Sudan: genesi del colpo di stato. Approfondimento dell’ISPI.

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I militari rilasciano il premier Hamdok. Stati Uniti e Unione Europea rafforzano le pressioni su Khartoum, ma sul golpe pesano rivalità e antagonismi regionali. la nota dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI).

 

Antonella Napoli

 

Quando le Rapid support forces hanno fatto irruzione nel palazzo presidenziale a Khartoum all’alba del 25 ottobre, il primo ministro del Sudan Abdalla Hamdok non era sorpreso, ma pronto e risoluto a non cedere. Sapeva che il suo rifiuto a rassegnare le dimissioni avrebbe avuto delle conseguenze.

 

E così è stato.

 

In poche ore, dopo una notte di arresti che hanno coinvolto altri sei ministri e rappresentanti di istituzioni vicini al premier, si è compiuto il colpo di stato ‘annunciato’.

Intervenendo dalla televisione di stato, occupata dalle milizie, il generale Abdel Fattah Al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano, ha decretato lo scioglimento del governo civile e dell’organo politico e decisionale della transizione da lui guidato, composto sia da militari che da esponenti della società civile.

 

Il golpe non ha sorpreso neanche gli attori internazionali coinvolti nel processo di democratizzazione del paese, in primis gli Stati Uniti che avevano tentato di scongiurare la rottura.

 

Le tensioni crescenti avevano spinto l’amministrazione Biden a inviare in Sudan il rappresentante speciale per il Corno d’Africa Jeffrey Feltman. Nonostante i colloqui con il primo ministro Hamdok e il generale al-Burhan, ai quali aveva ribadito l’importanza dell’inderogabile impegno a portare a compimento la transizione pacifica in Sudan per continuare a godere del sostegno economico e della vicinanza degli Usa, la spaccatura tra le parti è stata inevitabile. Come la reazione Usa che ha sospeso i finanziamenti al paese.

 

I segnali di insofferenza dei generali verso il governo di Hamdok erano evidenti.

 

Nel 2020 il premier aveva subito un attentato, il mese scorso un tentativo di golpe di presunti ‘lealisti’ dell’ex presidente Omar Hassan al Bashir era stato sventato dall’esercito. Infine, due settimane fa, il fronte delle “Forze della libertà e del cambiamento”, coalizione dei promotori delle rivolte che avevano portato alla caduta di Bashir, si era diviso sull’appoggio all’esecutivo.

 

Ed è stata proprio la mancata coesione nell’ala civile che ha permesso al generale Burhan di affermare l’impossibilità del governo di andare avanti.

 

È arrivata così la richiesta delle dimissioni di Hamdok, il quale si era rifiutato di lasciare l’incarico.

 

Ma cosa c’è, davvero, dietro le tensioni e il colpo di stato?

I vertici militari del Consiglio sovrano affermano che le riforme in Sudan procedevano troppo a rilento e che l’impasse creata dalla spaccatura nella controparte civile impediva di proseguire la transizione e hanno chiesto la sostituzione del governo.

 

Ma, a fronte dell’approssimarsi del cambio alla guida del processo di transizione, che secondo l’accordo costituzionale del 2019 confermato nel 2020 con un’intesa a Juba, doveva avvenire a metà novembre, il golpe assume chiaramente i contorni di una presa di potere per non cederlo ai civili.

 

Un peso non indifferente in questo colpo di stato lo hanno avuto le pulsioni islamiste che restano forti nell’apparato istituzionale sudanese. Più di ogni altro elemento, a giocare un ruolo fondamentale è stata però la pressione economica.

 

Il Sudan stava provando a rilanciarsi economicamente in seguito alla fine delle sanzioni statunitensi e all’avvio di una serie di aiuti e finanziamenti internazionali.

Un tentativo di ripresa che ha dovuto fare i conti con gli effetti della pandemia e con una situazione molto difficile condita da un’inflazione galoppante e un disagio sociale crescente.

 

Il settore bancario sudanese è riuscito a risollevarsi prima del collasso ma l’emergenza sanitaria ha frenato il rilancio economico.

 

Durante la prima fase dei tre anni e mezzo previsti di transizione è stata avviata una profonda riforma delle istituzioni statali, con il contrasto alla corruzione e la costruzione di uno stato trasparente ed equo, sviluppando relazioni esterne distese, con un approccio moderato e “occidentalizzato” e un’equa rappresentanza delle donne nelle istituzioni.

 

Novità mal digerite dal fronte più “conservatore”, esponenti del vecchio regime annidati nel sistema sudanese.

 

Secondo il primo ministro Abdallah Hamdok lo sventato golpe di settembre era animato proprio da ‘lealisti’ del precedente governo, dichiaratamente ‘Repubblica islamica’, molti dei quali con ruoli nelle forze armate, nei servizi di sicurezza e in altre istituzioni governative.

 

Nelle ultime settimane sono scesi in piazza centinaia di manifestanti pro-esercito portati appositamente nella capitale Khartoum dalle realtà rurali dove ancora perdura una visione islamista.

 

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