SULL’ORLO DELLA CRISI DI GOVERNO: DRAGHI NON VUOLE TIRARE A CAMPARE. E BERLUSCONI E LETTA PARLANO DI “VERIFICA”.

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Viene da pensare che tanta prudenza, lungo l’insolito asse tra Pd e Forza Italia, rispecchi il timore del Quirinale per le incognite di una crisi particolarmente subdola, con il rischio di lacerazioni ulteriori. Bisogna evitare il ricorso anticipato alle urne.

Le ragioni di una forza politica non possono prevaricare le ragioni di un Paese. L’Italia piomba nel buio dell’incertezza poltica che può rappresentare, a giudizio di alcuni, l’anticamera dello scioglimento anticipato delle Camere. 

Emergenze fuori dall’ordinario – Putin ancora ieri ha rilanciato la minaccia di un conflitto nucleare – non consentono di maneggiare ciecamente l’arma del proprio tornaconto. Conte sceglie però di riportare i 5 Stelle nella caverna dell’identitarismo corsaro, certo più evoluto e garbato rispetto ai gloriosi esordi, ma forse persino più corrosivo di quel tempo non troppo lontano. Dunque, si fa l’esatto contrario di quanto auspicabile nelle condizioni attuali. È la prima volta, infatti, che si sfoglia la margherita della crisi ponendo tra i fattori dirimenti l’avversità alla prevista realizzazione di un inceneritore, a Roma, ovvero nella città penalizzata nel merito dall’inerzia colpevole della Raggi. 

Si è giunti al punto più basso della dialettica democratica. A questo punto, cosa può accadere dopo l’annunciata volontà del M5S di non votare, sia pure per motivi tecnici, la fiducia al Senato? Berlusconi si è pronunciato con chiarezza: il governo ha i numeri per andare avanti, salvo una verifica tra le forze che ne sostengono l’attività. Solo che la parola “verifica” riporta ai vecchi riti della Prima Repubblica e questo, a Berlusconi, è stato subito rimproverato. Ciò nondimeno, durante la Festa dell’Unità a Melzo, Enrico Letta ha fatto ricorso al medesimo vocabolo incriminato. “È evidente – si legge nel comunicato diffuso attorno alle 23 – che la scelta annunciata da Conte e M5S rimette in discussione molte cose, e in una maggioranza così eterogenea ci sono dei distinguo. Ma io non mi preoccupo, esiste il voto di fiducia che è fondamentale. Chiederemo di fare una verifica (nostro corsivo, ndr) per capire se questa maggioranza c’è ancora o no”.

Viene da pensare che tanta prudenza, lungo l’insolito asse tra Pd e Forza Italia, rispecchi il timore del Quirinale per le incognite di una crisi particolarmente subdola, con il rischio di lacerazioni ulteriori. Non è un mistero che Mattarella faccia trapelare i dubbi, volendo usare un eufemismo, sulla plausibilità di un anticipo elettorale in autunno mentre il Parlamento avrà di fronte scadenze impegnative, a partire dalla legge di bilancio. Il filo del dialogo, dunque, non va spezzato. È tutto molto difficile, ma anche tutto così necessario, perché lo scenario peggiore consiste nella inarrestabile divaricazione tra le forze che pur a fatica hanno dato vita al governo Draghi.

Da oggi si apre un altro capitolo. Servirà capire, in particolare, quale struttura e quale profilo dovrà avere il centro-sinistra. Qualora la crisi rientrasse, l’auspicata evoluzione dei 5 Stelle dal velleitarismo alla responsabilità, similare al passaggio dallo stato adolescenziale all’età adulta, sarebbe schiacciata ai margini delle previsioni di medio-lungo termine a cui legare un autentico progetto politico. Aver confidato sul nuovo amalgama del progressismo, con PD e M5S alleati strategici, è stato l’errore che l’ormai lontana sostituzione di Zingaretti non ha sanato. Letta, seppur con altro stile, ha proseguito sulla stessa linea facendo credere che l’alleanza in qualche comune fosse l’alba di questa stagione di rinnovamento a sinistra. La realtà s’incarica, come si vede, di smentire le fantasie dei vari agrimensori del campo largo.