su questo è stato un assoluto maestro, capace di prendere atto che il mondo intorno a lui stava cambiando, cosa che anche molti dei suoi non avevano capito. Marini aveva capito che quel modello organizzativo non funzionava; cercava di presidiarlo e di trovare delle giuste soluzioni a un tema complicatissimo: l’organizzazione.

Il secondo tema è la storia del cattolicesimo democratico. L’Italia è un Paese nel quale il cattolicesimo democratico ha scritto le pagine più importanti della storia repubblicana e lo ha fatto anche quando è diventato minoranza. A Franco Marini è toccato prendere atto di questa nuova stagione dell’esperienza cattolica democratica, perché è diventato segretario del PPI nel momento di una divisione profonda, della quale è stato anche in qualche misura responsabile.

Sono anni passati, ma poiché il Senato dedica a un momento di commemorazione penso che sia giusto scendere un attimo nell’approfondimento. Quella ferita – come sa molto meglio di me il signor Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, che ringrazio per essere in Aula – fu una lacerazione pazzesca per un’intera generazione, specie per la generazione del Ministro e degli altri amici che vedo in tutte le aree dell’Emiciclo. Fu infatti una divisione enorme, che sanguinava; non fu semplicemente una divisione come tante (tante ne abbiamo viste e tante ne vedremo) all’interno delle esperienze politiche, ma fu una divisione storica.

Tuttavia, nella sua esperienza in CISL, nella Democrazia Cristiana, nel PPI e – meno – nella Margherita e nel Partito Democratico, Franco Marini ha sempre tenuto alta la bandiera del cattolicesimo democratico in una visione laica, come ricordava qualche istante fa il senatore Zanda.

Mi piace pensarlo non solo al Senato, non solo nelle nostre discussioni congressuali, alcune delle quali davvero incredibili: io, da giovane popolare, fui tra i deferiti ai probiviri e il tavolo andò direttamente al segretario nazionale Franco Marini, che non aveva alcun titolo per intervenire ma intervenne, perché era in teoria un’organizzazione diversa; questo per dire quanto Marini sia stato impattante nella vita di tanti di noi. Mi piace ricordarlo in Via della Piazzuola, al Centro studi della CISL a Firenze, in un luogo in cui la CISL aveva uno sguardo attento alle vertenze sindacali ma sapeva formare i leader sindacali di tutto il mondo. Uno sguardo capace di tenere insieme il piccolo con il grande, la concretezza con l’ideale: anche di questo siamo debitori a Marini.

Dove andrà il modello organizzativo di domani della comunità politica e dove andrà la storia del cattolicesimo democratico domani? Rispondere a queste domande significa tenere in vita il pensiero di Franco Marini.

Da ultimo, signor Presidente, desidero affrontare il tema della relazione personale. Io ho combattuto Franco Marini quando, nel 2013, l’allora Partito Democratico lo inserì in una terna per il Quirinale e, poi, un’ampia coalizione lo candidò alla Presidenza della Repubblica. Allora ebbi con alcuni amici il desiderio di dire chiaramente perché la candidatura di Franco Marini non ci sembrava quella più corretta. Lo feci senza avere un ruolo parlamentare, perché allora ero sindaco, quindi non ero tra i grandi elettori, ma lo feci in modo molto chiaro, con una lettera a «La Repubblica», spiegando che chi aveva candidato in quel momento Franco Marini non gli aveva fatto del bene.

La candidatura di Franco Marini, infatti, nacque allora come giustificata proprio dalla sua appartenenza cattolica, non dalla sua esperienza istituzionale, non dalla sua esperienza sindacale, non dalla sua vita politica, sociale e comunitaria. No. Si disse che, avendo eletto il presidente Grasso al Senato e la presidente Boldrini alla Camera, avendo indicato come Presidente del Consiglio incaricato l’onorevole Bersani, c’era bisogno di un riequilibrio dell’area cattolica, dopo sette anni di Giorgio Napolitano. Quell’approccio per me fu sbagliato, come pure fu sbagliato l’approccio di chi volle candidarlo in prima votazione. Infatti, quando si vuole difendere un candidato nelle elezioni al Quirinale, se non si è sicuri (e gli unici casi di sicurezza sono stati nel 1985 e nel 1999, con due fenomeni più unici che rari), lo si tiene coperto, come accade nel 2006 a Giorgio Napolitano e nel 2015 a Sergio Mattarella. Chi lo candidò in prima votazione evidentemente aveva il desiderio di candidarlo senza troppa convinzione.

A me però non interessa questo; mi interessa dire una cosa che mi riguarda. Signor Presidente, mi è capitato – e ringrazio il cielo e ringrazio i miei amici, che hanno condiviso questi anni di attività politica – di essere in molti casi una persona che ha dovuto fare delle scelte e, in quanto tale, tante persone hanno avuto ruoli importanti grazie alle scelte, del tutto legittime – discutibili ma legittime -, che abbiamo fatto. Presidente, non credo che lei si stupisca, ma le dirò che può accadere, in molti casi, che quando si fanno delle scelte e si selezionano delle persone, dai commissari ai ministri, non tutti abbiano quel sentimento di gratitudine che sarebbe immaginabile; si dice che in politica la gratitudine non esista. Vorrei però evidenziare che Franco Marini mi ha dato una lezione straordinaria personale, perché è uno dei pochi che, non soltanto non ha ricevuto alcunché negli anni in cui ho avuto qualche ruolo sia il Governo che nel Partito, ma è stato anche capace in quel periodo di gratificarmi di una relazione personale e di un’amicizia che andavano totalmente oltre il fatto che io non avessi appoggiato la sua candidatura. Ero in imbarazzo io, ma quando lui scelse di lavorare insieme a me e a noi al Governo, come Presidente del Comitato delle celebrazioni nazionali, e al Partito, come capo dei garanti, la cosa più bella era incontrare il suo sguardo – avevamo discusso, avevamo litigato – e sentirsi chiamare “Presidente” o “segretario”, a seconda del luogo nel quale ci trovavamo, trovando un uomo ricco di umanità. Mi piacerebbe che i giovani capissero questo elemento.

Franco Marini era uno di quelli che avevo contribuito a bloccare e che non mi tolse neanche per un minuto il grande sentimento della relazione dell’amicizia.

Signor Presidente, che l’esempio di Franco Marini continui a risuonare per i nostri giovani. Ti sia lieve la terra abruzzese, caro Franco. Tutte e tutti noi speriamo di poter essere in grado e di avere la capacità non solo di rispondere alle domande sull’organizzazione e sul senso dei cattolici impegnati in politica, ma anche sull’umanità di un uomo per cui il più grande dolore per me è pensare che sia morto solo – lui che ha sempre vissuto insieme agli altri – come tutti i 90.000 malati di Covid di questo Paese.