Stato d’emergenza e lavoratori fragili: decidere prima, non dopo.

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Avvicinandosi la scadenza dello stato di emergenza si ripropone la questione delle tutele normative dei lavoratori fragili. Sarebbe il caso di evitare le rincorse del passato, è bene cominciare a parlarne per tempo per evitare dimenticanze o decisioni all’ultimo minuto.

 

Francesco Provinciali 

 

Di tutti i provvedimenti assunti dal Consiglio dei Ministri del 24 novembre e illustrati nella Conferenza stampa dal Presidente Draghi e dai Ministri Gelmini e Speranza è stato dato ampio resoconto da giornali e TV. Forse l’informazione poteva essere più accurata e chiara, soprattutto comprensibile: scienza e politica nei due anni della pandemia raramente hanno trovato una sintesi unificante che permettesse di parlare come si mangia. Sui modi e sui tempi delle comunicazioni e delle informazioni (due parole che non hanno lo stesso significato) ci sono sempre state ulteriorità e cascami da puntualizzare. Già ai tempi dei DPCM di Conte tutto era estremamente burocratizzato, contorto, parcellizzato ma non sempre comprensibile. Anche adesso parlare di green pass base e super green pass assomiglia più ad un linguaggio commerciale, ad una distinzione lessicale variamente interpretabile e cangiante che ad un profilo certo di tipo medico- normativo-prescrittivo-istituzionale.

Sempre troppi distinguo, rimandi, particolarità di situazioni specifiche che- per quanto tentino di abbracciare la molteplicità dei comportamenti da regolamentare- non completano e non saturano la totalità delle situazioni e delle evenienze. C’è sempre un punto che rimane non definito, una prassi che ammette deroghe, si promettono sanzioni in caso di irregolarità accertate ma l’impressione è che prepotenti, negazionisti e frequentatori dei rave party restino più facilmente impuniti e che siano anziani, singoli cittadini, vittime della burocrazia a pagare il conto di infrazioni minime e di peccati veniali.

 

Il senso dell’impostazione del provvedimento nel suo complesso è stato ad onor del vero univoco e mirato: ridurre le occasioni di trasmissione del contagio e spingere verso la vaccinazione più ampia possibile, riducendo gli spazi di evasione e diniego dei no vax, responsabilizzando al senso civico e al perseguimento del bene comune. L’esperienza insegna che la prevenzione riduce i contagi, i ricoveri e gli intubati: purtroppo in piena quarta ondata gli ospedali vedono assottigliarsi i posti letto disponibili: la cocciutaggine colpevole dei negazionisti produce danni e costi alla collettività. Al quarto ritorno dell’ennesima variante e con alcuni Paesi (specie in Europa) in lockdown ci si rende conto che l’obbligatorietà da subito del vaccino avrebbe salvato molte vite umane, con preveggenza e buon senso.
Poi ci sono decisioni a termine: le zone, i colori, le restrizioni sempre suscettibili di modifiche, le regioni che possono o vogliono legiferare in deroga, c’è un decorso fisiologico che va controllato ma non si può rimandare proprio tutto e assumere provvedimenti in continua revisione. Della scadenza dello stato di emergenza non se ne è parlato: in una situazione che marcia verso una conferma piena di tutti gli elementi che costituiscono una situazione emergenziale ci si attendeva qualcosa di più. E’ vero che scadono a gennaio i due anni dal primo provvedimento Conte ma intanto si può cominciare a preparare un decreto legge che preveda una legge-proroga; tutti i dati concorrono nel prevedere una fase apicale dei contagi, come accaduto in passato. Allora non si possono ripetere le rincorse a ritroso delle occasioni precedenti: decidere la proroga dello stato di emergenza all’ultimo minuto o peggio oltre la scadenza, può portare solo confusione e scompigli, incomprensioni e incertezze.

Per tre volte la situazione dei lavoratori fragili è stata legata al rinnovo dello stato di emergenza ma anche in presenza di questo, eventuali decisioni sono state prese solo successivamente, magari con effetto retroattivo, il che ha creato ansie e disparità di trattamento. Ci si aspetterebbe più decisionismo e coraggio: non si può decidere fuori tempo massimo affidando i provvedimenti e le scelte alla burocrazia degli apparati decentrati, ai datori di lavoro. Se i segnali vanno in direzione di un incremento esponenziale dei contagi, dei ricoveri e dei decessi vuol dire che si deve pensare a mettere per tempo sotto tutela le categorie più fragili.

Quella dei lavoratori immunodepressi, invalidi e chemioterapici è forse la più a rischio: non ci si può ridurre a decidere tra Natale e Capodanno. Il passato trascorso tra incertezze, voci dell’ultima ora, conferme e smentite ha sempre seminato panico, insicurezze, timori, sovraesposizioni. Se il trend incrementale continua occorre prevedere per tempo cosa decidere circa la proroga dello stato di emergenza che si traduce in più accorte e circostanziate tutele.

Nelle precedenti occasioni i fragili sono stati messi nella umiliante condizione di elemosinare un atto di ravvedimento: ora che c’è ancora tempo per decidere si decida in tempo utile per evitare che pandemia che non si ferma e fragilità che rimangono tali, procurino disagi e abbandoni ingiustificabili. Stato di emergenza per i fragili significa smart working ed assenza equiparata a ricovero ospedaliero senza computo nel cd. ‘periodo di comporto’. Non si possono rincorrere la Presidenza del Consiglio e i Ministri competenti affinchè siano costretti a rimediare fuori tempo massimo ad una ennesima, possibile dimenticanza.