Sinodo: la posta in gioco. Il punto su “Dialoghi”, la rivista dell’Azione cattolica.

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Siamo ad un momento cruciale della vita della Chiesa. Il Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia e il Sinodo della Chiesa universale si intrecciano in una consultazione quanto mai ampia che tocca lidentità della Chiesa, la sua forma, e la sua missione evangelizzatrice.

 

Giacomo Costa

 

Se c’è una parola di grande attualità nella vita e nel dibattito ecclesiale in questo momento storico è la parola sinodo. È noto, infatti che da ormai qualche tempo si intrecciano due percorsi sinodali nella vita della Chiesa: il Sinodo 2021-2023 della Chiesa universale, intitolato Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione, che si è aperto il 9-10 ottobre in Vaticano e il 17 ottobre in tutte le diocesi del mondo e il cammino sinodale italiano, ufficialmente aperto dall’Assemblea della CEI nel maggio 2021 e che si snoderà fino al 2025, a partire dalle indicazioni emerse dal Convegno ecclesiale di Firenze del 2015.

Prima di provare a capire quale sia il significato profondo di tali percorsi e perché sia, quello del sinodo, un tema così importante per la Chiesa, occorre prendere consapevolezza che stiamo attraversando un momento cruciale.

Nel suo significato etimologico sinodo significa camminare insieme, due termini che implicano insieme il dinamismo di un inevitabile cambiamento e l’incontro tra le persone, la dimensione comunitaria, luogo in cui spesso le differenze sono più degli elementi che accomunano.

È perciò doveroso chiedersi quale sia lo scopo e quale la posta in gioco di questo processo, e quindi quali le possibili (e auspicabili) ricadute sulla missione di evangelizzazione della Chiesa, che in fondo è la sua ragion d’essere.

Anzitutto lo scopo. È lo stesso Documento Preparatorio (DP) che lo definisce, quando al n. 32 afferma che «lo scopo del Sinodo e quindi di questa consultazione non è produrre documenti, ma far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani».

È evidente, quindi, che per la Chiesa, nel dedicare un sinodo alla sinodalità, la posta in gioco sia molto alta, se non altro perché è una questione di identità. Come infatti specifica la Commissione Teologica Internazionale, la sinodalità è «dimensione costitutiva della Chiesa, che attraverso di essa si manifesta e configura come Popolo di Dio in cammino e assemblea convocata dal Signore risorto».

A partire da qui, è possibile individuare almeno tre dimensioni attorno a cui la sinodalità si articola e si esplicita: essa è infatti allo stesso tempo una questione di metodo, una questione di strutture, una questione (che le comprende entrambe) di stile.

 

Il metodo

 

Probabilmente definire il sinodo, per quanto complesso, potrebbe risultare comunque più semplice che metterlo in atto. Per questo, poiché la strutturazione dei percorsi è questione di grande importanza, per la prima volta il Documento Preparatorio del Sinodo 2021-2023 è accompagnato da un Vademecum, destinato a facilitare il compito di chi è incaricato di organizzare e animare le occasioni di coinvolgimento delle articolazioni locali della Chiesa durante la prima fase del percorso. Fermo restando che sinodalità non è una tecnica organizzativa, l’insistenza su un metodo ben definito consente più facilmente il raggiungimento di alcuni obiettivi, ad esempio l’effettivo coinvolgimento delle persone che per tante ragioni si trovano ai margini della Chiesa e che hanno meno strumenti per far sentire la propria voce, a partire dai poveri, dagli emarginati e dai vulnerabili. Ce ne sono in ogni comunità, anche se il loro profilo varia di luogo in luogo. Come sottolinea il Vademecum, serve uno sforzo fatto con metodo per raggiungerli (cfr. 3.1), pena il rischio di escluderli ancora e vanificare il senso del sinodo stesso.

 

Una riflessione organica sulle strutture

 

Lo stile del camminare insieme comporta una svolta concreta nella partecipazione autentica, e questo mette irrimediabilmente in discussione strutture e pratiche ecclesiali, anche decisionali, consolidate da tempo.

È una richiesta che arriva soprattutto dai giovani, anche grazie alle potenzialità dei nuovi media, che hanno sviluppato una cultura che dà grande valore alla partecipazione e hanno forti aspettative a questo riguardo. Le istanze partecipative già previste dal diritto canonico rappresentano una base di partenza, ma non esauriscono certo tutte le possibilità, che peraltro non possono essere standardizzate a livello globale, in quanto occorre inculturarle nei differenti contesti, anche a partire dal modo in cui la partecipazione è concretamente praticata nelle diverse società.

 

Non è superfluo sottolineare che si tratta comunque di strutture ecclesiali, che devono quindi continuare ad articolare quella peculiare dinamica uno – alcuni – tutti che per la Chiesa è costitutiva quanto la sinodalità, anche se occorre ricomprenderla nel nostro tempo, liberandola da incrostazioni verticistiche. Con grande efficacia il cap. III del DP, facendo riferimento ai racconti evangelici, richiama questa dinamica, evidenziando come pastori e fedeli non possano fare a meno gli uni degli altri senza compromettere la reazione di ciascuno dei due gruppi con il Signore: «Senza gli apostoli, autorizzati da Gesù e istruiti dallo Spirito, il rapporto con la verità evangelica si interrompe e la folla rimane esposta a un mito o una ideologia su Gesù, sia che lo accolga sia che lo rifiuti. Senza la folla, la relazione degli apostoli con Gesù si corrompe in una forma settaria e autoreferenziale della religione» (DP 20).

 

Una precisazione necessaria, cui papa Francesco spesso richiama, è relativa alla sostanziale differenza tra sinodalità e democrazia.

 

La sinodalità infatti «non comporta l’assunzione all’interno della Chiesa dei dinamismi della democrazia imperniati sul principio di maggioranza» (DP 14). Questo è un aspetto molto importante in quanto significa tenere in considerazione una revisione delle forme concrete dell’esercizio dell’autorità all’interno della Chiesa.

 

I cammini sinodali, a tal proposito, possono rappresentare l’occasione di rimettere al centro la visione dell’autorità come ministero di comunione: chi lo esercita è chiamato non a imporre il proprio punto di vista, ma a farsi garante di dinamiche di relazione e di comunicazione in cui tutti i membri del popolo di Dio possano trovare un posto e sentirsi riconosciuti.

 

Un discorso analogo riguarda l’effettiva partecipazione delle donne ai processi decisionali della Chiesa. Certo, la questione non può essere ridotta, come talora accade in alcune rappresentazioni mediatiche, semplicemente alla presenza di alcune donne tra i membri con diritto di voto nelle Assemblee del Sinodo dei Vescovi, ma è indubbio che è richiesto un atteggiamento di profonda libertà da parte di tutti per valutare assetti così consolidati da sembrare scontati.

 

Continua a leggere (“Dialoghi” n. 4 – 2021)

https://rivistadialoghi.it/42021/primo-piano/sinodo-la-posta-gioco