Strega, vince Janeczek

Non passino altri 15 anni prima della vittoria di una donna

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Articolo già apparso sul Sole 24 ore 

Allo Strega largamente rispettato il pronostico della vigilia: ha vinto Helena Janeczek con La ragazza con la Leica (Guanda) con 196 voti, seguita da Marco Balzano (Resto qui) con 144 voti. Eppure bisogna sottolineare la non convenzionalità della scelta dei giurati: perché una donna non vinceva da quindici anni, perché il libro appartiene a una zona di confine tra i generi (romanzo,biografia, reportage) e perché è anche un inno alla breve estate dell’anarchia che si consumò a Barcellona nella Guerra Civil (rileggetelo insieme a Omaggio alla Catalogna di Orwell).

A quattro anni di distanza dal Nobel alla bielorussa Svetlana Aleksievic anche lo Strega premia un’altra straordinaria autrice di reportage, Helena Janeczek, nata in Germania da genitori ebreo-polacchi e naturalizzata italiana. Anche se La ragazza con la Leica comincia come un reportage, conquista i lettori perché è una ballata struggente su una donna radiosa, innamorata di uno zingaro balcanico “ripulito”, e rievoca quella rivoluzione catalana allegra e un po’ sventata che dipinse i tram di rosso. Protagonista è Gerda Taro, fotografa e militante repubblicana, compagna di André Friedmann, più noto come Robert Capa.

Prima fotografa caduta su un campo di battaglia, il 26 luglio del 1937, per un bombardamento dell’aviazione nazista. I funerali di Gerda si svolsero a Parigi, con migliaia di persone, le bandiere rosse e i pugni chiusi. Un libro decisamente in controtendenza con l’aria che tira attualmente, tra nazionalismi in ascesa, richieste di stato forte, avversione a tutto ciò che è egualitario e condanna senza appello delle ideologie.

La Janeczek è però più ritrattista e cronista della Storia che narratrice. Nel libro premiato infatti le parti più belle e anche letterariamente originali sono quelle prossime a un reportage visivo. Si tratta del primo e ultimo capitolo, dove commenta dei fotogrammi d’epoca, rivelando abilità descrittiva e sapienza ritrattistica. Le fotografie ritraggono una coppia sorridente di miliziani della Guerra Civile spagnola, un doppio dell’altra coppia, vera protagonista del libro, che li fotografa (Gerda e Robert). Quando in queste pagine invece si insinua il romanzesco il ritmo si perde un po’, la lingua si appiattisce su una narrazione molto convenzionale, quasi a dimostrare una difficoltà specificamente affabulatoria della letteratura in questa epoca, di fronte alla aggressiva concorrenza di altri linguaggi. Ma si tratta anche di un libro “politico”, nel senso che si impegna a rievocare le vittime della Storia, le loro esistenze anonime, i minuscoli oggetti e i dettagli del loro mondo (visibili nei fotogrammi).

Ed allora, scorrendo i titoli dei vincitori di questi anni, azzardo una considerazione. Tre anni fa il romanzo di Lagioia prendeva le mosse dalla morte di una donna, vittima dei giochi di potere della Bari ricca, borghese e corrotta. Poi Albinati dedicò la sua narrazione fluvile, vincitrice dello Strega, al ricordo di due vittime, le donne violentate del Circeo (una delle quali uccisa). L’altr’anno il vincitore, Cognetti, riscopriva in alta montagna la pietas per il vivente e un sentimento dolente della caducità del mondo.

Il Premio Strega – attaccato spesso con furore, ambito dagli scrittori oltre ogni limite – ha oggi una funzione che probabilmente trascende la letteratura: in un certo senso gli chiediamo di salvarci l’anima. Rappresenta la moralità residua o perduta della nazione (per altri versi sempre più indurita o perfino incarognita). In questo senso è indifferente ai generi e alla fiction pura, e può anzi premiare – con una attitudine innovativa – reportage, saggi autobiografici, libri ibridi. Quello che cerca non è tanto e solo la qualità letteraria – non sempre all’altezza del passato – , ma una qualità dell’interrogazione morale.

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