Spinelli, non basta un vago amore per l’Europa

In occasione del convegno - La nostra Europa, con De Gasperi e Spinelli -  organizzato dal Circolo “I Liberi e Forti” (come da locandina allegata), pubblichiamo la parte conclusiva del discorso che Altiero Spinelli

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In occasione del convegno – La nostra Europa, con De Gasperi e Spinelli –  organizzato dal Circolo “I Liberi e Forti” (come da locandina allegata), pubblichiamo la parte conclusiva del discorso che Altiero Spinelli tenne il 12 dicembre 1978, alla Camera dei Deputati, nel corso del dibattito sull’ingresso dell’Italia nel Sistema Monetario Europeo (SME).10

L’ultima considerazione che vorrei fare è questa. Affinché una tale decisione di entrare ed una tale, dichiarazione, di politica da svolgere a, livello comunitario non restino  dei semplici pezzi di carta, occorre procedere, a rivedere rapidamente il tipo di politica comunitaria svolta per anni dal Governo italiano.

Le esitazioni attuali sono in misura rilevante il precipitare finale di un lungo passato di europeismo verbale, di disattenzione per i problemi reali di fronte ai quali, ci si trovava mancanza di iniziative, di non coordinamento tra i diversi ministri, i vari Funzionari, le diverse amministrazioni, di nostre frequenti infrazioni. Insomma, dopo aver dichiarato di essere per l’unità europea, non abbiamo seguito alcuna strategia d’insieme nel campo europeo; di conseguenza, abbiamo avuto un assai scarsa peso nel Consiglio.

Parlo infatti della posizione del Governo nel Consiglio. Gli italiani contano di più nel Parlamento che non nel Consiglio, perché in: genere sono presenti, attivi, seguono attentamente gli eventi nel Parlamento europeo. Direi, insomma che, a livello governativo, da molto tempo noi stiamo in Europa senza sapere più né cosa ci facciamo né dove andiamo. Due anni fa, entrando in questa Camera per la  prima volta nella mia vita e andando a far parte della ‘Commissione affari esteri, con il ricordo vivo di quanto avevo visto per sei anni sul funzionamento del Consiglio (perché la Commissione è presente in questo), ho proposto al Presidente della Commissione, collega Carlo Russo, di invitare il ministro degli esteri ad un lungo e approfondito dibattito sulla strategia dell’Italia nella Comunità; non sulla situazione della Comunità, o sul suo avvenire, ma precisamente sulla strategia politica del Governo italiano nella Comunità.

Avevo fatto questa richiesta perché, il ministro degli esteri ha l’obbligo di coordinare e di guidare tutte le nostre presenze. La risposta gentile e formale è stata: Sì, lo faremo. Ora sono passati due anni e mezzo che il ministro non ha trovato il tempo di fornire alcuna indicazione. Nel momento in cui ci accingiamo a compiere questa nuova impresa (di cui vediamo le implicazioni gravi e per questo ci preoccupiamo che le cose vadano in una certa direzione), ritengo sia opportuno che il ministro degli esteri, il quale è il coordinatore di tutte le iniziative del Governo e dei vari Ministeri nel Consiglio della comunità e quindi il responso finale, cambi completamente il modo di concepire la sua azione e quella del suo Ministero. Suggerirei che ci venga a presentare in Commissione il piano politico e operativo d’azione nella Comunità nei prossimi sei mesi: piano che deve implicare sia le indicazioni di quello che ci si propone di raggiungere sia questo periodo, sia il modo in cui il Ministero degli esteri intende assicurare la coerenza tra le varie presenze in seno alla Comunità e allo SME.

Poiché si tratta di recuperare una vecchia negligenza non è responsabile in particolare questo Governo, ma anche quelli che lo hanno preceduto, certamente ci vorrebbero alcune settimane di duro lavoro per una corretta messa a punto politica ed operativa. Se però prendiamo un tale impegno di principio nella mozione e un tale impegno operativo a seguito di un dibattito da fare in sede parlamentare, credo che si possa entrare nello SME sicuri di essere in grado di difendere in, esso gli interessi dell’Europa e nel quadro europeo gli interessi dell’Italia.

Certo, ciò non significherà affatto che vedremo soddisfatte tutte le nostre richieste, ma che non avremo più solo un vago amore per l’Europa, ma urta politica europea reale, la quale mirerà allo sviluppo di istituzioni e di politiche comunitarie di progresso e di solidarietà. Intorno ad essa cercheremo di far coagulare alleanze e ci batteremo perché quella prospettiva si sviluppi. Essere europeisti o significa questo o non significa nulla.