Sturzo e il confine tra popolarismo e populismo

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L’8 agosto di 60 anni fa moriva Luigi Sturzo. Qui di seguito riportiamo l’elzeviro che l’Avvenire ha pubblicato ieri nelle pagine di Agorà, il suo spazio di approfondimento culturale.

di Flavio Felice

L’8 agosto Caltagirone ricorda i 60 anni dalla morte di don Luigi Sturzo a partire dalle ore 19, con la Statio presso il mausoleo nella Chiesa del SS. Salvatore dove si darà lettura di brani del suo Testamento spirituale; seguiranno l aprocessione verso il santuario di Maria SS. del Ponte e, alle 20, la concelebrazione eucaristica presieduta da monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale.

 

«Ho chiesto a Sturzo che mi benedicesse. Mi sono inginocchiato […]. Sturzo alzando il braccio mi ha benedetto con la famiglia. Poi ha lasciato cadere stancamente il braccio sul letto. Gli ho baciato la mano sinistra ed egli mi ha accarezzato il capo. Sturzo ha reclinato il capo sul cuscino e ha chiuso gli occhi come per assopirsi»; sono le ultime ore di vita di Luigi Sturzo, narrate da Gabriele De Rosa.

Sturzo morirà l’8 agosto del 1959 e, a sessant’anni dalla sua scomparsa, la riflessione sul suo contributo alla sociologia, alla filosofia e alla scienza politica appare ancora attuale, soprattutto se si considera un aspetto cruciale del suo pensiero, il suo “imperativo metodologico”: alla base della ricerca storica c’è sempre il concreto e nulla è più concreto della persona. In questo contesto s’inserisce la riflessione sturziana sulla democrazia come “bene comune” che, prima di tutto, è un metodo: il “metodo di libertà”.

Tale metodo passa per il chiarimento del ruolo delle istituzioni, immaginando la politica non come il campo che perimetra il regno della verità, quanto un ambito particolare e delimitato della stessa società civile. Quanto di più distante dallo Stato etico: “centro di unificazione” e omogeneizzatore delle culture particolari, che trasforma la società civile in una massa amorfa di individui omologati ad un’idea di popolo, declinabile al singolare e funzionale agli interessi della cricca momentaneamente al potere. Una tale analisi dell’ordine politico iscrive il sacerdote siciliano nel novero dei pensatori liberaldemocratici, critici dell’uso disinvolto della termine popolo, segnando così il confine invalicabile tra le nozioni di “popolarismo” e quella di “populismo”.

Sturzo è un interprete di quel cattolicesimo liberale severo nei confronti di coloro che, in nome della “sovranità popolare”, brandiscono la nozione di popolo, personificata e omogeneizzata, come una clava nei confronti degli oppositori. In questo modo, il regime si servirà dello «Stato come strumento di dominio« e sopprimerà ogni forma di opposizione e agirà come «fattore di conformismo politico»: «L’individuo è ridotto ad una semplice funzione gregaria ( vulgum pecus); che deve mostrare di essere convinto del sistema, di essere solidale col regime, di essere entusiasta degli uomini o dell’uomo che ne è a capo». Corollario di tale impietosa denuncia del populismo paternalistico e della deriva totalitaria è il divorzio tra libertà e responsabilità.

Nei regimi totalitari o paternalistico-populistici, dove la libertà è ridotta o del tutto assente, il potere politico sfugge dalle sue responsabilità, non avendo più alcun limite: né interiore (morale) né esteriore (giuridico): «La soppressione dei diritti individuali e delle libertà politiche crea una sproporzione fra la personalità umana e il potere assoluto». Il realista Sturzo non si rifugia in ipotetici mondi paralleli, il problema di fronte al quale Sturzo pone i cattolici dei suoi tempi, ma, che ridotto all’essenziale, non è poi così distante dal problema politico dei cattolici di ogni tempo, riguarda la domanda se, in tutta coscienza, i cattolici dovrebbero accettare o magari promuovere un regime politico che nega le libertà politiche, economiche e civili, in cambio di privilegi o per semplice quieto vivere. In breve, se rinunciare a nutrire il terreno dal quale attingere le risorse necessarie per difendere e promuovere i valori di libertà, di uguaglianza e di giustizia, che fondano il regime democratico, ovvero organizzare la resistenza etica ed istituzionale ad un sistema che mina il governo della legge.

Una rinuncia che, inevitabilmente, comprometterebbe la disponibilità dell’antidoto contro la violenza politica, contro la sopraffazione economica e che sappia opporsi alla prepotenza culturale di chi, avendo conquistato lo “Stato”, sarà nelle condizioni di determinare la vita, gli ideali e gli interessi delle singole persone. Gli anniversari possono essere ricorrenze inutili ovvero occasioni per rilanciare un progetto, l’auspicio è che il centenario della fondazione del Partito Popolare e il ricordo dei sessant’anni dalla scomparsa del sacerdote siciliano possano rappresentare la spinta decisiva perché quel progetto, aggiornato alle sfide dei tempi, possa tornare ad essere una speranza per chi non ha mai smesso di credere nella libertà e nella responsabilità di ciascuno come motori della democrazia.