Don Luigi Sturzo tra Marco Taradash e Lucio D’Ubaldo

La risposta di Giancarlo Infante all'editoriale de nostro direttore Lucio D'Ubaldo

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Caro Lucio,

conosco, in realtà mi ritengo suo amico, Marco Taradsh da cinquant’anni, da quando lui, giovane liberale,  ed io altrettanto giovane, ma democristiano, ci confrontavamo quasi quotidianamente con i nostro coetanei livornesi, comunisti e socialisti, ai quali cercavamo di spiegare i limiti delle loro visioni manichee.

Erano i tempi della contestazione studentesca e pensavamo, tutti quanti, di cambiare il mondo superando le barriere create dai fronti contrapposti del dopoguerra. In una città, sia detto per inciso, che fu proprio l’ultima a rompere la regola delle amministrazioni da Cnl del dopoguerra e a subire la logica della rigida contrapposizione tra sinistra social comunista e tutti gli altri.

Ricordo di Marco la passione nel suo riferirsi a Piero Gobetti e alla possibilità di una “ rivoluzione liberale” e, così, non mi meravigliai di ritrovarlo a Roma,  anni dopo, tra i più vicini a Marco Pannella.

Gobetti lo stavo allora studiando in relazione al  suo interloquire con Giuseppe Donati, don Luigi Sturzo e Francesco Luigi Ferrari. Rapporti forti su cui è sceso un silenzio impressionante, perché l’originale pensiero liberale di Gobetti “ disturbava” anche molto mondo laicista. Paradossalmente, noi giovani dc di allora avevamo, invece, tra le nostre letture gli scritti di un liberale come Gobetti.

Così, il riferimento di Taradash  a don Sturzo, dopo cinquant’anni, non mi lascia indifferente e mi stimola, come ho visto che ha provocato le tue importanti riflessioni. Abbiamo un’occasione di analisi vera, lontana dalla opprimente, a volte persino vacua, polemica quotidiana che caratterizza l’attuale fase  italiana.

Contrariamente a chi ritiene che si parli di cose da “ iperuranio”, lontane dalla sensibilità della gente di oggi, credo che il vero sforzo da fare in questi tempi sia, invece,  quello di riprendere i fili tranciati delle grandi scuole di pensiero che, ancorché apparentemente elitari anche allora, hanno permeato sin dagli inizi del ‘900 l’intero Paese e ne hanno reso possibile un più alto ed autentico sbocco democratico. In una prima fase, dopo il ’19,  interrotta dal fascismo, e, poi, definitivamente nel secondo dopoguerra.

Checché se ne dica, sono le idee  a muovere le donne e gli uomini. Alle idee dobbiamo ritornare se vogliamo salvare un Paese smarrito,  cui è necessario ritrovare una propria identità e, persino, le basi di un forte assetto democratico condiviso e del senso di un comune vivere civile.

Don Luigi Sturzo le chiamava “ correnti ideali”. Quelle che  egli contrapponeva al “ pragmatismo politico, esperimentato dalla borghesia”  che finì per darci il fascismo.

Il pragmatismo politico, disse con grande lungimiranza Sturzo, “ inquina e corrompe la cosa pubblica, alimenta ed incrementa il girellismo, rende inconsistente  e vuote le correnti ideali, e disfa la classe dirigente che non ha più la forza per resistere agli urti delle masse organizzate e del nazionalismo esasperato”. Oggi, dovremmo aggiungere i grandi gruppi finanziari e le “ lobbies”, più o meno, rese  nobili dall’importanza degli interessi che le muovono.

Il tuo articolo di ieri,  “Taradash a sorpresa sulle orme di Sturzo” , mi ha subito spinto a riflettere sul fatto  che bisognerebbe, davvero, per la parte nostra, poter approfondire tanta parte del pensiero di don Luigi. Un pensiero  da affrontare nella sua globalità, perché come scrisse Moro nel 1960, ” Tutto unì e conciliò nella sua coscienza, tutto accettò nell’ordine, tutto visse nel suo particolare significato ed insieme inserito nell’ordine totale”.

Si tratta, dunque, di non ridurre ad uno una complessità ed un’ampiezza di visione che fanno di lui uno dei più grandi pensatori del secolo passato.

La concezione dello Stato in Sturzo, infatti, è articolata, perché lo Stato è inteso come organismo che “ vive della stessa vita di coloro che ad esso imprimono le direttive e l’impronta“. Uno Stato, dunque, non “ ente astratto”, neppure “ principio etico”, bensì “organismo concreto”, fatto di persone vere. Sturzo muove la sua idea di Stato  dal presupposto che esso trovi dei limiti nella sfera della propria competenza nei rapporti con la vita sociale, le cui dinamiche non sono, certo, esaurite nella sola organizzazione politica della società.

Non a caso scrisse: ” Non è lo Stato che crea ex nihilo un ordine, perché la politica non può creare l’etica; ma è lo Stato che riconosce un ordine etico sociale che gli uomini elaborano ed esprimono perché soggetti razionali”. Da qui nasce la sua negazione dell’assolutizzazione della presenza e del ruolo dello Stato.

Egli, però, supera anche la visione liberale dello Stato perché , oltre all’assoluta salvaguardia della libertà individuale, devono essere assicurate l’uguaglianza e la giustizia sociale.

In Sturzo, come ricordò tanti anni orsono Piero Pratesi, la riflessione sullo Stato significa impegnarsi in un  profondo mutamento dei rapporti tra i cittadini ed il potere centralistico, attraverso il dispiegarsi di una società “ pluralista” composta da “ varie società interne di cui lo Stato avrebbe dovuto garantire libertà e che avrebbe dovuto mantenere nell’ordine”.  

Una visione che niente aveva a che fare con quella liberale tradizionale del “ giolittismo”, o meglio, che ne coincideva solo per alcune parti,  e che costituì il motivo del suo continuo, fecondo interloquire, così come avveniva a Donati e Ferrari, con Piero Gobetti e con altri del mondo liberal democratico, radicali e socialisti, a partire dal conte Sforza e da Gaetano Salvemini.

L’attenzione del prete di Caltagirone, infatti, andava alle donne e agli uomini visti quali esseri concreti; andava al loro unirsi ed organizzarsi spontaneamente in un impegno, soprattutto al sud, ma non solo, di riscatto e di partecipazione; andava  verso le organizzazioni intermedie della vita civile, all’autonomia degli enti locali, alle leghe bianche dei contadini, alle cooperative, alle banche popolari, alla borghesia lombarda d’impronta manzoniana e a quella delle principali città italiane che sfuggiva alla logica massonico anticlericale.

Ciò portò Sturzo a concepire un’idea di impegno dei cattolici democratici in politica inteso come movimento capace di puntare ad una democrazia “ che prenda dai liberali la libertà, una libertà per tutti; dai radicali le riforme, ma non il materialismo e la lotta anticlericale ( vera e propria istantanea di Piero Gobetti , nda); dai socialisti la elevazione del proletariato, ma non la dittatura. La democrazia cristiana- scrisse-  è in sostanza una democrazia integrale, illuminata dai valori immortali di solidarietà e fraternità, dati dal cristianesimo, per il concorde progresso delle classi e dei popoli”.

C’è dunque molto da riflettere e studiare per rinnovare la sostanza ed il metodo di analisi e proposta politica di don Sturzo ed è molto positivo il fatto che dei laici sensibili portino un contributo in questo senso. Come ha fatto Marco Taradash, il quale ti ha risposto  valutando la tua come “Una riflessione senza pregiudizi e intelligente sulla prospettiva che Centromotore (il nuovo movimento fondato da Taradash, nda)sta aprendo in Italia. Da sviluppare e tradurre presto in iniziativa politica comune.”

E’ indubbio, lo dicevo prima, che questo bisogno di riflettere necessita di approfondimenti comuni, di scambi  fecondi di opinioni. E’ il primo passo da intraprendere per dissodare un campo incolto, dopo decenni di impoverimento culturale e politico e per portare ragionevolezza e un ordine mentale collettivo in cui possano essere riscoperte chiare priorità sia nei diritti, sia nei doveri.

Noi cattolici democratici ci riferiamo alla continua evoluzione del pensiero che chiamiamo Dottrina sociale della Chiesa. Un insieme organico di suggerimenti, sollecitazioni e suggestioni , che potrebbero valere non  solo per i cattolici, per la forza dirompente di un messaggio che mette al centro la persona, la dignità umana, la valorizzazione di quelle “ società interne” cui si riferiva Sturzo e di molto altro frutto dell’articolata visione che gli uomini di Chiesa hanno grazie alla loro conoscenza di situazioni e fenomeni che interessano l’intero mondo.

La questione sociale è diventata antropologica, dopo una crisi economica  che ha prostrato stati e popoli, e si aggiunge così alla questione della Pace, al rispetto della vita umana, sin dal concepimento. Si aggiunge a quella della famiglia, che per noi nasce attorno all’amore tra una donna ed un uomo, al di là del fatto che il suo riconoscimento avvenga in Chiesa o in un ambito civile. Si aggiunge alla riflessione sul ruolo della scienza e delle sue influenze potenziali sull’essere umano, soprattutto a seguito di applicazioni tecnologiche che, partendo dal bene, possono portare anche  al male: la bomba atomica ne è l’esempio più clamoroso; cui si aggiunge, però, subito dopo , molta sperimentazione bio etica dagli sbocchi potenzialmente disumani.

Credo che un confronto, un arricchimento reciproco, la condivisone di importanti impegni politici e programmatici,  possa essere avviato a partire da tutto ciò. Superando antiche preclusioni, stereotipi, pregiudizi e preconcetti, ma sulla base di mettere  al centro la persona tutta intera e tutta la sua ricchezza di connessioni e vitalità all’interno di una società da rendere davvero democratica ed uguale, come auspicavano sia Sturzo, sia Gobetti, sia Salvemini.