Stati Generali, manovra anticipata e partito di Conte. La versione di Lorenzo Dellai

Il “centro” non è mai stato lo spazio residuale tra destra e sinistra, ma il motore di un equilibrio dinamico e progressivo della democrazia italiana. "Gli scenari nuovi non si costruiscono con improvvisazioni, rimpasti di vecchi spezzoni di classe dirigente, iniziative personali o ridicole presunzioni di eredità diretta della Dc", ma con un lavoro faticoso di ricostruzione tessuto politico e sociale. Conversazione con Lorenzo Dellai, già deputato di Scelta Civica e tra i fondatori di Democrazia Solidale

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Riproponiamo d’intesa con Dellai l’intervista apparsa ieri, a firma di Francesco De Palo, sul quotidiano online formiche.net

Villa Pamphili sostituirà il Parlamento nelle prossime settimane? E la strategia di visione è legata al lungo periodo o rischia di avere solo un effetto-immagine? Secondo Lorenzo Dellai, già parlamentare di Scelta Civica, il primo elemento che viene in mente analizzando la kermesse riguarda “l’ambizione smisurata con la quale si intenderebbe così progettare addirittura il Paese dei prossimi decenni, come se, in un mondo sempre più complesso, mutevole e interconnesso, qualche giornata di incontri al vertice possa partorire le basi di un improbabile Nuovo Modello di Sviluppo”.

POLITICA E CRESCITA

“Mi viene di pensare, dice a Formiche.net che, quando la politica era la Politica, gli Stati Generali erano la quotidiana esperienza democratica di partiti ed istituzioni che vivevano in simbiosi con la comunità e con le sue forze vitali; ne interpretavano attese e tensioni; ne accompagnavano – nel rispetto dei ruoli – impegno e fatica; ne orientavano le pulsioni, paure comprese, secondo obiettivi di bene comune. Conoscevano bene la forza ed assieme il limite della politica”.

Questo secondo l’esponente centrista è stato uno dei segreti della crescita e della tenuta del Paese fino alla fine degli anni settanta, durante tutta la lunga stagione della cosiddetta “democrazia dei partiti”. Si chiede, quindi, come può essere possibile definire un progetto per l’Italia dei prossimi decenni senza ripartire da qui, da questa concezione “comunitaria” della democrazia. E ancora come possono cittadini, imprese, Terzo Settore e comunità territoriali identificarsi in un progetto di futuro senza sentirsi parte attiva e partecipe – non spettatori – di tutto ciò? E in che modo possono sentirsi partecipi.

TROPPE ILLUSIONI

“Vedo uno scarto incolmabile tra le ambizioni degli Stati Generali e la fragilità di una politica che pretende di disegnare il futuro del Paese senza fare i conti con la drammatica crisi di rappresentanza che da tempo la pervade. La droga del leader mediatico di turno, con la sua fugace fortuna nei sondaggi del momento, può dare l’illusione di andare oltre questa crisi, ma appunto è solo un’illusione. Perché essa è crisi profonda di senso della comunità e dunque della politica, di evanescenza degli strumenti democratici che la Costituzione chiama partiti; di smarrimento delle culture politiche, del loro ruolo di radar nella nebbia dei cambiamenti epocali che viviamo, della loro funzione di collante tra le persone e le comunità e di antidoto alle solitudini. Una politica che rinuncia alla sua cultura di riferimento non sarà mai capace di vera ‘rappresentanza’: semmai di rappresentazione. Non costruirà consenso su un progetto di futuro: semmai effimere, volubili ed interessate tifoserie”.

CORPORAZIONI

“Mi colpisce la debolezza di pensiero delle grandi corporazioni sociali ed economiche, a loro volta indisponibili a fare i conti con la propria crisi di ruolo. Pretendono di dettare la linea al governo, ma non sembrano consapevoli dei problemi strutturali che riguardano la loro propria funzione sociale ed imprenditoriale. Perché molto dipende dalle politiche pubbliche, certo, ma non tutto. Occorrerebbe, ad esempio, una misura minima di verità sui limiti interni del sistema imprenditoriale italiano e sulla sua capacità di produrre e investire valore”.

Ma di chi è la responsabilità di tale scenario strutturale? Secondo Dellai non è sempre colpa dei governi e delle istituzioni pubbliche se la percentuale di investimenti privati in ricerca e sviluppo è tra le più basse d’Europa e i nostri migliori talenti se ne vanno all’estero; se la rete delle imprese in tutti i settori fatica a superare il suo nanismo (sarà anche vero che siamo il Paese delle piccole imprese, ma esse oggi non bastano) e si colloca molto spesso nella parte bassa della catena globale del valore; se a fronte di una enorme crescita delle rendite, molte imprese sono poco patrimonializzate; se il loro finanziamento è per lo più tradizionalmente bancario, invece che fondato su nuovi strumenti finanziari, che esistono ma presuppongono una evoluzione dei meccanismi di gestione.

“Analoghi limiti – rispetto alla trasformazione delle modalità del lavoro e del suo rapporto con le imprese – si notano da parte sindacale, con poche lodevoli eccezioni alla Marco Bentivogli; nel Terzo Settore (che costituisce una delle ossature comunitarie ancora vitali, per fortuna, ma non pare purtroppo avere la forza unitaria per far valere una propria visione di sistema, nonostante la generosa azione di Stefano Zamagni e di altri); nella stessa rete istituzionale di Regioni e Comuni, che non sono oggi nelle condizioni di difendere e promuovere in modo nuovo il principio autonomistico insito nel Titolo V della Costituzione e di resistere alle spinte verso le solite derive stataliste e centraliste”.

IL CORAGGIO DELLA VERITÀ

E allora perché un evento rifondativo affidato ad un insieme di fragilità non può funzionare se costruito così? “Molto meglio – puntualizza – sarebbe se il governo avesse il coraggio di uno sforzo di verità. Del tipo: la situazione economica e sociale è difficilissima e in autunno sarà drammatica. I piani europei sono essenziali – se confermati – ma produrranno i propri effetti non subito e solamente se saremo capaci di valorizzarli compiutamente”.

Per questa ragione propone di recuperare una visione “resiliente”, per un futuro radicalmente diverso da ciò che abbiamo conosciuto: un passaggio che presuppone però “uno sforzo collettivo coraggioso e innovativo, di non breve momento, ben oltre il reciproco ascolto tra il potere politico e le categorie organizzate, postula una attitudine autocritica non banale e non si risolve in un evento spot”. Esige anzi processi di autentica “riconversione culturale e sociale, che non stanno tutti nelle mani del governo e che richiedono tempo, fatica, costruzione condivisa”.

POCHI PUNTI ESSENZIALI

Ciò che invece si può e si deve fare “subito” è fissare e condividere alcuni, pochi, punti concreti ed essenziali per rimettere in moto la macchina pubblica, sostiene, “guadagnando così efficienza, tempestività e serenità operativa per i pubblici funzionari, oggi costretti alle forche caudine di norme e procedure assurde e al rischio pressoché certo di sanzioni da parte delle autorità giudiziarie o delle Autorità di controllo e che devono invece potersi assumere le responsabilità di un fondamentale principio di discrezionalità amministrativa”. Inoltre garantire liquidità alle imprese per traguardare l’autunno; ridurre i processi di impoverimento di una larga parte di famiglie con misure efficaci di sostegno al reddito.

“Questo è oggi, a mio parere, il compito di una buona politica e di un governo che abbia in animo di gestire responsabilmente una transizione difficile e pericolosa. Magari con la definizione di questi alcuni provvedimenti precisi e sintetici dentro un coraggioso Piano Nazionale delle Riforme (previsto peraltro dalla legge) e nell’ambito di una manovra di Bilancio anticipata rispetto a ottobre (spiace dover dare ragione, su questo, all’onorevole Brunetta, che certo non mi è politicamente affine). Il punto è che questa emergenza rende ancor più palese ciò che da tempo si avverte: la mancanza in Italia di una area politica capace di esercitare quella centralità che è andata perduta.

IL CENTRO SERVE

Il “centro” non è mai stato lo spazio residuale tra destra e sinistra, ma secondo Dellai il motore di un equilibrio dinamico e progressivo della democrazia italiana, capace di mantenere (in coerenza con l’insegnamento degasperiano) il confine invalicabile a destra; di costruire assetti sociali e politici finalizzati alla evoluzione della democrazia, “seguendo il suo ideale di giustizia”, per dirla con il Moro degli scritti giovanili; di convincere su questa strada il corpo mediano della società italiana.

Anche in questo caso, dunque, gli scenari nuovi non si costruiscono con improvvisazioni, rimpasti di vecchi spezzoni di classe dirigente, iniziative personali o ridicole presunzioni di eredità diretta della Dc.

E conclude: “Oltre che un minimo senso del pudore, servono nuove idee, leadership fresche, forme organizzative e linguaggi all’altezza delle novità sociali. Leggo che alcuni vagheggiano, a tale scopo, un partito di Conte. Mah? Difficile però che l’area politica che manca da tempo al Paese possa nascere in vitro e – men che meno – da un innesto sull’esperienza del Movimento 5 Stelle, benché riveduta e corretta. Francamente, con tutto il rispetto, mi sembrerebbe una sorta di manipolazione genetica”.