Sostiene De Rita che le epopee prima si fanno e poi si raccontano…

Lo spunto è dato da un recente editoriale del fondatore del Censis, sicché l’autore ricava dall’analisi di questo originale e autorevole sociologo cattolico le linee per un discorso più autentico, e dunque meno scontato, sulle prospettive del Paese dopo l’emergenza sanitaria.

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Lo spunto è dato da un recente editoriale del fondatore del Censis, sicché l’autore ricava dall’analisi di questo originale e autorevole sociologo cattolico le linee per un discorso più autentico, e dunque meno scontato, sulle prospettive del Paese dopo l’emergenza sanitaria.

Quando De Rita inforca gli occhiali dell’analista sociale riesce sempre a puntualizzare la situazione del presente, contribuendo a decifrarla per renderla intellegibile, oltre i coni d’ombra che ne nascondono l’essenza, oltre le apparenze e le opinioni che spesso non vanno oltre i meri luoghi comuni interscambiabili.

Partendo da quello “stato di sospensione” che tutti ci avvolge in questa fase di transizione tra crisi pandemica in fase auspicabilmente risolutiva e malcelate speranze di ripresa, il Presidente del Censis riesce persino ad ironizzare, con il dovuto garbo che gli è consueto, sui fautori della ripartenza che colgono nello “zero virgola” e nei decimali del PIL i segnali di una inversione di tendenza. Ricordano costoro, tutti presi a misurare la realtà con il metro degli indicatori economici peraltro a volte persino contraddittori, i monsignori di Voltaire, sempre più protesi a gareggiare nel distinguersi tra di loro che impegnati nell’assomigliare a Cristo (sia detto qui in senso laico e paradigmatico).

Capita allora che nella latenza del presente, condizionati dall’enfasi della ripartenza ancora densa di incognite ma aggrappata al seducente potere semantico e simbolico delle parole, ci si proietti in visioni programmatiche di lunga gittata – come la digitalizzazione e la riconversione ecologica – senza disporre di un quadro sinottico da cui si evincano dati e prospettive basati su evidenze reali capaci di innervare nel tessuto sociale, produttivo e istituzionale tangibili e sostanziali riscontri.

Quando la magia delle parole non va oltre l’enfasi delle promesse, mentre il tempo trascorre con ritmi propri tra incertezze, conferme e smentite, rincorse degli eventi e programmazioni “girevoli”, l’immaginario collettivo non riesce a metabolizzare segnali di cambiamento.

Allora l’ansia – sentimento individuale legato alle storie di ognuno ed emozione condivisa nella paralisi del rinvio – diventa a un tempo componente della spinta iniziale, che qualcuno deve pur attivare, e sintomo di un disagio avvertito e diffuso: una specie di convitato di pietra agli innumerevoli tavoli di discussione, concertazione e progettazione.

Il messaggio di Giuseppe De Rita appare chiaro e convincente – come lo si ricava da un recente editoriale sul Corriere della Sera – poiché con poche misurate argomentazioni ci ricorda che le epopee dei grandi investimenti e del rilancio (come fu ad esempio nel secondo dopoguerra) necessitano di un radicamento popolare e di una motivazione condivisa e convincente.

“Non sorprende quindi – dice il fondatore del Censis – che la stessa grande discussione di massa sull’epocale «programma europeo di resilienza» non sia riuscita a traguardare un immaginario collettivo in cui far emergere coerenti flussi di valutazioni e comportamenti del nostro corpo sociale; ci siamo limitati alla curiosità per la quantità di risorse disponibili e per le loro ufficiali destinazioni, spesso troppo tecniche e sofisticate per destare sociali partecipazioni collettive”.

Per come siamo ancora tramortiti dalla lunga sofferenza della crisi pandemica (una crisi, si badi bene ‘olistica’, cioè totale, che ha interessato l’evidenza sanitaria, l’economia, il lavoro, l’istruzione e i sottesi condizionamenti emotivi, come il timore di non farcela, la paura dell’ignoto, la dimensione planetaria del fenomeno, le ricadute sulle singole soggettività e sugli stati d’animo collettivi) non è facile decifrare vie d’uscita percorribili: le istituzioni comunitarie, quelle dai singoli Stati, le strutture intermedie sembrano ancora avviluppate nella fase prodromica di una iniziale presa di coscienza

L’idea di una Italia diversa e migliore sta prendendo corpo ma necessita di un coinvolgimento sociale largo, lento e condiviso. L’invito di De Rita è di semplificare e rendere partecipate le linee di indirizzo innovativo: la politica non deve verticalizzare o far cadere dall’alto direttive disomogenee e complicate, il primo nemico da battere è la burocrazia paralizzante e punitiva, bisogna far rinascere nella gente la spinta della motivazione, del sentirsi parte di un processo di graduale promozione del bene comune.

Per questo, ricorda infine De Rita, la conclamata epopea della ripresa andrà raccontata e valutata in corso d’opera, concedendo il tempo necessario alle dinamiche che la sottendono nel profondo.